32. Il Sacro Romano Impero

Con l’incoronazione di Carlo Magno, non soltanto l’Impero Romano riaffiorava alla superficie delle acque diluviali delle invasioni barbariche, ma anche il titolo di Imperator che designava il capo dell’organizzazione iniziatica militare romana. Come si è letto nei capitoli che precedono, Augusto aveva fondato l’Impero, sovrapponendo alle istituzioni della Repubblica la struttura iniziatica degli equites romani, senza con questo abrogarle. Il capo delle gerarchie iniziatiche cavalleresche assumeva così direttamente ad interim il potere supremo dello Stato che le istituzioni politiche esteriori non erano state più in grado di esercitare[1].​

La carica di Imperator si era poi tramandata in forma invisibile presso le organizzazioni iniziatiche militari dei patrizi di stirpe romana o gallo-romana e presso il Senato della città di Roma. Nella notte di Natale dell’anno 800, una seconda volta un Imperator si manifestava all’esteriore per assumere il controllo della cristianità barbarica, sovrapponendo il Sacro Romano Impero[2] al Regno dei Franchi, al Regno dei Longobardi, ai principati Sassoni, Avari, della Galizia, delle Asturie, della Scozia e ad altri domini, unificando le diverse istituzioni temporali in una monarchia universale.

Nell’antica tradizione romana, con Regnum s’intendeva l’organizzazione sacra della Repubblica[3]. Il Regnum, anche se comprendeva uno spazio territoriale limitato, era considerato unico e universale, estendendo i benefici spirituali dell’ordine cosmico che garantiva, fino ai più remoti angoli della Terra. Il Regnum era l’erede diretto del regno di Saturno, il Re dell’Età dell’Oro (Satya yuga). Con l’instaurazione del governo consolare, il titolo di Rex fu ridotto alla sua semplice funzione rituale (Rex sacrorum), annullando ogni altro potere sacro e temporale. In questo modo s’iniziò a distinguere nelle funzioni tradizionali del Patricius Romanus il potere sacro da quello “profano”, tendenza che, con l’andar dei secoli, ridurrà sempre di più le caratteristiche carismatiche e spirituali del patriziato, in favore di quelle temporali.

​L’espansione territoriale di Roma, assieme al depotenziamento della carica del Rex sacrorum, rese evidente l’esistenza di una molteplicità di regni che vennero a federarsi al dominio romano. Fu quasi come se il Regnum primordiale si fosse frantumato in una moltitudine di monarchie che, prive di una funzione universale, si limitavano vicendevolmente. Con l’Impero, Augusto restaurò l’universalità del Regnum. Ciò accadde esattamente anche quando fu fondato il Sacro Romano Impero. Perciò l’Impero, in Occidente, ebbe sempre il senso di una restaurazione del Regno primordiale dopo la sua frantumazione causata dalle tribolazioni dell’Età del Ferro (Kaliyuga)[4].

Il rito d’incoronazione di Carlo Magno si concluse con l’atto di sottomissione del papa. In questo modo il papa assumeva la funzione di consacrazione religiosa dell’Imperatore, privilegio del suo status sacerdotale, e, allo stesso tempo, si dichiarava personalmente suddito dell’Impero. A sua volta, l’Imperatore assumeva l’incarico di protettore, garante della fede e giudice supremo della Chiesa, mentre affermava la sua fede nel papa in quanto ritualista. Come Protector Fidei, Carlo svolgeva la sua funzione di guerriero difendendo la Cristianità dai barbari ariani, dai seguaci dello sciamanesimo germanico o avaro o dall’aggressione islamica. Come garante della fede, egli interveniva per difendere la dottrina cristiana dalle distorsioni ed eresie: fu lui a prendere la posizione corretta nei confronti dell’iconoclastia, anche contro il parere confuso di Leone III. Fu lui che intervenne per sostenere la dottrina del Filioque nel Credo niceno[5], superando l’incapacità del papa a prendere una posizione teologica. Egli, come Costantino prima di lui e i suoi contemporanei Basileis di Bisanzio, convocò e presiedette i Concili vescovili. Fu lui che, come giudice supremo, giudicava, puniva o assolveva papi, vescovi, preti e laici accusati di colpe, reati ed eresie, proseguendo la missione di correzione del clero e di ricristianizzazione dell’Europa intrapresa da S. Bonifacio. Egli si attenne con scrupolo e lealtà a questa sua funzione universale.​

Il papa, a sua volta, garantiva ritualmente la sacralità della cristianità e dell’Impero. Tuttavia il vescovo di Roma approfittò della rinascita dell’Impero Romano d’Occidente per rompere quel vincolo di dipendenza che fino allora aveva mantenuto nei confronti del Basileus bizantino[6]. Ma ancor più sfruttò la situazione per prendere le distanze dai vescovi greci dell’Impero d’Oriente che, fino a quel momento era stato costretto a considerare suoi pari e, spesso, superiori a lui in sapienza. Infatti, nell’Europa latina il papa, avvalendosi del fatto che la sua sede era stata la capitale carismatica dell’Impero Romano, aveva già posto in uno stato di soggezione vescovi e arcivescovi d’Italia, Gallia, Germania, Britannia e Spagna. In questo modo il suo “primato petrino” era definitivamente sancito. Tuttavia, già prima della Restauratio Imperii, la corte papale aveva fatto circolare la Donazione di Costantino, quel documento falsificato che sanciva la nascita di uno Stato pontificio, che affermava la superiorità del papa di Roma su tutte le gerarchie ecclesiastiche cristiane e perfino sull’Imperatore. La dichiarazione di sudditanza del papa a Carlo Magno non poté, dunque, essere considerata sincera[7]. Infatti, nei primi anni del IX secolo la corte papale cominciò a far circolare subdolamente altri falsi documenti, datati in forma fraudolenta ai secoli precedenti, conosciuti come Decretales[8]. In essi s’insinuava che l’autorità imperiale dipendeva esclusivamente dalla consacrazione papale, perciò il papa doveva essere considerato superiore all’Imperatore. Come il papa consacrandolo “faceva” di un Re un Imperatore, così, di converso, lo poteva deporre sconsacrandolo con la scomunica. Tuttavia, finché Carlo fu in vita, queste pretese rimasero prudentemente occultate. Vennero lentamente a galla con i suoi successori, che certamente non dimostrarono la stessa determinazione e potenza interiore di Carlo Magno.​

Infine, Carlo cominciò a plasmare la costituzione sociale del suo Impero modellandola sulla struttura dell’organizzazione iniziatica di cui era Gran Maestro (lat. Imperator, sskr. mahāsvāmī). Con lui e con i suoi successori, l’Impero assunse una nuova forma amministrativa che più tardi fu definita Feudalesimo.

Gian Giuseppe Filippi

 

[1] La totale ignoranza di che cosa sia l’iniziazione impedisce agli storici moderni e contemporanei di comprendere la vera natura di questo processo. Giudicando la fondazione dell’Impero augusteo e di quello carolingio in base a concezioni e pregiudizi profani, essi considerano questi passaggi storici come “colpi di Stato” o “instaurazioni di dittature” riducendo alla portata della loro meschina mentalità ed erudizione eventi di portata universale. Per loro, infatti, rimane incomprensibile la continuità funzionale delle magistrature precedenti, nonostante l’avvento di quello che considerano una violazione della moderna idea sullo “stato di diritto”.

[2] Per ragioni del tutto incomprensibili, gli storici “medievisti”, come in italiano amano farsi chiamare, attribuiscono questa definizione ufficiale dell’Impero cristiano solo alla dinastia imperiale di Sassonia (962-1024). Altri, francesi e italiani, soprattutto in chiave nazionalistica anti tedesca, preferiscono definirlo “Impero Germanico” o “Sacro Romano Impero della Nazione Germanica”, al fine di ridurne la portata universalistica. Di fatto questa ultima definizione si riscontra per la prima volta durante il regno di Massimiliano I (1459-1519), ma non fu mai la dicitura ufficiale dell’Impero (Joachim Whaley, Germany and the Holy Roman Empire, vol. 1, Oxford, University of Oxford Publs., 2002, p. 17). La sua abrogazione nel 1806, richiesta da un Napoleone appena uscito dalla Rivoluzione Francese, fu ufficialmente la fine del Sacro Romano Impero fondato da Carlo Magno (James Bryce, Il Sacro Romano Impero, Paolo Mazzeranghi (a cura di), Crotone, D'Ettoris Ed., 2017 (I ed.: The Holy Roman Empire, London, Macmillan Ed., 1864), p. 204). In realtà la denominazione “Impero della Nazione Germanica” deve essersi riferita non allo Stato, ma all’organizzazione iniziatica militare che gli ha dato la sua forma all’esteriore. Infatti si trattava di una confraternita di militari (milites) che l’iniziazione faceva “rinascere fratelli” (lat. natione germani).

[3] Res publica in latino non ha mai avuto il senso moderno di “repubblica” come regime elettivo egualitario, triste risultato delle rivoluzioni borghesi. Res publica, la cosa pubblica, indicava la concezione sacra dello Stato inteso come il dominio dell’essoterismo, indipendentemente dalla sua forma di governo monarchico, aristocratico o democratico. Al contrario con Res abscondita (la cosa segreta) si intendeva l’esoterismo, dominio delle iniziazioni misteriche.

[4] Naturalmente, quanto stiamo esponendo riguarda l’Impero nella sua accezione tradizionale (com’è in India il Regno universale del Cakravartin) e non le sue caricature moderne, come gli imperi napoleonici né, tantomeno, le pure e semplici spudorate usurpazioni di questo titolo da parte dei re d’Inghilterra (“Impero” delle Indie), di Prussia (“Impero” di Germania) o d’Italia (“Impero” d’Abissinia). Infine non perderemo tempo a distinguere l’Imperium tradizionale dal suo rovesciamento liberale, fascista o comunista, vale a dire l’imperialismo coloniale francese, britannico, nipponico, sovietico, statunitense e cinese, che consiste nell’espansione territoriale violenta al fine di sfruttare economicamente nazioni più piccole o più deboli.

[5] Ritorneremo più avanti sulle differenze dottrinali tra Chiesa cattolica latina e Chiesa ortodossa greca.

[6] Fino a Leone III tutti gli eletti e acclamati papi dovevano attendere la conferma del Basileus per essere consacrati. Da Carlo Magno in poi il diritto di veto (Jus Exclusivæ) all’elezione papale passò come privilegio al Sacro Romano Imperatore, privilegio che passò poi al suo ultimo erede storico, l’Imperatore d’Austria. Questo privilegio scomparve con lo smembramento dell’Impero Austro-ungarico a conclusione della prima guerra mondiale. Cfr. Ambrogio Piazzoni, Storia delle elezioni pontificie, Bologna, Ed. Piemme, 2003.

[7] Questo comportamento disdicevole può essere spiegato con le generalmente basse origini sociali dei papi del periodo, innalzati spesso indegnamente a un posto di grande prestigio e di potere. Inoltre dopo S. Gregorio Magno (590-604) fino all’elezione di Leone III (795-816) si conta con un solo monaco eletto papa: S. Zaccaria (741-752). Molto poco, considerando che in quel periodo si succedettero ben 32 papi (Claudio Rendina, I Papi, storia e segreti, Roma, Newton Compton ed., 1984, pp. 219-222). Non si devono dimenticare le generali condizioni di corruzione e ignoranza miste a sete di potere e di ricchezza dei preti secolari di quel periodo. Inoltre, solamente in ambiente monastico si era mantenuta la trasmissione dell’iniziazione sacerdotale; in tutto l’alto medioevo negli antichi territori dell’Impero d’Occidente i monaci e il clero esteriore intrattennero dei rapporti tesi, essendo i preti secolari e le loro le massime gerarchie incapaci ormai di capire in cosa consistesse l’esoterismo. Questo spiega anche le future pessime relazioni tra Imperatori e Papi. I primi, infatti, erano espressioni di organizzazioni iniziatiche, mentre i secondi, se non erano monaci, generalmente non sapevano neppure cosa fosse l’iniziazione.

[8] H.C. Lea, Le origini del Potere Temporale dei Papi, Livorno, Bastogi Ed., 1976 (I ed. Mendrisio 1915), pp. 60-83.