31. I Franchi e Carlo Magno

I Franchi[1] si distinguevano per abilità guerriera e strategica, e non solamente per il coraggio e la spietatezza tipica degli altri popoli barbari di stirpe germanica. Tacito li nomina per la prima volta e li colloca in quella regione che oggi corrisponde al Belgio, Olanda e Renania. Per tutto il periodo compreso tra il II e il IV secolo d.C. i Franchi, ripetutamente, premettero sulla frontiera gallo-romana, riportando spesso successi militari avendo appreso rapidamente dai loro nemici Romani le raffinate arti della guerra. Nel 358 l’Imperatore Giuliano li sconfisse, ma li persuase a diventare fœderati dell’Impero. Essi formarono così uno stato-cuscinetto con il compito di difendere la frontiera romana del fiume Reno. In questo modo i Franchi ebbero modo di ingentilire i loro costumi romanizzandosi parzialmente. Nel 451 il loro Re Meroveo accorse in aiuto dell’ultimo grande generale romano, Flavio Ezio, aiutandolo a sconfiggere gli Unni.

Con la caduta dell’Impero Romano, Clodoveo, il terzo Re della dinastia Merovingia, espanse il suo regno alla regione di Lutetia Parisiorum (Parigi) nel 486, per poi cacciare dalla Gallia[2] i Visigoti, che si ritirarono in Spagna. Clodoveo si convertì con i suoi sudditi al cristianesimo romano, perciò i Franchi furono gli unici barbari germani a non aderire all’eresia ariana.​

In quel periodo, mentre Roma e la penisola italiana erano governate da Eruli e Ostrogoti, entrambi ariani, il papa riconosceva nei Franchi l’unico popolo germanico che aveva aderito al cattolicesimo. Inoltre i Franchi furono i più sensibili verso la cultura latina, sensibilità che produsse il loro rapido incivilimento allorché Clodoveo conquistò la Provincia romana delle Gallie, l’attuale Provenza. Questo fu l’inizio di una amicizia tra il Re e il papa che ebbe conseguenze importanti per la storia dell’Europa occidentale. I sovrani merovingi, convertiti al cattolicesimo, assunsero un comportamento sempre meno guerriero e maggiormente sacerdotale: si facevano ungere Re dai vescovi con un rituale tratto da quello biblico di consacrazione dei Re d’Israele[3]. Quasi a ricoprire la funzione del Messia veterotestamentario, presero a benedire il popolo e a guarire miracolosamente malati e indemoniati[4]. Cedettero le funzioni guerriere, giuridiche e amministrative a una carica delegata a governare in loro vece: il Maggiordomo, vale a dire il più importante (major) personaggio della reggia (domus).

La Corte reale diventò un luogo d’incontro tra i monaci culdei provenienti dall’Irlanda e i patrizi romani della Provenza, che svolgevano funzioni sacerdotali e sapienziali, e i Franchi, che rappresentavano la casta guerriera[5].

Già nel VI secolo la corte merovingia era diventata il luogo di confluenza di diverse correnti iniziatiche con la formazione di un ambiente che si richiamava a quello del “Circolo Augusteo” o “Circolo di Mecenate”. I sapienti della Corte merovingia assumevano i nomi dei poeti e letterati pitagorici che avevano collaborato alla fondazione dell’Impero Romano in favore di Augusto. Come si vedrà in seguito, questa cerchia di iniziati di provenienze diverse proseguì nella sua opera al fine di far risorgere l’Impero. Purtroppo di costoro ci è stato tramandato soltanto qualche nome poiché, di quel periodo ancora travagliato dalle invasioni barbariche, pochi documenti si sono salvati. Rimane solo l’opera di Virgilio Marone Grammatico, di difficile interpretazione essendo volutamente scritta in sermo obscurus (lingua enigmatica)[6]. Pur essendo scarse le notizie di questo sodalizio iniziatico, lo menzioniamo come precursore della Scuola Palatina di Carlo Magno e della cerchia di Arrigo VII, a cui partecipò Dante Alighieri[7].

Con il tempo e l’assunzione massiccia di caratteri sacerdotali, i Re merovingi abbandonarono completamente le funzioni di governo, dedicandosi esclusivamente alla meditazione e ai rituali[8].​

Dopo centocinquanta anni, il Maggiordomo Pipino il Breve assunse direttamente le redini della monarchia franca. Gli ultimi merovingi furono obbligati a diventare monaci e rinchiusi in monasteri[9]. Nel 751 Pipino fu acclamato Patrizio romano dal Senato di Roma e unto Re dei Franchi dal papa Stefano II. Cominciò così la dinastia dei Carolingi. Pipino il Breve morì nel 768 lasciando il regno ai due figli Carlo e Carlomanno. Quest’ultimo morì ventenne, lasciando così la corona del grande regno a Carlo che ingrandì ulteriormente i confini del suo dominio. A richiesta del papa, Carlo discese in Italia per combattere i Longobardi. Nel 774, a seguito della vittoria militare, Carlo diventò anche Re dei Longobardi, annettendo gran parte dell’Italia. Fu incoronato con la corona ferrea quale Re d’Italia, riunendo così una consacrazione cattolica, rappresentata dal chiodo della croce di Cristo che vi è inserita, alla continuità della tradizione imperiale costantiniana[10].​

In quell’anno fu proclamato Patrizio Romano. Al culmine del suo potere, Carlo Magno (il Grande) visitò le ville e le città latine più importanti, armando cavalieri i patrizi di origine romana, circondandosi così di un seguito di fedeli sostenitori. Allo stesso tempo organizzava la sua Corte e la struttura del suo reame.

La Corte divenne un laboratorio per la Renovatio Imperii. Vi aveva una grande influenza il gruppo di monaci della Chiesa culdea sia di diretta origine celtica sia di più recente origine anglosassone.​

Tra questi spiccava Alcuino di York, successore del Venerabile Beda e maestro di Carlo Magno. Egli era affiancato da Eginardo, che poi gli successe come maestro della Schola Palatina, e da Paolo Diacono, un longobardo romanizzato. Fu ripristinato e sistematizzato l’antico insegnamento romano-pitagorico del Trivio e del Quadrivio.​

Il Trivio era formato da Grammatica, Retorica e Dialettica, le arti della mente e della parola; il Quadrivio era composto da Aritmetica, Geometria, Astronomia e Musica, le arti applicate agli oggetti esterni per mezzo dell’azione corporea. Ognuna di queste arti era passibile di un significato simbolico e di una sperimentazione metodica e iniziatica[11]. Al di sopra di questi insegnamenti venivano impartite le dottrine della teologia catafatica e di quella apofatica, destinate esclusivamente ai monaci e al Sovrano. La struttura dello Stato, come si vedrà nel prossimo capitolo, sarà organizzata in armonia con queste arti e dottrine. Messo sotto accusa per comportamenti indegni dell’alta carica pontificia, papa Leone III, in grave difficoltà, si rivolse a Carlo Magno per chiedere la sua protezione[12]. Carlo assunse la sua funzione di giudice supremo della cattolicità, e assolse il papa dalle calunnie. Nella notte di Natale dell’anno 800, il papa incoronava a Roma Carlo Magno Imperatore del Sacro Romano Impero. Con questa consacrazione l’Impero Romano risorgeva dalle sue ceneri[13].

Petrus Simonet de Maisonneuve

 

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[1] Il nome di questa popolazione era in origine Frakaz, che significava libero e coraggioso.

[2] Dal loro nome derivò, a partire dall’anno 888, l’attuale denominazione geografica della Francia. Tuttavia bisogna tenere a mente che i Francesi di oggi sono etnicamente discendenti soprattutto dai Galli celtici. Solamente la Provenza (lat. Provincia) può essere considerata gallo-romana, essendo stata maggiormente colonizzata da genti latine. Di origine franca rimangono attualmente solo alcune famiglie aristocratiche. Infatti i Franchi rappresentarono in Gallia unicamente la classe dominante guerriera.

[3] Anche il Basileus (Re, Imperatore) bizantino, in qualche modo, approvò questo riconoscimento, probabilmente in chiave anti-ostrogota e poi anti-longobarda, conferendo ai Re merovingi una delega da parte dell’Impero d’Oriente.

[4] Marc Bloch mise in dubbio l’attribuzione sia dell’unzione sia dei poteri taumaturgici ai Merovingi (dinastia considerata ancora “troppo germanica” e “poco francese”), perfino in contrasto con le fonti che cita. Anche se israelita, egli non dimenticava di essere francese, applicando il consueto nazionalismo gallico anche a periodi storici in cui questo concetto non esisteva ancora. Per questa ragione il suo libro, benché ricco di riferimenti e notizie importanti, fa della Francia l’ombelico del mondo e degli altri Regni della cristianità una sorta di “periferia culturale”. Marc Bloch, I re taumaturghi, Milano, Einaudi, 2013, pp. 48-49 (I ed. Parigi, Librairie Istra, 1924).

[5] Herbert Augustus Strong, “Über direkte Handelsverbindungen Westgalliens mit Irland im Altertum und frühen Mittalalter”, Classical Review XXV, 1911, pp. 70-71.

[6] Per molti versi le sue Epitomæ evocano una somiglianza con le spiegazioni etimologiche del Nirukta indiano. Sono davvero esilaranti i tentativi d’interpretazione degli scritti di Virgilio da parte dei filologi contemporanei che hanno voluto affrontare l’argomento senza avere nessuna idea di ciò che è esoterico. Virgilio Marone grammatico, Epitomi ed Epistole, G. Polara (a cura di), Napoli, Liguori ed., 1979, pp. XXI-XXIV.

[7] In entrambi questi circoli imperiali, che rappresentavano in epoche diverse l’élite intellettuale esoterica della cattolicità, i partecipanti assunsero pseudonimi tratti dalle Bucoliche e dalle Georgiche di Publio Virgilio Marone: Titiro, Melibeo, Coridone, Asinio ecc. Si trattava di poeti aristocratici, che svolsero ripetutamente una importante funzione per la “Renovatio Imperii”.

[8] Per questa ragione furono poi chiamati "Re fannulloni", Rois fainéants.

[9] Nella seconda metà del XX secolo Pierre Plantard si proclamò ultimo discendente di sangue dei Merovingi che, a suo dire, a loro volta discendevano nientemeno che da Gesù Cristo. In questo modo dichiarò di essere il pretendente al trono di Francia e d’Israele. La continuazione occulta dei Merovingi sarebbe stata protetta da una organizzazione “iniziatica” denominata “Priorato di Sion”. Questa mistificazione fu creduta e propagata da un numero ingente di occultisti, neospiritualisti e new-ager, come Gérard de Sède, Michael Baigent, Richard Leigh, e Henry Lincoln e altri ancora. Nel 1993 Plantard, sottoposto a una indagine giudiziaria, confessò di avere inventato tutto. Tuttavia il suo inganno pubblico continuò a sopravvivere anche grazie alla divulgazione mondiale dei mediocrissimi romanzi di Dan Brown. Certamente questa mistificazione non è stata solamente uno scherzo innocente, ma riflette gli interessi di una inquietante rete di complicità che coinvolgono diversi servizi segreti di paesi interessati a rendere accettabile un’idea di un Grande Monarca mondiale “franco-sionista”.

[10] Più tardi, parallelamente al triregnum dei papi, corona corrispondente al simbolismo ermetico, anche gli Imperatori dovevano essere dotati di tre corone: quella di Re d’Italia, quella di Re di Germania e quella di Re di Arles (la Gallia).

[11] Il Trivio e il Quadrivio, che rimarranno durante tutto il Medioevo cristiano a fondamento sia della conoscenza mondana (laukika) sia di quella sacra (vaidika), sono strettamente paragonabili alle discipline vediche chiamate Vedāṅga.

[12] Il pontefice, in quell’occasione, donò al Re dei Franchi le chiavi del sepolcro di S. Pietro, riconoscendolo così come Defensor Fidei. Carlo Magno intrattenne anche rapporti amichevoli con il Califfo Abbaside Hārūn ar-Rashīd, che in segno di simpatia gli consegnò le chiavi del Santo Sepolcro. In questo modo Carlo assumeva sempre di più i connotati di un Sovrano Universale (Cakravartin). Un altro segno di Sovranità universale fu lo spontaneo vassallaggio all’Impero della Scozia e delle Asturie. In questo modo l’Impero di Carlo si estese su quasi tutta la cristianità occidentale.

[13] Rimaneva ancora una prova da superare: il riconoscimento da parte del Basileus bizantino, l’altro Augusto Imperatore Romano d’Oriente. All’inizio la corte bizantina si dimostrò ostile a riconoscere il rinato Impero d’Occidente. Tuttavia, devastata da lotte intestine a causa dell’usurpazione del trono Imperiale da parte della Basilissa Irene e dalle polemiche iconoclastiche, sfiancata dalle guerre esterne provocate dall’espansione islamica, dopo diverse proteste e perfino scontri armati con l’Impero dei Franchi, alla fine Costantinopoli cedette e l’Imperatore Michele nell’anno 812 riconobbe Carlo Magno come Imperatore Romano d’Occidente.