28. L’Impero Romano e il Cristianesimo

Come è stato descritto nel capitolo XIX di questa serie, l’Impero Romano, come istituzione, fu una gerarchia iniziatica che si sovrappose alla Repubblica, senza alterare la struttura di quest’ultima. L’Imperatore era il capo supremo dell’esercito e, allo stesso tempo, era il Gran Maestro delle iniziazioni cavalleresche. Tuttavia solamente un patrizio poteva essere Imperatore e, come tale, egli era anche capo della gerarchia iniziatica sacerdotale e della gerarchia del sacerdozio esteriore. Il primo magistero corrispondeva a Rex Sacrorum, Re di ciò che è sacro, come per esempio i sacrifici[1]; la seconda carica era quella di Pontifex Maximus, capo delle gerarchie sacerdotali minori che comprendevano i sacerdoti dei templi (sskr. mahānta o semplici pūjārī e arcaka), gli àuguri e gli arùspici. Perciò l’Imperatore rappresentava tutto ciò che era sacro nella religione romana sia a livello esoterico sia a quello essoterico, incarnando la funzione sacerdotale-patrizia e quella guerriera-cavalleresca quale garanzia della regolarità della Republica. L’Imperatore era dunque divino (Divus), perché rappresentava tutto ciò che è sacro[2].

Il rifiuto dei giudei di rendere onore a Roma, compiendo le dovute offerte alle immagini dell’Imperatore, fu ritenuto dai Romani come una ribellione alla missione della Pax Romana. I giudei consideravano che l’unico Re da loro riconosciuto fosse il loro Dio Yehovah, rifiutando in modo esasperato qualsiasi riconoscimento all’autorità dominante[3]. I cristiani ereditarono dai giudei questo atteggiamento fanatico e perciò incorsero nella medesima malevolenza da parte dell’Impero. Quello che però i Romani non riuscivano ad accettare era il rifiuto dell’omaggio all’Imperatore da parte dei convertiti al cristianesimo. Infatti costoro, che prima portavano fiori e frutta davanti all’immagine dell’Imperatore e accendevano dell’incenso in suo onore, di repente rifiutavano di riconoscerne l’autorità. Questo era considerato un tradimento.

Sta di fatto che mentre alcuni Imperatori concessero ai giudei l’astensione dall’omaggio imperiale in cambio di un versamento di una tassa[4], non perdonarono mai l’atteggiamento dei cristiani convertiti, considerati come traditori e settari eversivi. Roma fu sempre tollerante nei confronti delle religioni dei paesi che aveva conquistato. La religione romana non conosceva il proselitismo e tanto meno il missionarismo[5]. Fu così che non ebbe le armi per poter difendersi dall’invadenza del proselitismo cristiano. Questo spiega perché periodicamente scoppiassero tumulti popolari contro i cristiani, che le autorità imperiali spesso facevano propri. Tuttavia la propaganda cristiana esagerò di molto la portata di questi avvenimenti[6]. Già in questa sede si è mostrato che all’epoca dell’Imperatore Nerone il processo contro giudei e cristiani per il grande incendio di Roma si concluse soltanto con la condanna di coloro che confessarono il reato. La seconda “persecuzione” avvenne durante l’Impero di Domiziano (81-96 d.C.). In realtà si trattò di un processo indetto contro alcuni senatori e un console per il tentativo di rovesciare l’Imperatore dal trono. Alle varie accuse politiche si aggiunse anche l’aggravante che gli accusati avessero assunto comportamenti giudaici e forse che fossero dei cripto-cristiani. Le altre “persecuzioni” in realtà dimostrarono la tradizionale tolleranza di Roma verso culti stranieri. Le accuse per fatti concreti dovevano essere suffragate da prove e fu vietata l’accettazione di denunce anonime. Ciò non toglie che in diverse province dell’Impero non si scatenassero dei moti popolari contro i cristiani con l’appoggio non dichiarato dei governatori locali. La vera grande persecuzione avvenne sotto l’Imperatore Diocleziano (284-305 d.C.).

Ma bisogna comprenderne le ragioni con chiarezza. Diocleziano divenne Imperatore dopo una grave crisi istituzionale dell’Impero. In una cinquantina d’anni si succedettero al trono ventidue Imperatori, in lotta fra loro. L’immenso Impero in quel periodo fu amministrato da innumerevoli piccoli funzionari provinciali che, in mancanza di un forte potere centrale, profittarono per arricchirsi ai danni dei territori sottoposti alla loro autorità.

Quando venne al potere l’uomo forte, cioè Diocleziano, costui si ritrovò un Impero allo sbando, in bancarotta, con funzionari corrotti, infidi e rapaci. Il suo unico sostegno poteva essere l’esercito che lo aveva acclamato Imperatore. Con pugno di ferro punì i funzionari statali profittatori, calmierò i prezzi che gli speculatori avevano fatto salire alle stelle. Per meglio amministrare l’immenso territorio, divise l’Impero in due parti rette da due Imperatori Augusti. A loro volta gli Augusti divisero la loro metà d’Impero in due ulteriori parti, condividendo la responsabilità di governo con due Imperatori Cesari. I due Augusti e i due Cesari furono chiamati Tetrarchi[7].

​Tra le diverse azioni volte a rafforzare l’Impero, Diocleziano riprese anche le persecuzioni dei cristiani. Costoro continuavano a rifiutare l’omaggio all’Imperatore, in un momento in cui era necessaria una forte restaurazione della sua autorità. Inoltre quando l’Imperatore doveva fare affidamento solo sull’esercito, i cristiani si dichiaravano pacifisti e rifiutavano di portare le armi. Contro la struttura della Chiesa, considerata come uno Stato nello Stato, si scatenò l’ira di Diocleziano. Fu soprattutto il suo Cesare, Galerio, che decise di mettere fuori legge la gerarchia sacerdotale e il culto pubblico cristiani. In alcuni casi vi furono dei processi con condanne a morte, ma furono poco numerosi e, comunque, motivati da accuse di tradimento contro lo Stato.

​Bisogna anche aggiungere che la Chiesa prevalente, quella con sede a Roma, ma che godeva anche dell’appoggio delle Chiese delle maggiori città romane, Alessandria, Edessa, Antiochia ecc., in quei primi tre secoli s’era sempre di più allontanata dalle sue origini semitiche, assumendo spesso dottrine, rituali e simboli dalle altre religioni dell’Impero. Questo aveva reso il cristianesimo più accettabile alla sensibilità dei romani, e ormai molti patrizi e cavalieri, che rappresentavano l’élite sociale dell’Impero, si erano fatti battezzare. La crisi dell’Impero dell’epoca precedente a Diocleziano aveva anche rappresentato un momento di tracollo dell’antica religione romana. Gli oracoli si erano spenti e degli antichi santuari Misterici rimaneva in vita soltanto quello di Eleusi. L’originaria religione dei romani evidentemente non aveva saputo adattarsi ai tempi e nessuna personalità sacerdotale (paragonabile a quella funzione che in India è rappresentata da Veda Vyāsa) era apparsa a restaurare le antiche dottrine e rivivificare rituali e sacrifici. Sempre di più i romani si rivolgevano alle religioni e alle vie iniziatiche dei popoli che avevano dominato: la religione egizia con i Misteri Isiaci; i Misteri Caldaici; la religione del Sole Invitto e i Misteri Mithraici di origine persiana;​ la religione druidica, soprattutto nelle regioni settentrionali dell’Impero. In breve la religione romana, che si era volutamente identificata con lo Stato creando così l’Impero, non soddisfaceva più a livello intellettuale ed emozionale. La persecuzione di Diocleziano non portò alcun risultato utile: lo stesso Galerio nel 311 dichiarò il cristianesimo religio licita (religione lecita).

​Nel 313 il nuovo Imperatore Augusto d'Oriente, Costantino I, concedeva al cristianesimo la totale libertà di culto, alla pari con le altre religioni dell’Impero. Poiché, in quanto Imperatore, Costantino[8] era anche il Pontefice Massimo, come tale si sovrappose gerarchicamente al vescovo di Roma e a tutti gli altri vescovi e patriarchi cristiani. Fu in quanto Pontefice Massimo che Costantino convocò il Concilio di Nicea, di cui si è trattato nel capitolo precedente, ottenendo l’obbedienza pubblica di tutti i vescovi, papa[9] compreso.

La cristianizzazione dell’Impero portò a una diminuzione di effettivi nell’esercito, poiché i cristiani malvolentieri si prestavano alla vita militare. Per surrogare a queste defezioni, Roma decise di assumere nelle proprie legioni i barbari che erano abitanti delle regioni di confine[10]. Fu un errore fatale. In questo modo Roma consegnò la sua sicurezza ai suoi peggiori nemici.

​Fu proprio sotto i deboli imperatori cristiani successori di Costantino che i barbari arrivarono a controllare l’esercito romano. L’unico tentativo di restaurazione avvenne con l’Imperatore Giuliano, detto l’Apostata (330-363). Battezzato da bambino, Giuliano abiurò il cristianesimo, assunse la religione romana, si fece iniziare ai Misteri Eleusini e a quelli Mithraici.

​Diventato Imperatore cominciò a epurare i cristiani dai gangli dello Stato e dell’esercito. Grande guerriero e profondo filosofo, Giuliano volle romanizzare i barbari impegnandoli in una serie di imprese vittoriose. In questo modo voleva conquistare la lealtà dei barbari che combattevano assieme a lui. Ma la sua avventura durò poco. Fu ucciso in Persia durante una battaglia, colpito alle spalle, si dice per mano di un cristiano[11].

L’Imperatore Graziano nel 375 rifiutò d'assumere il titolo di Pontefice Massimo. Questo titolo fu immediatamente usurpato dal papa S. Damaso, senza che avvenisse alcuna trasmissione regolare da parte imperiale. Damaso, che la Chiesa definisce “santo”, fu in realtà un individuo bramoso di potere, capace di scatenare qualunque violenza pur di affermare la sua autorità messa in discussione da molti vescovi e dalle loro Chiese. La verità è che, a seguito dell’editto di Costantino, la gerarchia esteriore della Chiesa rapidamente degenerò alla ricerca di ricchezze, privilegi e potere terreno. Questo causò, come conseguenza, una decadenza nella sapienza e nella trasmissione dei riti che raggiunse il suo massimo nel corso del VII secolo. La vera sapienza cristiana si limitò agli eremiti e alle isolate comunità monastiche[12].

L’Imperatore Teodosio (347-395) dichiarò il cristianesimo religione ufficiale dello Stato. Da quel momento furono proibiti l’accesso ai templi degli dei, i sacrifici, e le feste religiose romane. L’antica religione romana fu sprezzantemente definita pagana, dal latino pagus, ossia “rustica” (di campagna o di villaggio).

Nei primi anni del ‘400 si assisté a un massiccio spostamento della popolazione asiatica degli Unni verso Occidente. Le popolazioni barbare germaniche si misero al riparo dilagando nei territori dell’Europa occidentale, scardinando le strutture amministrative e le difese dell’Impero Romano d’Occidente. Gli Unni arrivarono a minacciare l’Italia e la sua nuova capitale, Milano. L’esercito romano solo con l’aiuto delle orde barbariche, riuscì a respingerli fino al Danubio. La salvezza dell’Impero d’Occidente era dunque anche merito dei barbari. Perciò i barbari furono accolti come salvatori, mentre, in realtà, erano solo degli invasori. I capi dell’esercito romano furono spesso barbari ed è così che Odoacre, re degli Eruli e generale dell’Impero Romano, nel 476 depose l’ultimo Imperatore Romolo Augusto, assumendo il titolo di Re d’Italia[13].

Il tracollo del potere imperiale in Occidente permise così ai popoli barbari di impadronirsi di vasti territori abbandonati a loro stessi. Gli Angli e poi i Sassoni della Britannia, i Visigoti della Spagna, i Vandali della Sardegna e del nord Africa, i Franchi del nord della Gallia, i Burgundi del centro della Gallia, gli Svevi del Portogallo. L’ecumene Imperiale in Occidente era finita.

Gian Giuseppe Filippi

 

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[1] Dal Re dipendevano i flamina (sskr. brāhmaṇa), detentori delle scienze sacrificali.

[2] Questa rappresentanza della sacralità era la garanzia della protezione degli Dei sullo Stato. Non è che l’Imperatore si ritenesse un Dio, come sostengono i polemisti cristiani: gli Imperatori sapevano benissimo di essere mortali, ma la protezione degli dei, che essi garantivano all’Impero, li indicava come “divini”. Sta di fatto che nel latino classico anche il santo cristiano era definito Divus. Solamente nel latino medievale prevalse il titolo di Sanctus. D’altra parte, poiché il titolo di “santo” è attribuito a chi dopo la morte ha raggiunto il cielo, non vuol dire che il titolo di “Santità” attribuito al Papa assicuri che costui otterrà la salvezza postuma. Come Dante affermò, l’Inferno ospita molti Papi defunti, anche se in vita furono appellati “Santità”.

[3] Per la verità essi riconoscevano qualsiasi Re, unto o no, purché fosse giudeo. Ciò dimostra che il rifiuto dell’omaggio all’Imperatore Romano era motivato da semplici ragioni razziali.

[4] Ciò non toglie che le autorità romane non intervenissero pesantemente contro i giudei in alcuni casi di mistificazione religiosa. Per esempio quando i giudei abitanti a Roma tentarono di diffondere il culto di Giove Sabazio (Juppiter Sabatius) per far dichiarare surretiziamente il sabato giorno di riposo in tutto l’Impero. O come quando i giudei fecero circolare false profezie di una pretesa “Sibilla giudaica”, sulla imminente fine dell’Impero Romano al fine di provocare insicurezza psicologica e instabilità politica.

[5] Il proselitismo corrisponde al convincimento di altri alla dottrina che si predica. Una volta dimostrata la superiorità di quella dottrina, l’altro accetta di diventare proselito o discepolo di chi lo ha convinto. Tradizionalmente, quando avveniva che un sovrano diventava un proselito, anche il suo popolo seguiva le sue scelte. Il missionarismo invece usa qualsiasi mezzo lecito o illecito per penetrare presso popolazioni diverse, distraendole dai loro culti tradizionali, corrompendone i comportamenti tramite l’aiuto economico, sanitario, educativo o insinuandosi nel contesto sociale e politico, apportando tensioni e divisioni per mezzo di formule di propaganda ricattatorie e coercitive.

[6] Nel 2011 Giovanni Paolo II consacrò il Colosseo ai martiri cristiani che ivi sarebbero stati dati in pasto ai leoni. Tuttavia non c’è alcuna testimonianza storica né da parte romana né da parte cristiana che possa essere portata a prova che il Colosseo fosse stato teatro di un qualsiasi martirio.

[7] Miracolosamente questa suddivisione funzionò e non fu mai causa di divisione dell’Impero.

[8] Se è vero che la madre di Costantino, S. Elena, era cristiana, la conversione di Costantino è sprovvista di ogni prova seria. Egli certamente era seguace della religione persiana del Sole Invitto e iniziato ai Misteri Mithriaci. La sua conversione è affermata soltanto da fonti cristiane apologetiche. È significativo che questi apologeti, come per esempio Lattanzio, narrano della conversione di Costantino, mentre sottaciono che egli, come Pontifex Maximus, fosse la massima autorità per tutte le religioni dell’Impero, riconosciuta tale anche da tutta la gerarchia cristiana.

[9] È da questo periodo che il vescovo di Roma assunse il titolo di papa, dal greco πάπας (pàpas), padre.

[10] Con barbari, i romani intendevano non più soltanto gli stranieri, ma le popolazioni che appartenevano a civiltà incolte, prive di religioni spirituali e costumi virtuosi. In massima parte i barbari erano rozzi guerrieri dediti al brigantaggio e alla violenza. Queste popolazioni appartenevano particolarmente al gruppo germanico. Tra essi gli Angli e i Sassoni, i Goti, gli Alemanni, i Franchi, i Vandali, i Burgundi, i Marcomanni, i Gepidi e gli Eruli. A questi vanno aggiunti gli Unni, popolazione centrasiatica di ceppo turco, che svolsero un ruolo scatenante della crisi dell’Impero Romano d’Occidente. A contatto con l’Impero cristiano, i barbari si convertirono alla Chiesa Ariana. Questo fu un ulteriore motivo di frizione con la Chiesa di Roma. Le popolazioni barbariche hanno sempre manifestato una inclinazione spontanea per l’eterodossia. Non a caso ancor oggi le più mutevoli forme di Protestantesimo fioriscono ovunque ci siano anglo-sassoni, germani e scandinavi.

[11] La leggenda cristiana ha santificato l’assassino dell’Imperatore Giuliano con il nome di San Mercurio.

[12] I monaci raramente erano anche sacerdoti. La divaricazione tra preti secolari degenerati e monaci autenticamente spirituali raggiunse l’apice quando molte regole monastiche (tra cui quella di S. Benedetto da Norcia) proibirono l’accesso dei preti ai monasteri.

[13] Romolo Augusto, fatalmente, portava il nome del primo Re e del primo Imperatore di Roma. Il prestigio e la sacralità dell’Impero di Roma, nonostante tutto, impedì a Odoacre di proclamarsi Imperatore. Egli mandò le insegne e i Lari della città di Roma a Costantinopoli, all’Imperatore d’Oriente. In questo modo l’Imperatore Zenone ritornò a essere, almeno teoricamente, l’unico sovrano dell’Impero d’Oriente e d’Occidente.