V) Kartṛtva, bhoktṛtva ecc. sono qualità di ahaṃkāra, non di Ātman

Obiezione: Dire che non esiste alcuna relazione tra il corpo e il nostro Sé non ci pare corretto. Perché tra il corpo e noi stessi esiste la relazione che intercorre tra una proprietà e il suo proprietario. Cioè, il corpo appartiene a noi e noi siamo i suoi signori. Utilizziamo il corpo, i sensi ecc. e compiamo azioni (karma) e poi godiamo dei frutti che ne risultano. Per godere dei frutti delle azioni compiute in nascite precedenti, ci è stato dato proprio questo corpo; anche in futuro, allo stesso modo, ci saranno dati altri corpi in altre nascite, non è forse vero?

Risposta: Dal punto di vista vyāvahārika sono ‘reali’ tutti i seguenti concetti: 1) Abbiamo strumenti di conoscenza e azione come il corpo, i sensi e la mente. 2) Usando questi strumenti compiamo varie azioni e ne traiamo meriti (puṇya) o demeriti (pāpa). 3) A causa di questi meriti o demeriti si producono future nascite.

Ma quello che stiamo seguendo ora è il punto di vista metafisico (pāramārtika). Da questo punto di vista sia il mondo della dualità (jagat) sia il corpo che in esso esiste sono illusori (māyika). Non possiamo affermare che sia la nostra vera natura essenziale ad avere qualche relazione con il corpo, perché nello stato di sogno non abbiamo alcuna relazione con esso; e nel sonno profondo addirittura non abbiamo alcun corpo. Inoltre, se continuamo a conservare questo punto di vista, in verità non abbiamo nemmeno kartṛtva, ovvero, la qualità di essere un agente, in quanto solo quando siamo associati all’ego (ahaṃkāra) pensiamo di star compiendo tale o talaltra azione. Desiderare un oggetto e, allo scopo di approprirsene, provare la volontà (saṃkalpa) e decisione (niścaya), di compiere una azione (karma) volta ad acquisirlo, tutti questi pensieri dipendono da ahaṃkāra e non possono essere attribuiti alla nostra vera natura (svarūpa). Poiché nel sonno profondo e in altri stati analoghi[1] non abbiamo alcuna relazione con ahaṃkāra, il fatto d’essere un agente (kartṛtva) non esiste, e ciò è stabilito sulla base dell’esperienza intuitiva.

Obiezione: In tal caso si può arrivare ad affermare che: 1) Non siamo responsabili per le azioni che compiamo. 2) Non esistono né compiere azioni né ottenere i meriti e i demeriti che ne derivano, né godere dei loro frutti. Che senso ha tutto ciò? Seguendo questo ragionamento si giungerebbe a dire che non esistono per niente né la Liberazione (mukti), che deve insorgere dallo studio del Vedānta né il legame (baṅdha) da cui ci si deve liberare per mezzo di questa mukti. Tutte queste cose ti vanno bene?

Risposta: Anche quest’obiezione sorge a causa della mancanza di discriminazione dei punti di vista vyāvahārika e pāramārtika. Dal punto di vista vyāvahārika, quando abbiamo una relazione con ahaṃkāra, appare in noi l’illusione - che le è associata - di essere degli agenti (kartṛtva) e dei fruitori (bhoktṛtva) delle azioni. Se osserviamo dall’angolatura empirica, non è possibile affermare che i concetti di dharma e il suo opposto adharma non esistano. Infatti nei nostri śāstra le ingiunzioni (vidhi) e le proibizioni (niśedha) sono state imposte solo allorché s’assume questo punto di vista. Ovvero, da questo punto di vista, nessuno dei concetti, come merito (puṇya), demerito (pāpa) e salvezza (svarga, cieli), è falso. Ma se osserviamo intuitivamente dal punto di vista pāramārtika, allora noi non abbiamo alcuna relazione con ahaṃkāra; e in noi non esiste nemmeno alcuna caratteristica agente (kartṛtva). Quando tagliamo un albero con un’ascia, quest’ultima si muove su e giù senza spostarsi. Infatti è la mano di colui che taglia a cambiare di posizione. Ma non possiamo dire che usiamo l’ego (ahaṃkāra) per mezzo di kartṛtva, come l’ascia dell’esempio. Perché quando compiamo un’azione, sebbene ci siano alcuni mutamenti o cambiamenti in ahaṃkāra, nella nostra reale natura (svarūpa) non avviene alcun cambiamento. In verità noi siamo la Coscienza-Testimone (ossia stiamo oggettivando) sia dell’ahaṃkāra sia delle sue mutazioni. Il fatto d’agire e di fruire di ahaṃkāra è erroneamente sovrapposto a noi a causa dell’illusione (bhrānti), e non esiste realmente nella nostra natura essenziale. Ora tutto diventa chiaro per quel che riguarda le funzioni empiriche della limitazione (baṅdha) da cui ci si deve liberare con il mokṣa. Come risultato della relazione fra ahaṃkāra e il nostro vero Sé, provocato dall’ignoranza (avidyā), si sono prodotte le diverse triadi del legame karmico, composto da azioni (kriyā), mezzi dell’azione (kāraka) e risultati dell’azione (phala), e del legame della conoscenza duale, composto da conoscitore (jñātṛ), conoscenza (jñāna) e conosciuto (jñeya). Per questo motivo l’insegnamento vedāntico per cui ci si deve liberare dall’ignoranza (ajñāna) e raggiungere la Conoscenza (jñāna), per mezzo dell’ascolto della dottrina (śrāvaṇa), riflessione su di essa (manana) e contemplazione (nididhyāsana), al fine di sciogliere il legame (baṅdha), è valido anche dal punto di vista empirico (vyāvahārika). Ma quando si osserva intuitivamente dal punto di vista assoluto (pāramārtika), dato che allora non si ha alcuna relazione con l’ego (ahaṃkāra), la nostra vera natura essenziale non è limitata da alcun legame (baṅdha) né è liberato da alcunché. Quindi, anche le distinzioni di limitazione (baṅdha), iniziato (sādhaka), metodo (sādhana), Liberazione (mokṣa) ecc. dal punto di vista pāramārtika non esistono affatto e proprio in questo consiste il più elevato insegnamento vedāntico (paramsiddhānta). Questo insegnamento così profondo è la cosa più desiderabile di tutte, perché nella visione pāramārtika nessuna cosa desiderata (iṣṭa) o non desiderata (aniṣṭa) esiste minimamente. Solo Paramātman esiste unico e non duale nella sua suprema gloria.

Obiezione: Se dici che il fatto d’agire (kartṛtva) e di fruire (bhoktṛtva) degli effetti prodotti, che esistono in ahaṃkāra, sono di fatto sovrapposti ad Ātman, questo non ci induce a dire che ahaṃkāra è cosciente e senziente?

Risposta: Se osserviamo attentamente, visto che Ātman è eternamente libero (nityamukta), in lui non ci può mai essere alcun kartṛtva. Analogamente, poiché ahaṃkāra è perennemente insenziente (nityajaḍa), anche ahaṃkāra non ha alcun kartṛtva e bhoktṛtva. Ciò nonostante, dal punto di vista vyāvahārika, compare la facoltà d’agire (kartṛtva), in quanto in ahaṃkāra si producono cambiamenti, mentre in Ātman non c’è mai alcun cambiamento. Allora, e soltanto dal punto di vista grossolano (sthūla dṛṣṭi), ahaṃkāra stesso è considerato come fosse un soggetto agente (kartṛ). Questo è quanto.

Obiezione: Non è vero che Ātman passa da uno stato a un altro? E che quando va in sonno profondo egli rimuove ahaṃkāra e kartṛtva, e quando torna alla veglia egli li riassume? In questo senso, non ti pare che in lui ci sia kartṛtva?

Risposta: Ātman non va né viene da nessuna parte. Né assume qualcosa, e nemmeno rimuove qualcosa. Proprio come in cielo, anche se le nuvole vanno e vengono, lo spazio rimane immutato, puro e incontaminato, così egli rimane completamente immutato, puro e immacolato nella sua natura di Coscienza pura (caitanya svarūpa), benché ahaṃkāra e kartṛtva appaiano illusoriamente sovrapposte ad Ātman a causa della sua māyā. Abbiamo ripetutamente affermato che né i tre stati (trayāvasthā) né i fenomeni come ahaṃkāra e kartṛtva, che appaiono in quegli stati di coscienza, sono assolutamente reali. Se ricordiamo e facciamo nostra questa verità suprema e profonda che emerge potentemente alla nostra mente e al nostro intelletto, allora nessuna sovrapposizione o illusione d’essere un agente e un fruitore dei risultati delle azioni kartṛtva e bhoktṛtva potrà mai apparire reale nell’Ātman.

 

W) Perciò io sono Śiva

Quando consideriamo la somiglianza tra i tre esempi della corda e il serpente, del sogno e del riflesso nello specchio, e li associamo con Ātman, e osserviamo questa nostra riflessione dal punto di vista dell’esperienza intuitiva, allora ci appare molto chiaro che noi non siamo un individuo (jīvātman) esistente nel mondo (jagat). A seconda del grado di fermezza di questa cognizione, si radica in noi l’esperienza o coscienza intuitiva d’essere in verità Paramśiva, eternamente puro (nitya śuddha), pienamente completo (paripūrṇa) non duale (advitīya), che è la nostra natura reale, cosciente e beata (saccidānanda svarūpa). Coloro che hanno sostegno e forza da questa esperienza intuitiva, saranno liberi dalla paura e saranno vibranti di coraggio. Rifuggendo da comportamenti licenziosi, adotteranno spontaneamente una retta condotta; saranno liberi dall’incapacità di discriminare e, in un certo senso, raddoppieranno la loro capacità di discriminazione. Ingiustizie, colpe e demeriti scompariranno da loro e, invece, diventeranno ornamento del loro cuore qualità pure come il senso della giustizia, la compassione e la premura a procurare felicità a tutte le creature. Ozio e indolenza si trasformeranno in zelo a favore degli altri. In nessuna parte cui rivolgano la loro attenzione ci sarà sofferenza e ovunque testimonieranno il gioco cosmico (līlā) di Parabrahman, che è per sua natura Vero, Cosciente e Beato (satya jñānam ānanda svarūpa). Questa conoscenza benefica e auspiciosa d’essere in verità Śiva, dovrebbe essere raggiunta da tutti. E, allorquando non insorgesse immediatamente, dovremmo almeno cercare di acquisire la corretta purificazione della mente per poi poter accedere a questa beata Conoscenza del Sé.

 

Oṃ  Tat  Sat

 

 

[1] Lo svenimento, il coma, il samādhi ecc [N.d.T.].