26. Il primo secolo del Cristianesimo

Dopo che lo Spirito prese possesso dei loro cuori, gli apostoli e i discepoli del Cristo cominciarono ad andare in giro per villaggi e città compiendo guarigioni prodigiose[1]. Spesso nuovamente posseduti, parlavano lingue che non conoscevano[2]. Non erano i soli. In Palestina, quel periodo era segnato da agitazione, violenza e fanatismo religioso e ovunque agitatori sociali si proclamavano profeti o Messia, predicando il crollo dell’Impero Romano, l’avvento del Regno di Israele su tutta la terra e la prossima fine del mondo. Compivano prodigi, miracoli e magie. Gli ebrei di tutte le correnti partecipavano a questa atmosfera frenetica e spesso scoppiavano tumulti, ribellioni e atti di terrorismo. Questa follia influenzava anche le tante comunità di ebrei della Diaspora, residenti nelle grandi città dell’Impero. Questo contrastava con l’atmosfera generale di tutti gli altri popoli che facevano parte del vastissimo Impero Romano. La restaurazione della monarchia nella forma imperiale aveva garantito ovunque pace e prosperità. I sudditi di Roma riconoscevano nella pace romana (pax Romana) il favore degli Dei e consideravano l’Imperatore come un divino rappresentante del cielo sulla terra. Questo ambiente idilliaco era considerato come un ritorno dell’Età dell’Oro[3]. L’unica eccezione era la Palestina dove la follia degli ebrei e dei cristiani offuscava l’armonia imperiale. I romani avevano conquistato la Palestina nel 63 a.C. Avevano però lasciato il regno della Palestina alla dinastia ebraica degli erodiani. Si trattava perciò di un protettorato con ampia autonomia.

Anche se Erode il Grande diede ordine di ricostruire il Tempio di Gerusalemme, gli ebrei odiarono lui e i suoi successori perché avevano una mente aperta alla cultura greco-romana. Oggetto dello stesso odio furono anche i sadducei, i kohanim del Tempio che costituivano il Sinedrio, governo e parlamento dello stato ebraico, sospettati di collaborazionismo con i Romani. Davanti alle continue violenze provocate da nazarei e zeloti[4], i Romani assunsero per due volte il diretto controllo della Palestina nel tentativo di restaurare l’ordine.

La situazione era davvero grave: sicari, assassini e zeloti infestavano le città e i villaggi; le campagne erano devastate da briganti che approfittavano del caos generale per assaltare carovane e fattorie. La costa pullulava di barche pirate camuffate da barche da pesca[5]. Nazarei e farisei assalivano i sacerdoti del Tempio e le loro famiglie, e si combattevano tra loro oppure denunciavano i rivali all’autorità romana per disfarsi di loro[6]. La Chiesa si era strutturata a immagine del Sinedrio, perciò era fatale che tra il vero Sinedrio del Tempio e quello nazareo della Chiesa scoppiasse una rivalità spesso feroce.[7]

Gli apostoli avevano tentato di convincere gli ebrei delle comunità del medio oriente perché riconoscessero Gesù come Messia, ma gli ebrei continuavano a considerare il Messia come un Re trionfante, perciò non accettavano come tale Gesù, vinto e giustiziato. Perciò gli  apostoli preferirono convergere su Gerusalemme che era diventata sede del primo vescovado. Al contrario S. Paolo, più colto e con una preparazione iniziatica più profonda, continuava a riscuotere consensi e conversioni negli ambienti di ebrei e di semiconvertiti (ger-toshab) della Diaspora. Questi cominciarono a versare alla Chiesa di Gerusalemme la tassa che prima destinavano al Tempio. Con questi numerosi seguaci e con il loro peso finanziario, S. Paolo si presentò al primo Concilio cristiano di Gerusalemme. In quella riunione egli sostenne che l’antica legge mosaica era ormai abrogata e sostituita dall’insegnamento di Gesù e perciò si dovevano abolire le restrizioni alimentari, la circoncisione e l’intera legge esteriore ebraica. Chi aderiva al Cristianesimo doveva seguire solo gli insegnamenti di Gesù, Verbo di Dio, e abbandonare come superstizioni tutti gli usi e costumi precedenti. I cristiani, nuovo popolo eletto in senso spirituale, non dovevano più identificarsi con una singola razza. La sua abilità oratoria, la sua cultura, il prestigio di essere cittadino romano, gli appoggi delle comunità della Diaspora riuscirono ad aver la meglio sui rozzi apostoli recalcitranti. Certamente molti non accettarono di respingere la legge mosaica e così si formò una frattura tra la Chiesa paolina e la Chiesa nazarea. Quest’ultima a poco a poco rientrò nell’ebraismo fino a scomparire. 

Mentre la neonata Chiesa cristiana si spaccava nelle due fazioni paolina e nazarea, anche l’ebraismo regolare subiva la medesima sorte. Poiché i kohen del Tempio, gli unici veri sacerdoti[8] del Giudaismo, erano quasi tutti sadducei, i pochi sacerdoti della minoranza farisea avevano deciso di separarsi appoggiandosi alla classe degli scribi. Costoro non erano della tribù di Levi, quindi non appartenevano alla casta sacerdotale. Erano dei dottori della legge laici, provenienti dalle tribù di Giuda e Beniamino, che avevano studiato i testi sacri e che gradualmente erano diventati indispensabili per l’amministrazione dell’Ebraismo mosaico[9]. I farisei, con il loro appoggio, diedero nascita alle sinagoghe, luoghi di riunione che ben presto rivaleggiarono con il Tempio. Nelle Sinagoghe non potevano essere compiuti riti e sacrifici, perciò tutto si limitava a pubbliche preghiere, letture e prediche. Gli scribi tuttavia usurparono la benedizione del Sommo Sacerdote, che essi impartivano a conclusione delle assemblee. Con il passare del tempo anche nelle Sinagoghe i farisei di nascita sacerdotale scomparvero assorbiti dagli scribi che da allora assunsero il titolo di rabbini.

Nel frattempo gravi disordini scoppiarono in molte città dell’Impero. Nel 64 d.C. la stessa Roma fu devastata da un incendio che distrusse quattro quinti della città, che allora ospitava un milione e mezzo di abitanti. La responsabilità fu subito attribuita a ebrei e cristiani che così volevano realizzare una profezia ebraico-egiziana secondo la quale Roma sarebbe perita in un incendio. L’imperatore Nerone ordinò una indagine minuziosa e alla fine furono condannati a morte solo i cristiani che si dichiararono spontaneamente colpevoli. Poi l’Imperatore si prodigò per ricostruire la “capitale del mondo” (Caput Mundi)[10]. La repressione calmò le turbolente acque nelle città della Diaspora. Tuttavia nel 66 d.C. si scatenò a Gerusalemme una repentina rivolta sorta da futili motivi.​

Dopo alcuni primi successi i rivoltosi dovettero ripiegare e rinchiudersi in Gerusalemme. Alla guerra parteciparono due Imperatori: Vespasiano e suo figlio Tito. Fu una guerra sporca e crudele, in cui tutti combatterono contro tutti. Quando i Romani entrarono a Gerusalemme, gli zeloti si asserragliarono nel Tempio. Qui passarono a fil di spada i sacerdoti che accusarono di essere stati collaborazionisti dei Romani[11]. Poi il Tempio fu distrutto, di lui non rimase pietra su pietra e Tito fece uccidere gli ultimi sacerdoti superstiti.​ La guerra finì nel sangue com’era cominciata: Tito fece arrestare e giustiziare tutti i discendenti diretti di re Davide, in modo da impedire che qualcuno più si proclamasse Messia[12]. In questo modo l’antica religione ricevette un colpo dal quale non si sarebbe più ripresa: già in passato con la cattività babilonese i giudei avevano perso la pronuncia del nome del loro Dio, l’arca dell’alleanza[13] e dieci tribù del loro popolo con le relative funzioni sociali. Ora era distrutto il Tempio e la casta sacerdotale, il che significava la perdita del loro centro religioso, dei riti e sacrifici sacerdotali. L’ebraismo antico era morto e al suo posto rimaneva solo la nuova riforma rabbinica. Gli scribi-rabbini non si rifacevano direttamente alla Tōrāh come i kohen, ma ai commenti orali (Mishnah) e scritti (Gemara) della tradizione rabbinica, il cosiddetto Talmud, ch’essi considerarono ancor più sacri. Con la scomparsa del sacerdozio ebraico, anche le comunità essene, i cui membri erano prevalentemente della tribù di Levi, entrarono in crisi e scomparvero.[14] L’esoterismo giudaico continuò sotto forma di Qabbalah all’ombra delle sinagoghe e con trasmissione rabbinica.

In prossimità della guerra giudaica, il governo della Chiesa cristiana, cioè il Sinedrio nazareo, si rifugiò a Pella, per evitare arresti e rappresaglie da parte dei Romani, del Sinedrio del Tempio e delle diverse fazioni ribelli[15]. Tuttavia zeloti e sicari cristiani parteciparono attivamente all’insurrezione, tanto che, a fine guerra, i Romani li perseguitarono in tutto l’oriente dell’Impero. Il Sinedrio nazareo dovette nascondersi e subire in continuazione perdite di vite umane e diserzioni di fedeli. Roma facilmente soffocava rivolte guidate da qualcuno che si proclamava Messia. Era però molto più preoccupante per l’Impero il fanatismo di chi seguiva un Messia morto che doveva ritornare in vita miracolosamente, per vincere Roma e dominare l’intero mondo.

Nel resto dell’Impero le comunità ebraico-cristiane della Diaspora non parteciparono alla ribellione[16]. I motivi sono due: anzitutto quegli ebrei risiedevano da secoli in quelle città straniere e lì avevano i loro interessi, i loro beni e le loro reti commerciali; quasi tutti avevano perso l’uso dell’ebraico e dell’aramaico, in favore del greco e del latino e così erano stati profondamente influenzati dalla cultura ellenistico-romana. In secondo ordine veniva il timore per l’inflessibile punizione della giustizia imperiale, di cui avevano avuto prova nell’episodio dell’incendio di Roma.

La comunità ebraico-cristiana di Roma non aveva accolto con favore la predicazione di S. Paolo.​ Quando S. Paolo rimase per un paio d’anni agli arresti domiciliari a Roma[17], ricevette molte visite dei semi-convertiti, ma non di ebrei di nascita. Ma dopo la fine della guerra giudaica, gli ebrei romani si affrettarono ad assumere le dottrine di S. Paolo, che non erano ostili ai romani e che descrivevano Cristo non come un Re ebreo, ma come una manifestazione divina. Questo era un punto di vista molto più accettabile per i romani sia in senso religioso sia in senso politico. Le epistole di S. Paolo erano allora gli unici testi scritti del Nuovo Testamento. La comunità Cristiana di Roma le fece circolare in tutte le città dell’Impero, e questo spiega perché i Vangeli, che furono scritti almeno trent’anni più tardi, non fanno mai dire a Gesù di essere il Messia. In questo modo, dopo la scomparsa del Sinedrio del Tempio e dopo la dispersione del Sinedrio Nazareo, l’episcopato di Roma divenne egemone su tutti gli episcopati delle altre città dell’Impero. Alla fine del primo secolo d.C. Roma, capitale del vasto Impero, cominciava a imporsi anche come sede della più alta autorità cristiana, quella che assumerà poi il titolo sacerdotale romano di Pontefice Massimo, il Papa. L’antica religione mosaica così si spaccò in due nuove forme religiose: l’ebraismo riformato dei rabbini e la Chiesa cristiana di Roma.

Gian Giuseppe Filippi

 

[1] Si comportavano, dunque, da veri Terapeuti.

[2] Fenomeno ancor oggi molto diffuso tra religioni popolari d’Africa, America meridionale e Australia e in ambienti sciamanici e tribali dell’Asia e dell’America settentrionale. S. Paolo ridimensionò l’importanza attribuita a questi fenomeni (I Lettera ai Corinzi, 13)

[3] Nello stesso periodo anche in India accadeva qualcosa di simile con il regno Kuṣāṇa e con l’instaurazione dell’Impero Gupta.

[4] Tra i nazarei i cristiani erano prevalenti, mentre tra gli zeloti prevaleva la corrente ebraica.

[5] Come accade ancor oggi davanti alle coste della Somalia, del Golfo di Guinea, del Kerala, del Bangla Desh e dell’Insulindia.

[6] Così accadde a S. Paolo e S. Pietro.

[7] Per esempio il primo martire cristiano, S. Stefano, e il primo capo della Chiesa, S. Giacomo furono giustiziati da ebrei per ordine del Sinedrio.

[8] Dalla cattività babilonese, infatti, ritornarono in Israele solo due tribù su dodici: quella regale di Giuda e quella di Beniamino, composta da selvaggi guerriglieri. Con loro ritornarono anche alcuni sacerdoti nati nella tribù di Levi. Le altre dieci tribù scomparvero per sempre dalla storia ebraica. Probabilmente si sono mescolati ad altre popolazioni mesopotamiche perdendo così le loro caratteristiche distintive ebraiche.

[9] Solo coloro che erano nati nella tribù sacerdotale di Levi, potevano diventare sacerdoti kohanim per diritto nascita. Per questa ragione si dedicavano ai riti e sacrifici, delegando agli scribi lo studio e l’amministrazione del Tempio, considerate funzioni secondarie. Questo fece degli scribi dei servi-padroni.

[10] Lo storico romano Svetonio (70-126 d.C.), oppositore della politica imperiale, lanciò l’accusa che era stato Nerone a volere l’incendio. Calunnia che attraverso la letteratura cristiana ha continuato a essere creduta fino al giorno d’oggi. Massimo Fini, Nerone. Duemila anni di calunnie, Milano, Mondadori, 1993. L’altro storico romano, il senatore Tacito (55-117 d.C.), invece afferma che si trattò solo di voci diffamatorie.

[11] Vicente Risco, Historia de los Judios desde la destrucción del Templo, Barcelona, ed. Goria, 1944, pp. 54-57.

[12] Lo storico ebreo Flavio Giuseppe (37-100 d.C.) narrò l’ultima eroica resistenza di novecento zeloti arroccati nella fortezza di Massada. Essi avrebbero resistito per tre anni all’assedio romano decidendo alla fine di suicidarsi in massa. L’archeologia ha demolito questo episodio come falso storico. Naturalmente l’UNESCO ha dichiarato la fortezza “Patrimonio Mondiale dell’Umanità”. Ben-Yehuda, Nachmann, The Masada Myth. Collective Memory and Mythmaking in Israel, Madison, University of Wisconsin Press,1995.

[13] Cofano di legno di cedro e lamine d’oro che conteneva le tavole della Legge consegnate da Yehovah direttamente a Mosè. Essa era conservata nel santa sanctorum del Tempio; scomparve prima del VI sec. a.C.

[14] Soprattutto fu fatale per gli Esseni la seconda rivolta del 133, quando i farisei-scribi-rabbini li dichiararono eretici. Fu allora che abbandonarono i loro eremi presso il Mar Morto e si dispersero scomparendo dalla Storia. Essi fuggirono alla persecuzione nascondendo i loro scritti, i famosi manoscritti del Mar Morto riscoperti soltanto nel XX secolo. Hugh Schonfield, The Essene Odyssey, cit., pp. 124-125. Gli esseni nazarei, invece, continuarono a trasmettere le loro conoscenze esoteriche nella forma del monachesimo cristiano, rifugiandosi nei deserti del Vicino Oriente e dell'Egitto. Ibid. pp. 19-20.

[15] Hugh Schonfield, Jesus: Mesias o Dios?, Barcelona, ed. Martinez Roca, 1987 (I ed. Those incredibile Christians, Longmead (UK), Element Books Ltd, 1968), pp. 95-96.

[16] I giudei tentarono per altre due volte di scatenare la rivolta antiromana. Nel 115 d.C. in Egitto e Mesopotamia. E nel 132 d.C. in Palestina. L’esito fu devastante. La Palestina dopo la guerra era diventata un deserto e i pochi ebrei che erano rimasti vivi furono obbligati a una seconda Diaspora. Fino alla recente fondazione dello stato d’Israele, pochi gruppi sparuti di giudei rimasero ad abitare in quell’area disastrata, in minoranza rispetto agli altri abitanti di quell’infelice territorio.

[17] Condannato dagli ebrei, S. Paolo s’appellò all’Imperatore in qualità di cittadino romano. Portato a Roma, dopo due anni fu condannato a morte per decapitazione.