22. Le origini del Cristianesimo

Come è stato scritto nel capitolo precedente, la Bibbia degli ebrei si identificava con la Legge (Tōrāh), composta da cinque Libri (Πεντάτευχος, Pentàteucos) attribuita a Mosé, ma certamente elaborata subito dopo il ritorno in Israele, ossia dopo il 520 a.C. Più tardi, a questo nucleo iniziale, si aggiunse una nuova parte chiamata Profeti: questi capitoli, scritti attorno al III secolo a.C. sono dedicati alle predicazioni e alle imprese dei profeti (Nevi’ìm).

Come il lettore ricorderà, la tradizione Greco-Romana distingueva nettamente i Misteri dai culti oracolari: i primi costituivano propriamente l’esoterismo, cioè il settore iniziatico della Tradizione, mentre gli Oracoli facevano parte dell’aspetto religioso-essoterico. Gli Oracoli erano proferiti da speciali ordini sacerdotali i cui membri si provocavano uno stato di transe per mezzo di varie tecniche. Durante la trance essi erano posseduti da una divinità che dava dei responsi sulle questioni private (la Pizia di Delfi), o sulla situazione cosmica generale (le Sibille) che erano loro sottoposte. Si trattava prevalentemente di profezie[1] riguardanti eventi futuri, e quindi facevano parte dei riti di possessione, di mantica e di divinazione, che la tradizione accuratamente manteneva distinti dai riti iniziatici di purificazione interiore.

Nell’ebraismo di epoca ellenistica, invece, i due domini si erano mescolati e i profeti si facevano possedere dallo “Spirito di Dio” che parlava attraverso la loro bocca[2]. Naturalmente l’argomento riguardava sempre le future glorie del “popolo eletto”, o le tribolazioni e ingiustizie che il “popolo eletto” avrebbe subito per colpa delle “nazioni”, interpretate come prove inviate da Dio[3]. I profeti erano dunque dei personaggi appartenenti a vie iniziatiche ebraiche, che si dedicavano a svolgere una funzione di guida, di ammonizione e di previsione per le masse esteriori. Non tutti gli iniziati però assumevano la funzione profetica: alcuni di essi si limitavano a fare una vita separata dalla società, vivendo di ascesi e celibato[4]. Questi ultimi, noti come Nazarei, potevano provenire da qualsiasi gruppo sociale. Quel che è certo è che assumendo una vita rigorosamente austera erano di fatto considerati pari in dignità ai sacerdoti[5]. A questo punto è lecito chiedersi da dove provenisse questa corrente iniziatica. Ora, se è chiaro che l’aspetto profetico era tipico del monoteismo ebraico, la trasmissione iniziatica vera e propria proveniva da un ambiente d’origine caldaica, ossia dai Misteri madianiti[6]. Con l’andar del tempo i profeti divennero sempre più rari, mentre i Nazarei, in questo caso chiamati anche Esseni, continuarono a costituire numerose comunità di eremiti. Appare dunque chiaro che Gesù fu chiamato Nazareno perché aveva assunto quel voto ascetico e non perché per un certo periodo aveva vissuto in uno sconosciuto villaggio chiamato Nazareth. Così Giovanni il Battista, uno degli ultimi profeti, è stato descritto sempre avvolto in un selvatico abito di pelliccia.

Nella letteratura profetica, nei Salmi e nel Libro del profeta Daniele si fa spesso menzione di un personaggio che sarebbe venuto in un prossimo futuro per sconfiggere tutte le “nazioni” e soggiogarle al dominio del “popolo eletto”. A questo misterioso personaggio è attribuito il titolo di “Messia”, l’unto del Signore. La sua venuta sarebbe coincisa con la fine dell’attuale ciclo storico e avrebbe dato inizio al lunghissimo Regno di Dio sulla terra. Ci si deve anche riferire alle interpretazioni rabbiniche per capire la funzione di questo personaggio misterioso. Anzitutto la venuta del Messia sarebbe stata annunciata da un profeta, presumibilmente Elia, ritornato miracolosamente sulla terra[7].

Il titolo di Messia, come abbiamo già scritto[8], è attribuito nella Tōrāh a un Re di Israele o di Giuda che fosse stato unto con un rituale sacerdotale. Perciò questo Messia futuro è stato prevalentemente descritto come un Re combattente, discendente di sangue dal re Davide e, quindi, appartenente alla tribù di Giuda. Tuttavia nel periodo compreso tra il II secolo a.C. e il II secolo d.C., la funzione regale ebraica fu usurpata dai sacerdoti. Perciò molte profezie di quel periodo alludevano alla futura venuta di un Messia sacerdote, discendente dalla tribù di Levi. In qualche caso la letteratura ebraica di quel periodo menziona due Messia, uno sacerdotale e uno regale, che avrebbero dovuto sancire la vittoria dell’ebraismo su tutto il mondo.

Naturalmente il Messia sacerdote, in questo caso, avrebbe svolto un ruolo sacro superiore a quello puramente militare dell’altro Messia. Alcuni scritti fanno del Messia guerriero e di quello sacerdotale un'unica persona. Oltre a queste idee incerte e talora contraddittorie si cita anche il caso di un eventuale Messia che sarebbe venuto per farsi uccidere. Dopo la morte sarebbe migrato in cielo dove avrebbe fondato un Regno dei cieli[9]. Tutti i testi però concordano nell’affermare che il Messia prenderà coscienza della sua missione solamente al momento dell’unzione. Perciò durante la prima parte della vita la sua vera personalità sarebbe in qualche modo occulta a tutti.

I secoli in cui questi testi profetici controversi furono redatti videro una febbrile attesa del Messia da parte degli Ebrei. Pareva che la fine del mondo fosse vicina e che la dominazione romana fosse il segno del massimo abominio a cui il mondo era stato sottoposto. Ovunque sorsero personaggi che profetavano la prossima venuta del Messia.

Alcuni anche si autoproclamarono Messia e la frenesia degli ebrei portò a una situazione politica sempre più instabile, con veri atti di ribellione, guerriglia e terrorismo nei confronti degli occupanti e delle classi dominanti ebraiche che collaboravano con le autorità imperiali. Invece nelle diverse città dell’Impero Romano dove erano disperse comunità di ebrei cominciò una azione missionaria molto aggressiva. Considerata la mentalità esclusivista giudaica, questo missionarismo non aveva lo scopo di convertire i “politeisti” al giudaismo, quanto piuttosto a farne dei semi-convertiti (ger-toshab), che accettassero la loro inferiorità e sottomissione al “popolo eletto”[10]. Essi anche intrapresero una attività di manipolazione dei testi della letteratura greca e romana interpolando frasi, paragrafi o capitoli di propaganda giudaica. Tutto ciò provocò una vasta reazione antisemita in tutto l’Impero: le accuse agli ebrei di essere adoratori dell’infernale Dio-asino si moltiplicarono[11]. Questa reazione ostile convinse sempre di più il popolo ebraico di essere arrivati alla fine dei tempi e della prossimità dell’arrivo del Messia.

Senza una conoscenza della situazione della Palestina del II-I secolo a.C. non è possibile farsi un’idea delle origini del cristianesimo, posto che Gesù era ebreo e che svolse tutta la sua attività nell’ambiente ebraico dei due regni di Giudea e Galilea[12] sotto l’amministrazione romana. Gesù non ammise mai pubblicamente d’essere il Messia atteso dagli ebrei, ma tutte le sue imprese stanno a indicare che lo credeva incrollabilmente. Questa consapevolezza egli la raggiunse quando fu battezzato da Giovanni.

Si trattò certamente di un rito di iniziazione nazarena o essenica[13], nel corso del quale, narrano i Vangeli, lo spirito di Dio scese su di lui. Gesù comprese allora d’essere il Messia e che Giovanni Battista era il “profeta Elia” che lo aveva preannunciato al popolo ebraico e che in quel momento lo aveva riconosciuto tale. La duplice discendenza materna dalla tribù di Levi e paterna dalla tribù di Giuda faceva di Gesù un Messia sia sacerdotale sia regale. Fu definito spesso Re dei Giudei dalla folla dei suoi seguaci, ed egli non respinse mai questo titolo. La sua riservatezza nell’autoproclamarsi Re era certamente dovuta al desiderio di non farsi notare dai dominatori Romani né dai sacerdoti del Tempio che di fatto collaboravano con i romani nell’amministrazione della Giudea. Certamente egli alimentò tra i giudei le speranze di una prossima sollevazione antiromana e l’inizio di un Regno del “popolo eletto” millenario che avrebbe dominato tutti i popoli della Terra. Si comportò sempre come Messia senza mai affermare palesemente di esserlo. Il titolo che i dodici apostoli e i settantadue (o settanta) discepoli gli attribuirono fu quello di Rav, maestro (Rabbi, mio maestro). Questo titolo ha due diversi significati: uno esteriore, che si attribuisce ai dottori della legge, esperti della Tōrāh, dei rituali e degli usi e costumi. L’altro senso di Rav è quello iniziatico, che corrisponde al sanscrito guru[14]. Poiché Gesù non seguì nessun corso teologico presso il Tempio o una qualsiasi sinagoga, è logico dedurre che nel suo caso Rav volesse dire maestro iniziatico (dīkṣāguru). È ben noto che Gesù insegnasse pubblicamente agli apostoli, ai discepoli e alle folle, mentre di notte si appartava con alcuni rari discepoli come Nicodemo[15], Giuseppe d’Arimatea[16] e il “discepolo da lui amato”[17], per insegnare loro dottrine segrete[18].

Il titolo che Gesù apparentemente si attribuisce più spesso è quello di “Figlio dell’Uomo”. I cristiani hanno scritto fiumi d’inchiostro per dare a questa denominazione un senso spirituale unico. Tuttavia è stato facilmente dimostrato che “figlio dell’uomo” nel linguaggio biblico non è un titolo, ma significa semplicemente “essere umano”; e Gesù lo usa come terza persona in luogo di “io”: “Però troverà fede sulla terra quando il figlio dell’uomo ritornerà?” significa semplicemente: “quando io ritornerò”[19]. Un altro titolo che Gesù talvolta usa per se stesso, ma che, per lo più, gli viene attribuito da altri è “figlio di Dio”. Allo stesso modo egli si rivolge a Dio chiamandolo Padre. Nella Bibbia ebraica ci sono tre usi di questo titolo. 1) “Figlio di Dio” è chiamato qualsiasi essere celeste o angelico; 2) Oppure è utilizzato comunemente per interpellare qualsiasi rappresentante del “popolo eletto”; 3) Infine, nella letteratura profetica diventa un titolo per alludere con rispetto a un Re o un Messia. È certo che il secondo e il terzo rappresentano il senso prevalente che si ritrova nel Vangelo. Gesù così affermava di essere pienamente membro della comunità religiosa israelita e, allo stesso tempo, faceva capire, a chi l’avesse compreso, di essere il Messia. Certamente l’interpretazione di “Figlio unigenito, generato e non creato” non corrisponde all’uso dell’epoca e deve essere considerata tarda poiché con esso si vuole identificare teologicamente il Gesù storico con il Logos divino; argomento di cui tratteremo in un prossimo articolo[20]. Il nostro prossimo impegno, infatti, sarà quello di descrivere in che modo la corrente cristiana dell’Ebraismo diventò una religione indipendente.

Gian Giuseppe Filippi

 

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[1] Dal greco προφημί (profemì), pre-dire.

[2] La prima confusione tra i due domini, in ambito greco, si verificò con lo gnosticismo.

[3] In seguito, verso il I secolo a.C., si aggiunse una terza parte, comprendente i Salmi e il Libro del profeta Daniele. Tra i Salmi il testo più lungo è il 104, che è un rifacimento dell’Inno ad Aton, cosa che mette in relazione l’ebraismo con l’eresia del Faraone Akhenaton.

[4] I Nazarei indossavano lunghi abiti bianchi, mentre, quelli che tra loro diventavano profeti i coprivano con villose pellicce di pecora.

[5] Elia Benamozegh, Gli Esseni e la Cabbala, Milano, Armenia Ed., 1979, pp. 69-75. La società ebraica era divisa in dodici tribù. Tra di esse di particolare importanza erano la tribù sacerdotale di Levi, i cui membri soltanto potevano diventare sacerdoti (kohanim) del Tempio di Gerusalemme, e la tribù di Giuda, da cui discendevano i Re e i nobili.

[6] Secondo l’affidabilissimo giudizio di Benamozegh, questa iniziazione fu trasmessa all’interno dell’ebraismo da Jetro, suocero “pagano” di Mosé. Ibid. pp. 77-78.

[7] Elia, secondo il racconto biblico, non sarebbe morto, ma rapito in cielo su un carro di fuoco. Egli dovrebbe dunque ritornare sulla terra alla fine dei tempi, annunciare la venuta del Messia e poi, alla fine, morire.

[8] Vedi www.vedavyasamandala.com, From Cosmos to Chaos, Ch. 21. The Semitic Religions.

[9] Geza Vermes, Jesus el Judio, Barcelona, Muchnik Ed., 1977 (I ed. Jesus the Jew, London, W. Collins Sons, 1973), pp. 140-154.

[10] Hugh J. Schonfield, Those Incredible Christians, London, Element Books Ltd., 1968, Ch. 3.

[11] Nel 160 a.C. Antioco Epifane, Re di Siria, conquistò Gerusalemme e penetrò nel sanctum del Tempio, dove trovò un idolo a forma d’asino (Tacito, Historiæ, V.6). Nel 63 a.C. il generale romano Pompo conquistò tutta l’Asia occidentale; anche egli entrò nel sanctum del Tempio di Gerusalemme dove vi trovò un idolo dalla testa d’asino (Publius Annius Florus, Epitome de Tito Livio, III.5.).

[12] Ricordiamo che da diversi secoli la terra degli ebrei era divisa in due stati tra loro rivali: Israele e Giudea, e più tardi Galilea e Giudea.

[13] Questa stessa tradizione iniziatica dell’Ebraismo durante il Medioevo fu conosciuta come Qabbalah (trasmissione orale).

[14] Nell’Islam il primo significato corrisponde a quello di qaḍi e di ‘ālim. Il secondo invece è definito pīr o shaykh di tariqa. Tuttavia è anche uso shara‘itico rivolgersi a un qaḍi o a un ‘ālim dandogli ugualmente il titolo di shaykh. Così in India anche i professori di scuola o di università spesso sono interpellati come guru, sempre in senso esteriore. È proprio in questo senso esteriore che i non-sacerdoti che hanno studiato i testi religiosi sono ancor oggi chiamati rabbini.

[15] Vangelo di S. Giovanni, III.1-21.

[16] Vangelo di S. Giovanni, XIX.38.

[17] Vangelo di S. Giovanni, XX.21-23. In seguito fu arbitrariamente identificato con S. Giovanni apostolo. Si trattava invece di un altro Giovanni, kohen del Tempio, cioè l’Evangelista.

[18] A questi tre discepoli segreti si possono aggiungere i tre fratelli Lazzaro, Marta e Maria, che svolgono un ruolo importantissimo a fianco di Gesù senza mai apparire né come apostoli né come discepoli. Tracce di questi insegnamenti iniziatici si ritrovano nei Vangeli apocrifi, che per questa ragione sono stati ufficialmente banditi dalla Chiesa. Contrariamente a quello che comunemente si crede, “apocrifo” non significa falso, ma “segreto” (Gr. ἀπόκρυϕος, apòkrüfos).

[19] Geza Vermes, cit., pp. 167-202.

[20] Ibid. 203-234.