23. Gesù il Cristo

L’uso popolare ha fatto del binomio Gesù Cristo una sorta di nome e cognome. Nulla di più errato: Cristo in greco significa “Re unto”[1]. Si tratta dunque della esatta traduzione del termine ebraico Messia (Ebr. māšīāḥ), e questo ci indica con precisione quale fosse la funzione di Gesù agli occhi dei suoi discepoli. Il Re che diventava tale per ereditarietà o per acclamazione, doveva essere confermato da parte dei sacerdoti del Tempio per mezzo del rito dell’unzione: Nel Tempio era conservata una ampolla di olio consacrato che era usata per “ungere” la testa di ogni persona che fosse nata nella tribù sacerdotale di Levi per dedicarsi al culto del loro Dio come sacerdote (Ebr. kohen). Solamente i più degni sovrani, che dovevano appartenere alla tribù guerriera di Giuda, erano scelti dai sacerdoti per essere unti Messia. In questo modo il Re assumeva anche alcuni poteri sacrali tipici del sacerdozio[2].

Gesù apparteneva alla tribù di Giuda da parte di padre e a quella di Levi da parte di madre. Questo spiega come nel corso della sua breve vita pubblica ogni tanto egli si comportasse da pretendente al trono dei Giudei e altre volte come un Messia sacerdotale. Il leggendario cristiano ha sottolineato questa duplice origine con il racconto dell’adorazione dei Re-magi. In questo modo il bambino Gesù[3] veniva riconosciuto come pari da tre Re venuti da oriente, che erano anche dei sacerdoti (magi[4]).

Fino all’età di trenta anni Gesù non compì alcuna azione pubblica. Non è probabile, però, che egli avesse compiuto in quegli anni degli studi religiosi e che avesse ottenuto il titolo di rabbi, dottore della legge, come spesso è chiamato nel Vangelo. Egli doveva però essere diventato un rabbi Nazareo[5] e aver frequentato gli zeloti[6]. Il battesimo di Gesù, che è l’episodio che dà inizio alla sua vita pubblica, non fu soltanto un rito iniziatico nazareo, ma fu chiaramente un evento concordato con Giovanni Battista[7], in modo tale da compiere con le profezie dell’Antico Testamento. Si ritirò, poi, per quaranta giorni nel deserto a digiunare e pregare come facevano gli Esseni[8], e lì fu tentato dal Diavolo.

Finito quel periodo di preparazione spirituale, Gesù ritorno a condurre una vita sociale. Da quel momento Gesù cominciò a predicare il prossimo avvento del Regno di Dio sulla terra, assecondando l’aspettativa dei giudei della venuta del Messia e del domino del “popolo eletto” su tutto gli altri popoli. Egli stesso non si proclamò mai scopertamente Messia, ma neppure mai lo negò, lasciando ai suoi seguaci la responsabilità di dichiararlo alle masse. Inoltre Gesù assunse appositamente un comportamento e compì delle azioni in modo che “si adempissero le profezie”[9] bibliche sulla venuta del Messia. Radunò attorno a lui un gruppo di dodici apostoli e settenta o settantadue discepoli, scelti tra le classi più povere e umili della Galilea. Molti erano pescatori, altri esattori delle imposte, o zeloti che vivevano alla macchia. Dapprima li mandò a fare proselitismo tra gli ebrei della diaspora, proibendo loro di predicare a eretici o a stranieri. “Vi mando come pecore tra i lupi; perciò siate astuti come serpenti e prudenti come colombe.”[10] Questo primo tentativo di farsi riconoscere fu fallimentare perché i suoi seguaci tornarono indietro senza aver convertito nessuno. Per questa ragione Gesù maledisse le città che avevano rifiutato il suo messaggio[11]. Cambiò allora i suoi piani, decidendo di farsi riconoscere Re nel cuore della Giudea, a Gerusalemme.

Preparandosi a entrare a Gerusalemme come Re dei Giudei per farsi ungere Messia dai sacerdoti del Tempio, Gesù disse ai suoi seguaci: “«Chi ha una borsa o una bisaccia la prenda con sé; e chi non ha una spada venda il suo mantello e se la compri. Perché vi dico che deve compiersi ciò che di me sta scritto: si è accompagnato a dei banditi. Infatti si sta compiendo [la profezia] che mi riguarda.» E quelli gli dissero: «Maestro, ecco qui due spade.» Ed egli disse: «Questo mi basta.»“[12] Infatti come tutti gli zeloti, essi dovevano essere sempre armati della corta spada chiamata sica, che facilmente poteva essere nascosta sotto i vestiti. Non per nulla Gesù aveva dichiarato: “«Non dovete credere che sono venuto a portare la pace sulla terra, ma la spada.»“[13]

Infatti durante l’arresto di Gesù i suoi discepoli reagirono e S. Pietro con la sua spada mozzò un orecchio d’un servo del Sommo Sacerdote. Ma visto il numero soverchiante di soldati romani e di guardie del Tempio, Gesù diede ordine di deporre le armi: “«Rimetti la tua spada, perché quelli che impugneranno la spada moriranno di spada»“[14]

Come si può notare Cristo non fu certamente pacifista, come vuole l’interpretazione cristiana moderna. Gesù scelse i giorni festivi precedenti la Pasqua per entrare in Gerusalemme. In quell’occasione numerose folle provenienti della Giudea e dalla Galilea accorrevano in pellegrinaggio al Tempio. Quella folla lo acclamava come Re dei Giudei e lo scortavano festosa per entrare per la porta delle mura della capitale. I pellegrini stendevamo a terra i loro mantelli e foglie di palma perché le zampe dell’asino che Gesù montava non toccassero la strada infangata. Quella ricorrenza è chiamata “domenica delle Palme”. È probabile che i soldati Romani non intervenissero per non rovinare l’ambiente festivo giudaico e per non provocare incidenti con gli zeloti mescolati alla folla.

Gesù e i suoi entrarono allora nel cortile del Tempio, dove da sempre c’erano bottegucce che vendevano animali per il sacrificio e bancarelle di cambiavalute per l’uso rituale tradizionale. Egli, armato d’una frusta, cacciò i mercanti e fece rovesciare le loro bancarelle, impedendo che questi raccogliessero la loro mercanzia sparsa al suolo. Fu questo un chiaro tentativo di occupare il Tempio[15].

Il Vangelo dà una spiegazione morale all’avvenimento, ma non dice nulla sulla reazione dei guardiani del Tempio e della guarnigione romana che occupava la torre Antonia, proprio a lato del Tempio. Sta di fatto che Gesù e i suoi seguaci uscirono di nascosto dalla città per andare a passare la notte in campagna. Il giorno dopo rientrarono a Gerusalemme, ma questa volta in segreto, evitando ogni festeggiamento e manifestazione popolare. Evidentemente il colpo di mano per impadronirsi del Tempio era fallito. Da quel momento Gesù e i suoi discepoli rimasero a Gerusalemme nascosti.

In quelle giornate Gesù intensificò i suoi incontri con i suoi discepoli segreti, quelli che egli aveva iniziato all’esoterismo ebraico: Nicodemo, Giuseppe d’Arimatea e, soprattutto un misterioso kohen di nome Giovanni, nella cui casa si era rifugiato. Tuttavia la turbolenza che Gesù aveva scatenato aveva dato inizio a una vera rivolta con spargimento di sangue anche da parte di zeloti che non erano direttamente suoi seguaci. Intervenne l’esercito romano che soffocò l’ammutinamento e arrestò uno dei capi zeloti, Barabbas[16]. La popolazione giudea di Gerusalemme rimase delusa dall’inattività di Gesù, mentre considerò Barabbas un eroe. Visto il fallimento del suo tentativo di impossessarsi del trono del regno di Giudea, Gesù fu preso da scoramento e, nei giorni successivi, cominciò a pensare di svolgere il ruolo di Messia sacerdotale, abbandonando le sue ambizioni d’essere riconosciuto Messia-Re. Questa sua scelta di una direzione più spirituale fu interpretata dai suoi seguaci zeloti come un tradimento[17]. Giuda Iscariota decise di punire Gesù rivelando ai sacerdoti del Tempio dove si era nascosto.

Durante la notte le guardie del Tempio assieme a seicento soldati romani[18] entrarono nell’orto di proprietà del kohen Giovanni, dove si era nascosto Gesù assieme ai suoi apostoli e discepoli. Dopo una breve resistenza, Gesù fu arrestato e gli altri si diedero alla fuga. Portato davanti al collegio (il Sinedrio) dei kohen del Tempio, fu accusato di empietà e deferito al giudizio di Pilato, il governatore romano.

Pilato, svegliato all’alba, non trovò che Gesù avesse infranto alcuna legge dell’Impero. Inoltre voleva che i giudei risolvessero le loro beghe religiose tra di loro, senza coinvolgere l’autorità romana. Perciò, essendo Gesù galileo, lo mandò da Erode Antipa, Re di Galilea, che si trovava a Gerusalemme per celebrare la Pasqua, perché lo giudicasse. Invece Erode lo riconobbe come Re di Giudea, lo fece coprire di un manto regale, gli mise in testa la corona regale di spine e il tradizionale scettro di canna, e lo rimandò da Pilato[19]. I sacerdoti del Tempio, allora, accusarono Gesù di volersi proclamare Re di Giudea e di voler scatenare una guerra d’indipendenza contro Roma.

Il Governatore romano della Giudea controvoglia condannò Gesù a essere crocifisso. La crocifissione era la pena riservata ai ribelli dell’Impero e, come voleva la legge romana, il suo capo d’accusa fu scolpito su una tavola inchiodata sulla cima della croce: Jesus Nazarenus Rex Judæorum: Gesù Nazareo Re dei Giudei. Nella traduzione in ebraico, le iniziali delle quattro parole formarono il nome di Yehovah:  יהוה

Dopo poche ore di supplizio Gesù morì sulla croce e fu sepolto nella tomba di famiglia di Giuseppe d’Arimatea. I Vangeli narrano che due giorni dopo, cioè alla domenica di Pasqua, la tomba fu trovata spalancata e il corpo di Gesù scomparso. Da allora i cristiani esteriori hanno celebrato la resurrezione di Gesù dalla morte. Secondo S. Paolo Gesù “era disceso nelle regioni infernali della terra. Colui che discese è lo stesso che poi anche ascese ai cieli”[20]. Tuttavia la discesa agli inferi è un altro modo per indicare la morte iniziatica, ossia l’esperienza di morire rimanendo in vita. Basta pensare alla narrazione della discesa agli inferi di Naciketas nella Kaṭha Upaniṣad e al suo dialogo con Mṛtyu, per capire che questo esperienza deve essere spiegata nel corso della pratica di un sādhana[21].

Non può quindi avere alcuna relazione con la morte ordinaria (dehānta). Perciò la discesa agli inferi e la salita di Gesù al cielo deve essere accaduta durante il suo ritiro nel deserto. Infatti anche le tentazioni a cui Gesù fu sottoposto da parte del Diavolo sono simili a quelle che Mṛtyu fece a Naciketas per farlo desistere dalla sua ricerca del Brahman. Cioè l’offerta di diventare il Re di tutti i regni del mondo se Gesù avesse accettato di dedicarsi a praticare i suoi poteri (siddhi) invece di cercare la verità. Poiché la morte iniziatica avviene durante la vita è ovvio che questo avvenimento di Gesù avvenne mentre era vivo e sperimentava la morte interiore facendo tapas nel Deserto. La resurrezione di Cristo dalla tomba è quindi una erronea interpretazione essoterica di quella che fu una tappa fondamentale nel suo percorso di realizzazione spirituale. Infatti tutto quello che il Nuovo Testamento afferma a proposito di quello che successe dopo la “resurrezione” è confuso e contraddittorio.

Il fatto che Gesù risorto fosse riapparso ai suoi apostoli più intimi senza che quelli mai lo riconoscessero è la dimostrazione che il racconto descritto a posteriori è dubbio e incerto. Come si vedrà nei prossimi capitoli, l’interpretazione esteriore e superficiale di avvenimenti e realtà spirituali iniziatiche in un’ottica essoterica, hanno provocato non poche e gravi confusioni, scompensi e contraddizioni nella nuova dottrina cristiana.

Gian Giuseppe Filippi

 

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[1] Si deve ricordare che le uniche fonti originali che parlano esplicitamente di Gesù sono i testi del Nuovo Testamento della Bibbia che ci sono pervenuti soltanto nella loro versione greca, mentre gli originali aramaici ed ebraici sono stati fatti sparire. I testi del Nuovo Testamento sono i numerosi Vangeli, gli Atti degli apostoli, le Lettere degli apostoli e alcune Apocalissi (Rivelazioni). Con l’andare dei secoli molti di questi testi sono stati messi da parte e non più riconosciuti come autorevoli dalle autorità ecclesiastiche; sono i cosiddetti testi occulti, apocrifi.

[2] Si noti una certa analogia con il rito vedico di vājapeya.

[3] I cristiani danno una importanza particolare alla nascita miracolosa di Gesù da una vergine che non era stata fecondata dal marito, ma direttamente da Dio. In realtà questo miracolo non è stato affatto l’unico: S. Clemente di Alessandria nelle sue Stromata (I.15) accanto al concepimento prodigioso di Gesù, cita anche quelli di Platone e di Buddha. S. Clemente conosceva bene il pitagorismo; inoltre ad Alessandria nel I-II secolo dC esisteva un monastero buddhista. Concepimenti miracolosi erano ben noti fin dall’antichità tra le civiltà non monoteistiche, come quello di Zoroastro tra i persiani, Hou Chi, Lao Tzu e Confucio tra i cinesi, Pitagora e Orfeo tra i greci e Śrī Kṛṣṇa tra gli hindū.

[4] Mago era il titolo con cui si denominavano i sacerdoti nella religione di Zoroastro.

[5] Gesù fu chiamato nazareo certamente per questa ragione e non perché aveva vissuto per un periodo nello sconosciuto villaggio di Nazareth. “Un ramo uscirà dal tronco di Jesse e un rampollo (netser) spunterà dalle sue radici” (Isaia, XI.1) smentisce: “venne ad abitare in una città chiamata Nazaret, affinché si adempisse quello che era stato detto dai profeti «sarà chiamato Nazoreo» (Vangelo di S. Matteo, II.22-23)

[6] Quando Gesù era ancora un ragazzo quattro erano le correnti dell’ebraismo. Gli esseni, che conducevano una vita d’ascesi monastica lontani dalla società. I farisei conducevano una vita sociale seguendo molto strettamente le regole della legge esteriore (Tōrāh), ma seguivano privatamente una sādhanā iniziatica. Tutte e due queste correnti rappresentavano l’esoterismo giudaico dell’epoca ed entrambi potevano essere definite come nazaree. La terza corrente era quella degli zeloti, provenienti indifferentemente sia dagli esseni sia dai farisei. Gli zeloti non avevano alcuna attitudine contemplativa, ma predicavano e mettevano spesso in pratica la rivolta armata contro i non ebrei. Erano chiamati anche sicari perché andavano armati di una corta spada, chiamata sica, o iscarioti, assassini. I romani li consideravano dei volgari banditi e terroristi. Tra i discepoli di Gesù si riconoscono i rappresentanti di tutte e tre queste correnti. La quarta corrente era quella dei sadducei, che erano in maggioranza tra i kohanim del Tempio. Essi erano influenzati dalla visione misterica del mondo ellenistico e perciò avevano un punto di vista iniziatico di tendenza gnostica. I sadducei furono i più seri avversari di Gesù e furono loro che lo fecero imprigionare e giustiziare. Samuel G. F. Brandon, Gesù e gli Zeloti, Milano, Rizzoli Ed., 1983 (I ed. Unversiy of Manchester, 1967), pp. 43-47.

[7] L’accordo non fu difficile da stipulare dato che Gesù e Giovanni Battista erano secondi cugini.

[8] Però, a differenza degli Esseni, egli non passò tutta la vita nel deserto, né si astenne da bere vino e mangiare carne.

[9] Questa frase tra virgolette si ritrova ripetutamente nel Vangelo; questo ci fa capire che Gesù seguiva volutamente un copione prestabilito affinché la gente credesse ch’era il Messia.

[10] Vangelo di S. Matteo, X.1-19.

[11] Vangelo di S. Matteo, XI.20-24.

[12] Vangelo di S. Luca, XXII. 36-38.

[13] Vangelo di S. Matteo, X.34.

[14] Vangelo di S. Matteo, XXVI. 51-52.

[15] Vangelo di S. Marco, XI.7-19; Vangelo di S. Matteo, XXI.8-19; Vangelo di S. Luca, XIX.35-48; Vangelo di S. Giovanni, II.12-25. La spiegazione moralistica che i Vangeli danno è che i mercanti avevano trasformato il Tempio in un luogo di interessi lucrativi: “L’avete trasformato in una spelonca di ladri!” non ha alcuna ragione d’essere. Infatti i negozi che Gesù devastò con violenza erano del tutto necessari per l’attività sacrificale del Tempio. Inoltre, poiché la religione giudea era rigidamente aniconica, nel tempio era vietato l’uso di monete romane con l’effige dell’Imperatore. Quindi anche i cambiavalute erano necessari per fornirsi di monete prive di immagini. I Vangeli, quindi, chiaramente vogliono occultare il tentativo insurrezionale di Gesù.

[16] Barabbas invece di significare “figlio del padre” (Bar-abbas), nome privo di senso, vuol dire “figlio di un sacerdote del Tempio” (Bar-Rabbas). Questo spiega perché il suo arresto provocò tanta agitazione tra gli abitanti di Gerusalemme.

[17] Anche S. Pietro era tra questi: era infatti conosciuto come Simone lo zelota. Egli non volse del tutto le spalle a Gesù, come aveva fatto Giuda; ma per tre volte rinnegò il suo maestro nella notte in cui fu arrestato.

[18] Una coorte. Evidentemente il gruppo di seguaci di Gesù non era proprio considerato composto da pacifisti.

[19] I Vangeli danno una interpretazione di questo episodio come se si trattasse di una sacrilega presa in giro. Invece tutto fa pensare che quello di Antipa fosse un riconoscimento all’autenticità della pretesa al trono da parte di Gesù. Infatti la canna era lo scettro dei Re unti e corona di spine era chiamato il diadema degli antichi Re d’Israele. Non si trattava dunque affatto della sadica imposizione di un supplizio consistente nel circondare il capo con rami spinosi.

[20] S. Paolo, Lettera agli Efesini, 4.10.

[21] Nel nostro libro Discesa agli Inferi: la morte iniziatica nella tradizione Hindū, Aprilia, Novalogos, 2014, abbiamo paragonato i racconti della discesa agli inferi e l’ascesa ai cieli della tradizione hindū con numerosissime simili narrazioni iniziatiche: tra questi menzioniamo Naciketas, Bhṛgu, Uttaṅka, Buddha e Māra e, più recentemente, Ramaṇa Maharṣi per l’India, Odisseo, Orfeo e Persefone per la Grecia, Enea per Roma, Gesù e Dante per il Cristianesimo ecc.