5- Il beneficio che proviene dal Vedānta Jñāna

 

La conoscenza vedāntica può essere considerata corretta dal punto di vista logico; ma a molti può sembrare che da tale conoscenza non si possa trarre alcun vantaggio nella vita empirica. Come risposta a tali persone citiamo il quinto verso:

 

5. Io non sono mai nato, cresciuto e morto. Queste qualità di Prakṛti, che sembrano essere in me, in verità appartengono al corpo. Kartṛtva [il fatto di essere un agente], bhoktṛtva [il fatto di essere un fruitore] ecc. appartengono solo ad ahaṃkāra e non a me che sono fatto di pura Coscienza (cinmāyā). Io sono l’unico Śiva.

 

Commento: Coloro che si interrogano su quale vantaggio possa mai provenire dalla conoscenza vedāntica (Vedānta jñāna), dovrebbero anzitutto riflettere sul loro quesito e chiedersi che cosa potrebbero aspettarsi da tale conoscenza. Coloro che ricercano soltanto cibi, vestiti, ricchezze ecc., non dovrebbero mai pensare di potere ottenere dal Vedānta jñāna benefici materiali senza muovere un dito, come nel mito di quel tale Satrājita[1] che possedeva un gioiello magico chiamato syamaṅtaka maṇi che magicamente lo riforniva di lingotti d’oro. Il Vedānta jñāna non ha mai prodotto simili vantaggi materiali. Invece da un altro punto di vista possiamo ben dire che il Vedānta jñāna è proprio una sorta di gioiello prodigioso, una pietra filosofale (cintāmaṇi), perché tutti i problemi e gli ostacoli (anartha) della vita, che affliggono coloro che non posseggono questa conoscenza, sono rimossi prodigiosamente dal Vedānta jñāna. La gente ordinaria crede fermamente di esser nata in questo mondo da una precedente esistenza, d’essere cresciuta e di morire, per rinascere e infine morire nuovamente e così via indifinitamente. Come risultato di questa credenza essi sperimentano le sofferenze relative alla nascita, alla crescita e l’inevitabile e supremo dolore paventato, la morte. Essi cercano in vari modi di evitare queste miserie: la dolorosa nascita di un bambino, dopo essere stato un feto nel grembo d’una donna; la penosa uscita da una parte vile del suo corpo; le difficoltà subite durante la crescita di quel corpo con l’aumento delle energie vitali, dei sensi, della mente e dell’intelletto; infine, la temuta morte, culmine del processo di decadenza e di dispersione dei soffi vitali (prāṇa). Quando i rimedi a queste cose hanno successo, essi sono euforici; quando falliscono, si disperano. Ci sono persone di un altro tipo che credono che queste miserie siano una parte del nostro destino e che come tali non le si può evitare. Ci sono anche alcuni sciocchi che accusano Īśvara, il Signore e Produttore del mondo, dicendo: «Perché, o Dio, mi hai dato questa miserabile nascita umana?» Infine c’è un certo numero di sconsiderati che pensa: «A parte alcuni difetti, siamo fortunati per molte altre buone qualità proprie della nascita umana.» Questi permettono alla loro mente di essere travolta da godimenti sensuali e da altri piaceri, che sono come gocce d’ambrosia mescolate a veleno, in cui ci si imbatte durante questa effimera esistenza umana. Costoro sono privi di qualsiasi accortezza e si comportano freneticamente come piace loro.

In ogni modo, non c’è nessuno in questo universo che non comprenda di dover nascere, crescere e morire. Tutte queste sono veramente miserie.

Il vero e profondo vantaggio per coloro che hanno raggiunto la Conoscenza intuitiva del Vedānta consiste nel fatto che raggiungono la forte e incrollabile certezza che il loro Ātman non è mai sottoposto a nascita, crescita e morte, né nel passato, né nel presente e nemmeno in futuro.

 

U) Queste limitazioni connaturate[2], appartengono solo al corpo

Nascita, crescita e morte concernono soltanto il corpo grossolano. Non abbiamo mai assistito né alla nostra nascita, né alla nostra crescita né alla nostra morte. Tutte le idee che ci siamo fatti riguardo alla nascita, alla crescita e alla morte [che abbiamo osservato nel mondo] appartengono solo ai corpi altrui che nascono ossia che vengono a questa esistenza, crescono e muoiono, ovvero che escono da questa vita. Anche l’idea che altri osservino la nostra nascita, crescita e morte, fa parte del nostro punto di vista apparente. Perciò tutte queste caratteristiche in realtà sono pertinenti ai corpi grossolani e non a noi stessi.

Obiezione: Anche il corpo è solo nostro, perciò la sua nascita, crescita e morte appartengono solo a noi, non è vero?

Risposta: Se teniamo presente tutto ciò che abbiamo detto prima, non c’è ragione di sollevare questa obiezione. Perché se ci appoggiamo sull’Intuizione (anubhava), l’affermazione che esiste una relazione particolare tra il nostro corpo e il nostro Sé non può essere sostenuta al di là d’ogni dubbio. Oltre a questa considerazione, anche se abbiamo un solo corpo [nel mondo della veglia], otteniamo centinaia di corpi in altrettanti sogni. Con quale di questi corpi dovremmo identificarci affermando: «Solo questo è il mio?» Qualora affermassimo che: «Poiché i corpi del sogno sono diversi, il corpo della veglia, che è unico, è il nostro proprio.», anche questa affermazione non può essere sostenuta perché, come abbiamo previamente stabilito, dato che non esiste alcuna differenza tra il sogno e la veglia, non può essere risolto con certezza il problema a chi appartenga il corpo della veglia. Perciò da tutti questi ragionamenti si può stabilire che le caratteristiche della nascita, crescita e morte si manifestano solo nei corpi che sono mere apparenze; dunque non esiste alcuna relazione fra quel corpo apparente e il nostro Sé. Si deduce, infine, che tutte le caratteristiche limitanti connaturate appartengono solamente al corpo.

Prakṛti significa la sostanziale natura dell’ignoranza (ajñāna svabhāva). Precedentemente l’abbiamo chiamata māyā. Tutti questi cambiamenti che abbiamo erroneamente pensato a causa dell’ajñāna appartengono solo a questo corpo illusorio (māyika śarīra) e non esistono realmente.

 

 

 

[1] Viṣṇu Purāṇa, IV.13 [N.d.T.].

[2] “Connaturato” è qui usato per definire qualcosa che si trova nell’individuo fin dalla nascita; innato [N.d.T.].