1- Ātmānātma viveka

 

La ragione per cui la gente comune non raggiunge la conoscenza intuitiva, che è descritta come: «Noi siamo dell’essenza stessa di Paramātman, della natura stessa (svarūpa) di Śiva», è dovuta proprio all’assenza dell’ātmānātma viveka di cui s’è detto nell’introduzione[1]. Ātman significa il Sé e anātman indica quello che è non-Sé. Ci si potrà chiedere cos’è l’Ātman come propria essenza assoluta. E ancora: cos’è anātman, ossia tutte quelle cose e quei fenomeni distinti dal Sé? Si deve usare la discriminazione in modo intuitivo, cioè non solo usando l’intelletto (buddhi). Nel linguaggio vedāntico si chiama ātmānātma viveka la capacità di riconoscere la distinzione di natura essenziale fra essi. Poiché le persone in generale non possiedono questo viveka, credono invariabilmente che il corpo, i sensi e la mente siano il loro vero essere. A causa di questa idea, essi si formano la seguente convinzione: «Sono nato da tali genitori, in un dato tempo, in un certo luogo di una specifica regione della terra, parte di questo grande universo. Dopo aver ricevuto un’educazione, ho seguito una mia vocazione; mi sono sposato, ho moglie, figli e parenti e, come tutti gli altri, dopo esser vissuto per il numero di anni che mi sono stati concessi dall’Onnipotente, morirò.»

La mente di tali persone sarà tormentata da questo dubbio: «Come posso raggiungere la certezza che io sono l’eternamente puro e libero Parameśvara? Com’è possibile che sia proprio quell’Īśvara stesso, io che vivo per pochi anni in un angolo di questo vasto universo manifestato da Parameśvara e che certamente morirò?» Quindi, per liberarsi da questa concezione erronea, il sincero mumukṣu e cercatore di alto livello, spinto dall’unica aspirazione di raggiungere mokṣa (Liberazione) qui e ora in questa vita, dovrà attuare il metodo di ātmānātma viveka com’è esposto nel primo verso.

 

 

1. Io non sono il corpo, non sono i sensi, non sono la mente, non sono l’ego, non sono i prāṇa, non sono l’intelletto. Io sono quello che è lontano dalla moglie, dai figli, dal podere, dalla casa ecc. In verità io sono quello Śiva che è Testimone diretto, che è l’eterno e intimo Sé.

 

Commento: Qui tutti gli anātman che la gente comune ha creduto essere l’“Io” sono stati rimossi e confutati uno a uno.

 

A) Io non sono né il corpo né i sensi

Alcuni hanno considerato il corpo e i sensi come se fossero il proprio Sé. Le cose grossolane che si vedono nel mondo esterno, come la pietra, la sabbia ecc., non sono senzienti né coscienti. Queste cose non si muovono da sé; in esse i segnali che provano l’esistenza della coscienza, come l’inspirazione, l’espirazione, la circolazione sanguigna, sono assenti e nemmeno possono vedere né udire. Per queste ragioni c’è una differenza tra le cose inanimate e gli esseri umani. Noi siamo cetana o esseri animati, mentre quelli sono jaḍavastu, cose grossolane e inanimate. Così si pensa comunemente. Altri hanno discriminato ulteriormente considerando che le cose sono entità prive di vita, mentre noi, esseri umani, siamo viventi. Le cose prive di vita subiscono certe trasformazioni e possono diventare parte di forme corporee dotate di sensi e di vita, perciò, considerati dal punto di vista della loro natura essenziale, il corpo, i sensi e anche le cose esteriori sono un’unica e medesima cosa. Comunque, noi esseri umani possediamo la capacità di conoscere le cose esterne e anche la facoltà di utilizzarle a nostro beneficio. Per questo chiamiamo gli oggetti esterni con i pronomi “questo” o “quello”, mentre chiamiamo l’aggregato di corpo e sensi “Io”[2].

Ma le due opinioni summenzionate non sono esatte. Se l’aggregato del corpo e dei sensi fosse la stessa entità o sostanza chiamata “Io”, allora in ciascuna delle parti o membra del corpo, come anche in ciascun senso, non dovrebbe esistere la consapevolezza o coscienza dell’“Io”? Ma noi tutti condividiamo l’esperienza che in ognuno degli organi, membra e sensi c’è una innata consapevolezza d’un solo “Io”. Infatti si dice “Io” cammino, “Io” annuso, “Io” vedo, “Io” tocco. Ma v’è anche un altro punto da considerare: il corpo ha molte parti, organi, e diversi sensi. Se ognuno di questi fosse l’entità chiamata “Io”, com’è che quell’entità, che possiede i diversi sensi, non ha coscienza di essere “molti” e, invece, si esprime sempre come un unico “Io”? Infatti, noi tutti abbiamo la profonda e innata nozione di questa entità chiamata “Io” come una e una sola. Qual è la ragione di ciò?

Obiezione: Nel caso delle parti e organi del corpo, in quello dei sensi, o nella loro reciproca aggregazione, si può pensare che ognuno di questi sia l’entità chiamata “Io”?

Risposta: Nel corpo e nei sensi avvengono continui cambiamenti e mutazioni. Se fosse vero che le parti del corpo e i vari sensi fossero il nostro “Io” dovremmo pensare che tutti quei cambiamenti sono accaduti in me. Ma la realtà non è questa. Noi diciamo agli altri: «I miei occhi sono diventati deboli, le mie gambe zoppicano.» Se gli occhi e le gambe fossero veramente noi stessi, cioè se fossero identici all’“Io” allora quando diciamo: «I miei occhi..., le mie gambe» affermeremmo l’idea assurda che esista un “Io” attribuito a me stesso, un altro “io” attribuito agli occhi e un altro ancora alle gambe. A questo proposito possiamo portare un’altra esperienza condivisa da tutti: poiché con le nostre mani e piedi possiamo afferrare oggetti esterni o respingerli, è evidente che queste cose esterne sono differenti da noi. Allo stesso modo qualsiasi parte od organo del nostro corpo può essere rimosso, ma per questo non ci consideriamo rimossi noi stessi. Se il chirurgo amputa una parte dolorante dal nostro corpo, non consideriamo affatto che la parte che giace a terra è me stesso, poiché, una volta separata dal corpo, non c’è più identificazione con la parte amputata. Allo stesso modo il muco, lo sputo, la saliva, il sudore, i capelli, il vomito, le unghie, tutte queste parti del corpo possono essere staccate da esso o rimanervi unite. Quando esse giacciono per terra, ci fanno schifo e non ci s’identificherà mai più con esse come fossero una parte di noi stessi. La medesima argomentazione vale anche per i nostri sensi. Per essere più chiari, noi diciamo: «Il mio occhio, il mio orecchio, il mio naso». In questo medesimo modo si è soliti separare gli organi di senso da noi stessi e li consideriamo diversi. Vale a dire che gli organi di senso sono parti separabili dal mio corpo, non essendo il mio “Io” nella sua interezza. Infatti, si tratta solo di organi che appartengono a me. Se si vuole procedere oltre in un’indagine più approfondita, allora l’occhio, l’orecchio, il naso ecc., sono in realtà organi di sensazione e non i sensi in quanto tali. I sensi funzionano all’interno e per mezzo di questi organi di senso, chiamati in linguaggio vedāntico indriya golaka; ed esattamente come consideriamo gli organi di senso separati da noi, così anche distinguiamo da noi le facoltà sottili di conoscenza (jñānendriya) quali la vista, l’udito, l’odorato ecc. Vale a dire che tutti questi cinque sensi sono passibili d’essere oggetto della nostra coscienza. Per esempio, quando le facoltà di senso, che dimorano in questi organi corporei corrispondenti, si indeboliscono o s’arrestano, nessuno crede veramente che noi stessi subiamo o sperimentiamo il cambiamento. Si dice, infatti, che la vista s’appanna, l’udito s’indebolisce e non che l’“Io” s’appanna o s’indebolisce. Perciò si può definitivamente concludere che i sensi non sono l’“Io”.

In ogni caso, la conclusione a cui s’arriva dopo tutte queste discriminazioni è che il corpo e i sensi sono molteplici, ma l’“Io” è solo uno. Inoltre, il corpo e i sensi subiscono cambiamenti e mutazioni, mentre l’“Io” è immutabile; il corpo e i sensi sono oggetti della conoscenza, mentre l’“Io” è il soggetto che li conosce. Perciò il corpo e i sensi sono proprio come la pietra, la sabbia e il pezzo di legno del mondo esterno. Sono cioè solo oggetti fisici o sostanze, poiché sono oggetti grossolani e non senzienti. “Io” non sono affatto uno di quelli. L’entità cosciente che conosce tutti quelli è veramente questo “Io”.

A questo punto può sorgere un dubbio: se il corpo e i sensi non sono cose senzienti e coscienti, e se sono oggetti grossolani e non senzienti come la pietra ecc., allora che cos’è la capacità senziente che appare in loro? Conoscere gli oggetti, desiderarli e impadronirsene, oppure respingerli e tenersi lontano da loro, tutti questi sono segni che si manifestano in ciò che è senziente e cosciente. Questi segnali che sono riscontrabili proprio nel corpo e nei sensi, e che non si trovano né si avvertono nella pietra ecc., da dove, dunque, provengono?

Una possibile soluzione (samādhāna) a questo dubbio è che i segni, che indicano una certa coscienza o sensibilità in verità in essi non esistono. Una locomotiva corre, un magnete attrae un pezzo di ferro, una lente ingrandisce un oggetto minuscolo; ma in ragione di queste loro proprietà c’è forse qualcuno che possa pensare che quegli oggetti grossolani siano coscienti o senzienti? Ammettiamo pure che ci sia in loro una certa quantità di energia, di movimento o di attività nel corpo e nei sensi; ma sicuramente non si tratta di coscienza o di una facoltà senziente dato che corpo e sensi non sono in grado di “utilizzare” il loro movimento, l’attività o l’energia, a loro vantaggio. Infatti, coloro che usano questi corpi e questi sensi sono gli esseri coscienti e senzienti, cioè i cetana. Il corpo e i sensi ci appartengono e noi li usiamo a nostro beneficio, perciò noi siamo cetana ed essi sono oggetti grossolani. Pensare che nei sensi ci sia coscienza o capacità senziente è del tutto errato. Perché noi conosciamo i sensi, ossia siamo consci di essi ed essi sono oggetti della nostra coscienza. Proprio come attraverso un telescopio osserviamo cose minute nel vasto spazio, così percepiamo attraverso i sensi gli oggetti esterni. Perciò i sensi sono fenomeni grossolani non senzienti; essi per noi sono solo mezzi di conoscenza e di percezione, e noi, che conosciamo per mezzo di questi strumenti, siamo i veri esseri coscienti.

Così si stabilisce che né il corpo né i sensi sono il nostro intimo “Io” innato. Dapprima, la prova dialettica (yukti) stabilisce che oggetti conoscibili come il corpo e i sensi non sono per nulla il principio conoscitore-cosciente dell’Io. Ma in noi esiste anche un altro strumento che ci permette di conoscere questi fenomeni, corpo e sensi, ed è chiamato mente (manas). Poiché proprio questo strumento interno conosce le altre cose, qui può sorgere il seguente dubbio: non è forse che proprio questa mente sia l’“Io”? Il dubbio è privo di fondamento.

 

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[1] Si tratta sempre del nityānitya viveka espresso con il termine equivalente di ātmānatma viveka [N.d.T.].

[2] Richiamiamo l’attenzione del lettore sull’uso al maiuscolo del pronome “Io” in questo breve testo. Con il nostro vero “Io”, infatti, qui s’allude al Sé interiore, all’Ātman. Tuttavia, proprio in ragione del processo di discriminazione (viveka), durante le prime fasi esso non è completamente distinto dall’“io” (aham). Per esempio, quando si distingue tra colui che è il soggetto che percepisce gli oggetti esterni, evidentemente quel soggetto dell’azione cognitiva è l’“Io”. Tuttavia questo “Io” è ancora confuso con l’“io” individuale e non è direttamente il Sé assoluto. Similmente, quando l’“Io” considera i propri sensi, la mente, l’intelletto come oggetti della sua cognizione, quell’Ātman non è ancora pensato nella sua assolutezza. Solamente quando il cercatore distingue dal proprio Sé l’“io” individuale (aham) come un oggetto contingente e illusorio, allora si raggiunge la vera conoscenza del proprio vero “Io”. Ma a questo punto non sarà più necessario considerarlo neppure come “Io”, dato che si sarà raggiunta la conoscenza-coscienza che la propria vera natura è soltanto il Sé, il puro ed eterno Paramātman [N.d.T.].