2- Dissoluzione dell’illusione del Jīvatva

 

Se siamo davvero Śiva svarūpa, se siamo proprio dell’essenza dell’Assoluta Realtà, allora com’è che sorge questo errore che ci fa credere d’essere anime trasmigranti (jīva)? Qual è la ragione per la quale piacere e dolore (sukha e duḥkha) che non esistono affatto in Śiva svarūpa, appaiono come realmente esistenti? Se si afferma che non esistono affatto, qual è allora la ragione per cui agli uomini sembrano realmente esistenti? Quando anche i vedāntin, che pure affermano di non essere jīva e che il jīvātman stesso è una concezione erronea, compiono azioni quotidiane come tutti gli altri, che prova (pramāṇa) abbiamo per affermare che il loro jīvātman è stato eliminato? Tale dubbio può sorgere nelle menti di alcuni di noi, se non di tutti. Come risposta a queste domande il secondo verso afferma:

 

2. Proprio perché la corda non è conosciuta correttamente come corda, in essa appare un serpente. Similmente, poiché il nostro Ātman non è intuito e conosciuto come realmente è, in esso appare questo jīvatva. Come quando i jñāni riconoscono che l’oggetto davanti a loro è una corda, così quando insegna un autentico maestro, lo śiṣya realizza: «Io non sono un jīva: in realtà sono solo Śiva.»

 

Commento: Siamo ingannati da bhrānti, cioè dall’illusione d’essere jīva perché non conosciamo la nostra vera essenza. Quando intuiamo la nostra vera essenza, questa illusione scompare. Facciamo un esempio: a noi tutti può capitare l’esperienza di confondere una corda che giace a terra nella penombra con un serpente. Non è forse vero che questa illusione sorge perché non abbiamo riconosciuta la reale natura della corda? Finché persiste l’illusione, appare un serpente e solo un serpente. Ma nel momento in cui abbiamo l’esperienza conoscitiva che si tratta solo d’una corda, questa illusione scompare totalmente, senza lasciare alcuna traccia del serpente in nessun luogo e in nessun tempo. Proprio come nell’esempio il serpente appare in quanto risultato di un’illusione, così nell’insegnamento esposto, l’idea di essere un individuo (jīvātva) è soltanto un’apparenza causata da una sottile illusione. In questo consiste l’insegnamento iniziatico (siddhānta) del Vedānta.

Esaminiamo in forma ancora un po’ più dettagliata lo stesso esempio. Cos’è quella cosa che è apparsa come serpente sulla corda come risultato di bhrānti? Quella cosa è diversa dalla corda? No, perché quando avviene la corretta conoscenza, allora sorge l’esperienza cognitiva (pratyaya anubhava) a confermarci che «Questa è solo una corda, non è un serpente». Nessuno afferma mai che un serpente reale appare durante il nostro bhrānti; perché quando quell’illusione è rimossa, nessuno andrà a cercare dove mai sia andato a finire il serpente. E nessuno ha visto o udito qualcuno che sia morto a causa del morso di una corda-serpente. Anche quando una persona inciampa per caso in una corda è spaventata dalla seguente falsa credenza: «Ho inciampato in un serpente, sono stato morso, perciò sono stato avvelenato». In tal caso costui potrebbe perfino morire [per lo spavento]. Ma anche allora non potremmo affermare che la sua morte sia stata causata da un reale morso di serpente. Non è nemmeno accettabile la credenza che durante quella percezione sensoriale la mente abbia davvero trasformato la corda in un serpente, perché nessuno può pensare seriamente che il manas abbia un tale potere. Invero, riconoscere che in quell’occasione non esisteva alcun serpente, in quanto c’era soltanto una corda, è una prova sufficiente per convincerci che anche mentre c’era l’illusione non esisteva affatto alcun serpente reale. Pensare che durante l’illusione la corda stessa si fosse trasformata in un serpente sarebbe il massimo dell’impudenza, perché se le cose potessero abbandonare da sole la loro natura essenziale e trasformarsi nella natura essenziale di altre cose differenti, allora in questo mondo nessun fatto empirico degno di questo nome potrebbe essere preso sul serio e, in tal caso, regnerebbe il caos[1]. In quel caso non esisterebbe la regola per cui lo yogurt deve essere solo prodotto dal latte; né, di converso, ci sarebbe la regola per cui il latte è ciò che produce lo yogurt. Allora, in certi casi, anche l’acqua potrebbe diventare yogurt; e in altre occasioni il latte, mischiato a un agente di fermentazione, potrebbe diventare acqua! Se ci fossero tali condizioni e quindi un totale stato di caos, come potrebbero gli esseri umani svolgere la loro routine quotidiana e come potrebbero agire, basandosi su tali convinzioni? Possiamo affermare che nella corda sia esistita una piccola parte o un’ombra di un serpente e che essa, quando eravamo in preda all’illusione, appariva come serpente? Questa è un’opinione insostenibile. Inoltre, nessuna persona intelligente e saggia potrebbe mai dimostrare che se una certa cosa è parzialmente contaminata dalla sostanza di un’altra cosa, quella piccola parte contaminata possa apparire illusoriamente sotto una forma diversa, a seconda del momento o della situazione. Neppure potrebbe affermare che in un particolare momento di bhrānti sia realmente venuto a esistere un serpente e che, non appena l’illusione sia scomparsa, il serpente muoia. Tutto ciò contrasta con l’esperienza generale. Quando vediamo un serpente ci si interroga forse se quello sia un serpente, oppure se sia soltanto un’illusione? Alcuni sostengono che quando vediamo una corda e affermiamo di vedere un serpente, ciò accade perché ne abbiamo il ricordo in memoria. Anche questa non è una conclusione appropriata, perché non c’è alcuna ragione per cui il serpente debba apparirci solo perché abbiamo il ricordo d’un serpente. E ancora, perché la corda dovrebbe scomparire solo perché noi ricordiamo un serpente? A questa domanda, i sostenitori della teoria precedente non possono dare alcuna risposta convincente. In quella circostanza, noi non diciamo: «Io ricordavo un serpente», ma invece descriviamo la nostra percezione così: «Io ho visto un serpente». Cioè la nostra esperienza contraddice sia la deduzione precedente sia la mera finzione dell’immaginazione. In ogni modo, nell’esempio non c’è affatto un serpente reale e nemmeno esiste un ricordo di esso. Ma anche in questo caso, sotto l’incantesimo dell’illusione, noi abbiamo l’esperienza condivisa d’aver visto un serpente. Come si risolve questo problema?

Noi rispondiamo che è falso che il serpente sia venuto a essere. A coloro che, nella penombra, non riconoscono correttamente la corda come corda, quella corda appare proprio come serpente; ma non è che nella corda esista veramente un serpente. Durante l’illusione, il serpente non nasce né viene a essere; e dopo che la corretta conoscenza è stata raggiunta, il serpente non scompare veramente.

Questo insegnamento spirituale dello śāstra è confermato dalla conoscenza e non dalla credenza, perché conduce a riconoscere di aver sbagliato, di aver preso erroneamente la corda per un serpente. Perciò il serpente era solo un’idea, mentre solamente la corda è la realtà. Soltanto ciò può essere affermato definitivamente. Ma cercare una causa per il serpente proiettato dalla bhrānti non è né ragionevole né esatto.

Alcuni vedāntin del giorno d’oggi affermano che un certo potere chiamato avidyā o ajñāna si basa sull’Ātman. Ogni oggetto che esiste in vyavahāra, ossia nel mondo dell’azione, sarebbe ricoperto da una parte di ignoranza (ajñāna aṃśa). Se un certo oggetto è conosciuto per mezzo di jñāna, questa maschera sovrapposta o questo potere coprente, scomparirebbe. La ragione che fa apparire la corda come serpente a causa della falsa conoscenza (bhrānti) consisterebbe nel fatto che in quel momento quella parte di ignoranza (ajñāna aṃśa) che sta nella corda si trasforma in serpente: l’ajñāna aṃśa, ossia l’altra parte d’ignoranza che esiste in chi guarda, si trasforma nella percezione o “conoscenza” del serpente.

L’avidyā che è menzionata in questa teoria non ha riscontro nell’esperienza di nessuno, e non è affatto menzionata da nessuna parte nel Bhāṣya di Śaṃkara. Quella corda-serpente, a cui si rifanno i sostenitori che riconoscono la teoria che “avidyā ricopre o avvolge Ātman”, non è per nulla accettata; quell’esempio e la loro interpretazione non sono validi né pertinenti in questo contesto. Poiché questa è una teoria molto discussa negli ambienti vedāntici che non desideriamo trattare in questo commento scritto per guidare i jijñāsu[2].

Dobbiamo dunque interpretare correttamente l’esempio della corda e del serpente: vale a dire che, quando cerchiamo di capire l’adhyāsa sovrapposto al nostro Ātman, dobbiamo comprendere che esso esiste a causa della bhrānti o illusione. Che noi siamo jīva, è veramente soltanto bhrānti. Non è che il jīvatva veramente esista in realtà: questa bhrānti persiste per il fatto che noi non conosciamo il nostro svarūpa. La corretta conoscenza è che noi siamo sempre eternamente solo Śiva svarūpa.

Obiezione: non è esatto dire che la corda sia oggetto della coscienza-conoscenza, mentre il serpente appaia soltanto. La regola vuole che quello che appare sia esso stesso un oggetto. Perciò, in questo caso, sembra corretto affermare che un certo serpente appare da solo. Altrimenti, se si respinge l’esperienza generale, si potrebbe anche sostenere che il fenomeno, ossia l’oggetto che appare, sia una cosa e che l’oggetto vero sia un’altra. Ma allora, quando si guarda un uomo si potrebbe vedere un fiume, quando si guarda una collina si potrebbe vedere una città, e quando si guarda un elefante, una gallina. Ma nella nostra esperienza non è mai così.

Risposta: Non c’è una regola fissa per cui abbiamo sempre l’esperienza di un oggetto così com’è. Per spiegarci meglio, se affondiamo una mano in acqua fredda e l’altra in acqua calda, quando le tiriamo fuori e le immergiamo tutte e due in acqua tiepida, allora alla mano che è stata immersa in acqua fredda, quella tiepida appare calda, e alla mano che è stata nell’acqua calda, la tiepida appare fredda. Sebbene l’acqua tiepida abbia un’unica temperatura, dato che non può avere diversi gradi di calore contemporaneamente, tuttavia ci pare che abbia gradi di calore diversi, a causa della bhrānti. Coloro che si ostinano ad affermare che un oggetto deve esistere come appare, affermeranno dunque che in una medesima acqua esistono temperature diverse. Questa teoria è inaccettabile. Oltre a ciò, è esperienza comune che la conoscenza sia di due tipi, quella corretta e quella errata.

Nella conoscenza corretta l’oggetto appare com’è, e nella conoscenza errata appare in forma diversa. Stando così le cose, sostenere contro l’evidenza che ciò sia sbagliato e che in realtà dovrebbe essere diversamente, non può esser mai giustificabile. Quindi il problema che la corda appaia essere un serpente a causa dell’errore, è la conclusione corretta.

Obiezione: Come si può dire che sia sbagliato credere che il serpente esista veramente durante il periodo in cui appare? Se fosse sbagliato, allora, quando appare la corda quale prova si potrà apportare per sostenere la reale esistenza della corda?

Risposta: A questo abbiamo già risposto. Sebbene nel corso dell’illusione sia apparsa come un serpente, quando si addiviene alla corretta conoscenza si ha la chiara convinzione, basata sull’esperienza, che si tratta soltanto d’una corda. In essa non è mai esistito un serpente. L’esperienza di aver visto un serpente in verità era un’illusione. Ma la conoscenza della corda non è affatto così; nessuno mai arriva ad affermare: «questa non è una corda». Perciò quella è proprio la corretta esperienza. Invece, l’esperienza che può essere eliminata e smascherata non può essere reale.

Obiezione:  Che dire del caso in cui un’illusione sia cancellata da un’altra illusione? Per esempio: da lontano un uomo può pensare che per terra ci sia una fenditura e quando s’avvicina s’accorge che è soltanto un bastone. Infine, avvicinandosi ancor di più, constata che è solo una corda. In questo esempio la conoscenza del bastone ha rimosso la conoscenza della fenditura; pur tuttavia, nemmeno il bastone non era reale. Come si risolve questo problema?

Risposta: Il tuo esempio sostiene proprio la dottrina per cui quello che è smascherato e rimosso, non è reale. È vero che non c’è una regola fissa per cui la conoscenza che annulla un’altra debba essere sempre reale; ma questo non vuol dire che la gente non possa mai conoscere l’esistenza dell’oggetto finale che non può essere rimosso. Il serpente che appare nella corda, per la persona ingannata è effettivamente un serpente, sebbene ad altri appaia come una corda. Ma, una volta esaminato, anche a colui che erroneamente aveva pensato fosse un serpente, apparirà essere una corda. Dato che, sia la corda sia la cognizione che essa è una corda non sono mai contraddette, la gente, come regola generale, considera che questa è una corretta conoscenza nell’esperienza empirica. In questo contesto abbiamo usato l’esempio della corda e del serpente, considerando la corda come reale come è generalmente accettato da tutti. Ma, in ultima analisi, non è affatto nostra opinione che la corda possa essere realmente inconfutabile (abādhya) e che, a nostra conoscenza, non possa essere mai contraddetta. Infatti, i vedāntin affermano che solo l’Ātman è l’ultima assoluta realtà e che sia jīvatva sia jagat sono conoscenze erronee.

Perciò se è messa in discussione anche la realtà della corda, che è supporto o sostrato per il serpente, non c’è alcuna contraddizione con il loro insegnamento. Dato che nella loro dottrina (siddhānta) l’intero mondo duale è falso, irreale (mithyā), perfino la corda inclusa in quel mondo è essa stessa mithyā. La corda è comunque una vyāvahārika sattā, una realtà empirica, mentre il serpente che appare in essa a causa di bhrānti non è affatto altrettanto reale, essendo solamente una apparenza provvisoria (prātipathika dṛśati). Fra la corda e il serpente, questa differenza continuerà sempre a esistere.

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[1] Come affermano sconsideratamente i sostenitori della “casualità” dell’evoluzione secondo l’ipotesi darwiniana e neo-darwiniana [N.d.T.].

 

[2] Coloro che fossero interessati ad approfondire l’argomento potranno leggere il nostro testo sanscrito Mūlāvidyānirāsaḥ athavā Śrī Śaṃkarahṛdayam [Bangalore, APK, 2009].