33. Il Feudalesimo e la Cavalleria

Carlo Magno (742-814) iniziò a strutturare l’Impero sulla base dell’organizzazione iniziatica militare romana, compito che fu portato a termine dall’Imperatore Enrico II il Santo, della dinastia di Sassonia (978-1024). La società fu divisa in quattro classi sociali: i sacerdoti, i nobili, gli uomini liberi e i servi. I monaci non erano compresi nel clero, essendo considerati al di fuori e al di sopra delle divisioni della società cristiano-latina.

I preti, dopo l’opera di correzione del clero intrapresa prima dai monaci culdei, poi da San Bonifacio e infine da Carlo Magno, potevano sposarsi, ma erano puniti severamente in caso di concubinato con una o più donne. In quei due ultimi secoli del primo millennio, grazie alla progressiva instaurazione del principio d’ereditarietà, spesso diventavano preti i figli maschi dei preti stessi: si stava profilando così la costituzione di una vera e propria casta sacerdotale. Le gerarchie superiori, vescovi, arcivescovi e patriarchi[1] erano prevalentemente assegnate a ecclesiastici non sposati, senza che questo rappresentasse un impedimento codificato. La ragione di questa scelta consisteva nel fatto che i vescovi erano gli eredi degli apostoli e quindi soltanto essi esercitavano appieno il ministero sacerdotale. Infatti solo i vescovi potevano consacrare altri vescovi e ordinare i preti[2]. Si potrà notare, quindi, che per il Cristianesimo la distinzione tra l’alto clero e il basso clero è strutturale e non una contingenza storico-sociale, come si sostiene dalla Rivoluzione francese in poi[3]. Gli appartenenti alle le classi più umili e più povere sceglievano spesso di diventare preti per trovare una qualche certezza di sostentamento e uno stato sociale più dignitoso[4], andando così a ingrossare il numero del basso clero.

La seconda classe sociale per ordine d’importanza era la nobiltà. Tra le quattro classi sociali del cristianesimo latino medievale sopra elencate, la nobiltà è l’unica che si è costituita come una vera e propria casta per diritto di nascita. È sorprendente quanto i “medievisti” abbiano arruffato i documenti a loro disposizione per confondere le idee a questo riguardo. Nei loro studi, la nobiltà appare come una concezione incomprensibile per l’uomo moderno, anche se l’aristocrazia è stata privata dei suoi poteri e prerogative soltanto da qualche decina d’anni o, al massimo, da due secoli[5]. La nobiltà, che rappresentava la spina dorsale del Sacro Romano Impero, era tale “da tempo immemorabile” nel vero senso del termine[6]. Vale a dire che a essa non poteva essere attribuita una origine storica determinata[7]. Nel caso specifico, due erano le provenienze tradizionali dell’aristocrazia: la prima, rappresentata dal patriziato di origine romana (e prima ancora albana, troiana, iperborea)[8]. La seconda era costituita dalla nobiltà germanica e dai cavalieri celti, che rappresentavano la continuazione imbarbarita dell’aristocrazia iperborea. Queste due correnti nobiliari, che si riconoscevano reciprocamente e che frequentemente stringevano alleanze matrimoniali, rimasero tuttavia distinguibili per diversi secoli: generalmente i patrizi reggevano le città e le villæ, i nobili di origine barbarica amministravano i feudi e i castelli. Poiché il Sacro Romano Impero fu strutturato sulla base delle vie iniziatiche della casta nobiliare, fin dall’inizio le cariche amministrative, giuridiche e militari che lo governavano rispecchiarono i tre gradi principali dell’iniziazione guerriera. I nobili iniziati alla via cavalleresca, infatti, passavano attraverso tre fasi corrispondenti alla loro realizzazione. Il primo gradino era quello di barone: questa denominazione deriva dal termine latino vir[9], e distingueva il barone dal nobilis homo (più tardi nobil homo, o nobiluomo), vale a dire il nobile di nascita, ma non iniziato[10].

Il barone era dunque il grado di “apprendista” nella via iniziatica dell’Eroe. Il secondo gradino, che già presupponeva il raggiungimento delle prime esperienze interiori procurate dalla costante applicazione del metodo (sskrt. prakriyā), era quello di conte (lat. comes)[11], vale a dire “compagno” del maestro. Costui, infatti, proprio per la maggiore esperienza interiore, per delega del maestro poteva dirigere spiritualmente i semplici iniziati[12]. Il terzo grado, quello che propriamente si applicava al maestro, era quello del principe (lat. princeps). Perciò la gerarchia che governava l’Impero di Carlo Magno e dei suoi successori corrispondeva esattamente a questi tre gradi iniziatici. Ognuno di questi gradi prevedeva un ulteriore sviluppo di potere. Accadeva perciò che il barone che estendeva le sue potenzialità in modo completo fosse riconosciuto come visconte; il conte, che avesse pienamente sviluppato le facoltà inerenti al suo grado di realizzazione, diventava “conte del marchio” o marchese[13]. Così anche il princeps, il maestro realmente perfetto, otteneva il titolo di duca (dux, colui che conduce i discepoli)[14]. Ovviamente il Gran Maestro, principe dei principi e duca dei duchi, capo di tutte le organizzazioni iniziatiche (sskrt. kula, saṃpradāya) guerriere, era il medesimo Imperatore-Imperator.

In questo modo l’Impero fu strutturato come una fratellanza guerriera. Ciò significa che, in origine, i baroni che amministravano le baronie, i conti che governavano le contee, i marchesi che stavano a capo delle marche ecc., erano davvero iniziati di gradi maggiori o minori, a cui erano affidate responsabilità esteriori allo scopo di far uscire il cattolicesimo dalla parentesi barbarica[15]. Questo spiega perché all’epoca di Carlo Magno e dei suoi immediati successori, alla morte di un conte o di altro nobile titolato, l’Imperatore nominasse al suo posto un conte di pari dignità e sapienza, che non aveva, però, alcun legame agnato o cognato[16] con il suo predecessore. Fu volontà imperiale, tuttavia, che le strutture statali esteriori si stabilizzassero in forma permanente, seguendo il modello delle istituzioni castali. Così, nel breve giro di poche generazioni, prevalse il principio di ereditarietà[17]. In questo modo avvenne che barone fosse il figlio di un barone e duca il figlio di un duca e così via[18]. Un tale cambiamento fu portato a termine in poche generazioni: è però evidente che questo regime non garantiva più una effettiva corrispondenza tra la funzione sociale e la realizzazione interiore. Garantiva peraltro una perfetta forma organica allo stato, impostato sulla fiducia e la lealtà, e questo era lo scopo dell’esteriorizzazione della via iniziatica militare d’origine romana.

Con la fondazione dell’Impero feudale, tale scopo fu ampiamente raggiunto e le vie iniziatiche della casta nobiliare ritornarono a rientrare nel dominio dell’esoterismo sotto la forma della Cavalleria, con cui concluderemo questo capitolo. Il feudalesimo consisteva, come s’è già detto, in un certo numero di vassalli, grandi feudatari, principi e duchi, che prestavano giuramento di fedeltà e omaggio all’Imperatore, ricevendone in cambio il beneficio (lat. beneficium), ossia il possesso di un feudo[19], nonché la responsabilità della sua amministrazione e difesa. A loro volta, i vassalli concedevano, alle medesime condizioni, parti minori dei loro feudi ad alcuni valvassori, conti e marchesi. Questi ultimi potevano ulteriormente ritagliare piccoli feudi a dei valvassini, baroni e visconti[20]. Questi ultimi potevano concedere qualche beneficium a cavalieri, al basso clero e a uomini liberi. Nonostante la leyenda negra inventata in epoca rinascimentale, e poi illuministica, il feudalesimo funzionò a meraviglia, poiché il comportamento della nobiltà e, per emulazione, dell’intera popolazione, era fondato sulla lealtà, la fedeltà e l’onore. I cosiddetti “secoli bui” rappresentano, al contrario, uno dei momenti di massimo splendore della Tradizione in Occidente. Furono, al contrario l’ipocrisia e la brama di potere terreno della Chiesa, assieme all’avidità del popolo grasso, a mettere in crisi l’ordine feudale.

Sulla Cavalleria sono stati scritti ponderosi tomi per cercare di spiegarne lo spirito e le sue origini storiche. Purtroppo questi scritti hanno prodotto come unico risultato quello di rendere incomprensibili entrambi quegli argomenti poiché, in chiave liberale o marxiana, fanno dipendere la nascita di quell’istituzione da ragioni esclusivamente economiche[21]. Da ciò risulta che chiunque avesse avuto sufficienti denari per acquistarsi un cavallo e un’armatura avrebbe potuto avere l’ambizione di diventare cavaliere[22]. Ignorare l’esistenza dell’iniziazione ha condotto costoro a invocare anche alcune innovazioni tecnologiche, quali l’invenzione della staffa o l’assunzione della lancia lunga, per spiegare il sorgere della Cavalleria. Le cose sono molto più semplici: basta rifarsi ai dati tradizionali per impostare correttamente questo tema. Quando l’Impero cristiano fu saldamente organizzato ricopiando la struttura gerarchica e le virtù delle vie iniziatiche guerresche dei patricii ed equites dell’antica Roma, quelle stesse organizzazioni ritornarono ad assumere il consueto riserbo[23]. La Cavalleria fu semplicemente questo. Il nobile che avesse voluto essere iniziato a quella via, si recava in giovane età presso il castello o la villa di un nobile che fosse anche un celebrato maestro o upaguru.

Là, dopo aver prestato servizio (sskrt. seva) per un certo numero di anni come paggio (o donzello, signorino), cominciava un duro periodo di addestramento alle armi e all’esercizio delle virtù gentili[24]. In questa fase il giovane diventava scudiero (portatore di scudo) del suo maestro, detto anche valletto (vassalletto). Quando il maestro, fosse barone o duca, lo riteneva pronto, s’apprestava il rito d’iniziazione alla Cavalleria: “L’iniziato preparavasi a ricevere le armi con digiuni, preghiere e penitenze, vestendo di bianco, bagnandosi spesso e recidendosi i capelli sul davanti, per essere più sciolto nelle pugne e a schivare che, perduto l’elmo, l’avversario non l’acciuffasse. Dopodiché si presentava al principe o al signore che doveva armarlo, e questo si eseguiva con gran cerimonia. Anticamente il re solo poteva conferire la cavalleria, ma in seguito tutti i cavalieri ebbero il diritto di fare altrettanto; e gli eletti restavano legati essiloro di una specie di parentela, sicché mai per verun caso dovean portare le armi contro i signori che li aveano fatti cavalieri, altrimenti sarebbero stati reputati felloni ed infami.”[25] L’investitura fu riconosciuta dalla Chiesa come un sacramentale, con veri effetti spirituali.

Nemmeno è vero che i cavalieri (equites o milites) fossero sempre i cadetti poveri di potenti famiglie, condannati a una vita di stenti e peregrinazioni per colpa della legge salica. Molti signori di castelli e di villæ erano cavalieri e potevano così trasmettere ad altri più giovani, che venivano ospiti come paggi, l’iniziazione che essi stessi avevano ricevuto. Potevano essere cavalieri anche i fratelli cadetti che convivevano nella medesima magione del loro fratello maggiore. Oppure potevano intraprendere l’ascetica vita del cavaliere errante. Questo caso è paragonabile a quello dei monaci che si ritiravano a fare gli eremiti. Il cavaliere errante andava in cerca dell’avventura, ossia l’occasione per mettere alla prova le sue virtù e le sue abilità marziali a difesa dei deboli, delle vedove e degli orfani. Egli aveva diritto a far precedere il suo nome dal titolo di Dom. (dominus), nella forma latina, o nelle lingue volgari da Sire, Sir, Monseigneur. Era difensore della religione, portava la spada a forma di croce, davanti a cui pregava; la spada aveva un nome divino che il cavaliere ripeteva come un mantra, soprattutto quando la usava per la giustizia. Aveva il potere sacerdotale di battezzare e di benedire. Il cavaliere, per i riti della sua sādhanā, chiedeva l’intermediazione di una figura celeste femminile al fine di raggiungere il Signore Iddio con maggiore efficacia. In questo modo si può riconoscere nel metodo iniziatico cavalleresco una indiscutibile tendenza śākta. Ritorneremo a fondo su questo argomento di primaria importanza più avanti, quando ci occuperemo degli Ordini della Cavalleria fondati nel basso medioevo.

La società Imperiale comprendeva, come s’è già detto, la classe dei plebei, chiamati borghesi perché nei borghi esercitavano la mercatura, le arti e i mestieri. Spesso questi uomini liberi riuscivano ad accumulare notevoli sostanze. Alcuni di loro svolsero delle attività di grande utilità per il consorzio umano della città o del feudo, come la tessitura, l’architettura, la giurisprudenza, distinguendosi tra la popolazione e ottenendo dal consiglio nobile o dal feudatario di potersi fregiare di un blasone privo di corona[26]. I borghesi erano raggruppati per gilde a secondo dell’arte o mestiere (sskrt. śreṇi) esercitato, all’interno delle quali esistevano le vie iniziatiche corrispondenti a ogni singola forma artigianale. Al giorno d’oggi rimane una pallida traccia di queste corporazioni nella Libera Muratoria e nel Compagnonaggio.

Alla base della piramide sociale si trovavano i contadini e i servi, generalmente accorpati alla famiglia dei loro padroni, ecclesiastici, nobili o uomini liberi che dir si voglia.

Gian Giuseppe Filippi

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[1] Nel periodo di riferimento i patriarchi latini erano: il papa di Roma, l’arcivescovo di Grado e quello di Aquileia. Tra questi, le chiese greche riconoscevano solamente il patriarcato di Roma.

[2] Usiamo i verbi al passato in considerazione del fatto che la Chiesa cattolica attuale è un vero cadavere in decomposizione.

[3] Ciò nonostante, sebbene alcuni vescovi e papi provenissero da famiglie nobili, l’origine sociale dell’alto clero era generalmente espressione degli strati bassi della popolazione, spesso perfino di estrazione servile.

[4] Come si è anticipato nei capitoli precedenti, diventava monaco chi proveniva già da un livello culturale elevato e sentiva il desiderio per una vita solitaria di rinuncia dai beni mondani. A questo scopo i monasteri e gli eremi erano costruiti in luoghi impervi, lontani dal consorzio umano. Solamente alcuni monaci accedevano anche al sacerdozio e in questo modo garantivano all’interno dei loro monasteri il compimento dei riti esteriori obbligatori. Qualora l’abate eletto dai suoi confratelli fosse stato anche sacerdote, cosa per nulla necessaria, egli assumeva automaticamente una dignità vescovile (detto in lat. Abbas Mitratus per la facoltà di portare la mitria, copricapo a forma di testa di pesce tipico dei vescovi, allusivo del potere piscatorio, potestas piscatoria, dei successori degli apostoli), senza che questa carica gli fosse delegata da una qualsiasi autorità superiore. Non si deve dimenticare che è all’interno dei monasteri che si trasmetteva la vera iniziazione sacerdotale sia d’origine giovannea sia di derivazione druidica. Al contrario, il clero esteriore non iniziato (adīkṣita) poteva trasmettere soltanto i sacramenti esteriori, paragonabili per molti versi ai saṃskāra dell’induismo.

[5] L’incapacità o il rifiuto di capire il concetto di nobiltà è per tanti versi paragonabile all’assoluta incomprensione dei moderni nei confronti del sistema castale. Cfr. Jean Flori, Cavalieri e cavalleria del Medioevo, Torino, Einaudi Ed., 2008 (I ed. Paris, Hachette, 1998), pp. 65-76. La ragione di una tale chiusura è attribuibile sia al pregiudizio culturale dell’egualitarismo sia alla istintiva tendenza di studiosi e storici recentemente acculturati e provenienti da basse classi sociali. (Dante spiega il significato della parola nobilis con non vilis). Trasferendo alla nobiltà la problematica plebea che suona “Come si diventava nobile?”, come se si trattasse di un mestiere o di una professione, gli storici evoluzionisti continuano a confondere l’essere con il divenire.

[6] Si comprende bene che quando si afferma che qualcuno è diventato nobile, si ammette che egli in precedenza non lo era stato. Questo tipo di “nobilitatio” cominciò ad apparire a partire dalla seconda metà del XIII secolo. I principi conferivano per lettera un riconoscimento di nobiltà a un plebeo. Il primo caso di nobilitazione per lettera fu nel 1270 quello di Raoul, argentiere di Filippo l’Ardito di Francia (Goffredo di Crollalanza, Enciclopedia araldico-cavalleresca. Prontuario nobiliare, Pisa, Giornale Araldico, 1876-77, p. 434, a-b). Con plebeo, fin dai tempi più antichi di Roma, si definivano principalmente gli “uomini liberi”, nel medioevo detti anche borghesi o popolo grasso. Con la nobilitazione era riconosciuto al plebeo uno status superiore per aver acquisito certe sue benemerenze. Spesso essi prestavano del denaro e indebitavano i veri nobili; essi ottennero spesso la nobilitazione in cambio dell’estinzione del debito. Perciò, putroppo, spesso furono nobilitati degli strozzini. È certo che questa nuova nobiltà, con il passare dei secoli e grazie a matrimoni con famiglie autenticamente aristocratiche da tempo immemorabile, alla fine venne accettata di fatto. In questo contesto tradizionale, non possiamo tener d’acconto la frequente nobilitazione negli ultimi due secoli di plebei da parte di monarchie liberali o perfino da parte di dittature popolari, spesso caricati di titoli fantasiosi e roboanti. Va, comunque, ricordato che i plebei erano chiaramente distinti dagli appartenenti alle classi servili.

[7] Giandonato Rogadeo, Del ricevimento de’ Cavalieri e degli altri Fratelli dell’Insigne Ordine Gerosolimitano, presso Vincenzo Orfino, Napoli, 1785, p. 98. Il capostipite della famiglia spesso era identificato con un Dio o un Semidio, dando così origine alla gens (sskrt. gotra). Questo prolungava ancor più l’origine immemorabile del clan a un tempo non umano.

[8] Il patriziato romano, che in origine svolgeva sia la funzione sacerdotale sia quella regia, dopo il passaggio dell’Impero al cristianesimo, perse le prerogative propriamente sacrali (a eccezione del potere di benedizione). Per questa ragione i patrizi di origine romana, durante il medioevo, di fatto non furono più distinti dalla classe degli equites, classe esclusivamente guerriera.

[9] “[…] dicono che baro è alterazione di vir, e adducono in argomento il romanico varo, uomo grave, possente. Infatti, e il Menage ne conviene, nella bassa latinità baro era ablativo di vir, ossia equivaleva a viro, e significava uomo prode e valente […]”.Crollalanza, Enciclopedia araldico-cavalleresca, cit., p. 97, a.

[10] Non è un caso che nelle vie tantriche dell’Induismo (vīramārga), l’ārya, o nobile solo per nascita castale, appena iniziato è considerato ancora un pāśu, un essere ancora legato da certi condizionamenti; più avanti diventa vīra (eroe, lat. vir). Per il dīkṣita tantrico è questo, infatti il primo stadio di realizzazione.

[11] Questo grado, nel caso che fosse raggiunto da patrizi d’origine romana, prendeva il nome di signore (lat. Dominus). Signorie e Principati fecero parte del sistema feudale fin dall’inizio e non come dichiarano gli storici ufficiali, che postdatano infondatamente questi feudi all’epoca rinascimentale.

[12] In questo si riconosce facilmente la distinzione tra un semplice dīkṣita e un sādhaka. Quest’ultimo infatti è colui che ha proceduto nella via iniziatica. Nelle vie iniziatiche tantriche al princeps corrisponde il grado di divya, “uomo luminoso o divino”. I più stretti collaboratori dell’Imperatore erano i conti palatini, i paladini, in origine in numero di dodici. Costoro erano veramente i pari del sovrano e rispecchiavano il collegio degli apostoli stretti attorno al Cristo-Re o Messia.

[13] È interessante notare che nella Massoneria inglese del Marchio, il compimento del secondo grado era segnato dal titolo di “uomo del marchio” (in seguito abusivamente innalzato al grado di Mark Master). Di fatto i marchesi erano coloro che portavano il sigillo del sovrano e avevano il diritto di battere moneta in sua vece. Va osservato che l’apprendista massone operativo, non essendo nobile per nascita, non può essere definito vir-barone. È però definito “uomo libero”, vale a dire appartenente al Terzo Stato e non di condizione servile. In questa prospettiva chiaramente tradizionale non possiamo tenere in considerazione i numerosi aristocratici e ricchi mercanti che furono “accettati” in Massoneria a partire dal XVII secolo; nel linguaggio massonico “accettato” è colui che è riconosciuto massone honoris causa. Questa “moda” comportò l’entrata in massa di individui non appartenenti alla gilda muratoria, cosa che provocò, alla fine, la perdita dell’operatività e del metodo che a essa s’appoggiava e la conseguente degenerazione dell’Istituzione.

[14] Nel caso dei Re, non c’è dubbio che essi nell’alto Medioevo non fossero molto diversi dai principi e duchi. Erano perciò vassalli dell’Impero. Sarà dopo il XI secolo che i Re cominciarono a identificarsi con una singola nazione e quindi ad assumere un atteggiamento concorrenziale nei confronti dell’Impero, sostenendo che “il Re è Imperatore nel suo regno”. Anche in questo caso grave responsabilità va riconosciuta alla politica eversiva del Papato. Infatti i papi, perseguendo la loro politica di usurpazione del Potere temporale, costantemente istigarono i Re a non riconoscersi subordinati all’Impero.

[15] La vera estensione del grado di Maestro, nella Massoneria sopra menzionata, è quello di navigatore dell’Arca (Ark Mariner), che allude al superamento del diluvio delle invasioni barbariche.

[16] Familiarità di sangue o acquisita per alleanza matrimoniale.

[17] L’ereditarietà seguiva la legge salica promulgata da Clodoveo. Secondo questa legge, la carica ereditata spettava esclusivamente al primogenito maschio, a meno che il padre non prevedesse che a disporre del titolo fosse un altro erede diretto maschio. In tal caso il padre chiamava il figlio non primogenito a condividere il suo incarico mentre era ancora in vita. Quest’ultimo principio è stato seguito spesso anche in India, non solo per l’ereditarietà familiare nella casta kṣatriya, ma anche per garantire continuità a una paramparā iniziatica di un kula o d’un pīṭha.

[18] Solamente quella dell’Imperatore non divenne mai una carica dinastica, poiché egli doveva essere acclamato dall’esercito, dal Senato e dal popolo romano o dai suoi Principi Elettori. Questo contribuì a mantenere alto il carisma imperiale, anche se, nella pratica, si rivelò una debolezza dell’istituzione.

[19] Si trattava di possesso e non di proprietà. Vale a dire che il feudo era concesso in amministrazione e usufrutto, la cui proprietà spettava a Dio soltanto, grazie alla mediazione imperiale. L’assegnazione di un beneficio o infeudazione era ritualmente rappresentata dalla concessione di un vessillo araldico da parte del principe, le cui figure e colori poi diventavano il simbolo portato sullo scudo della famiglia.

[20] Non era raro che anche Vescovi, Arcivescovi e Abati Mitrati potessero essere infeudati di baronie, marche o principati. In tal caso il feudo coincideva con la stessa Diocesi ecclesiastica. Tuttavia questi feudatari dell’alto clero dovevano anche essere nati da famiglie aristocratiche.

[21] Per es.: Jean Flori, Cavalieri e cavalleria del Medioevo, cit.; Franco Cardini, Alle radici della cavalleria medievale, Milano, Sansoni, 2004.

[22] Gli autori citati hanno anche in comune la tendenza a separare nettamente la Cavalleria dalla nobiltà, riducendo i cavalieri a soldatacci di nascita popolare, abili nelle armi e spesso dediti al brigantaggio. A causa delle loro strabilianti imprese, alla fine del medioevo i cavalieri sarebbero stati dapprima riconosciuti quasi come fossero nobili. In seguito, a ridosso del Rinascimento, la nobiltà si sarebbe riversata nella Cavalleria, che da allora si sarebbe trasformata in un ambiente raffinato ed estremamente chiuso. A riprova di questa interpretazione essi citano qualche caso di avventurieri di condizione borghese o persino servile che sarebbero stati armati cavalieri fingendosi discendenti di magnanimi lombi. Questa argomentazione dimostra esattamente il contrario: per quale motivo quei millantatori si sarebbero fatti passare per nobili se la Cavalleria, come essi sostengono, era aperta a tutte le classi sociali?

[23] Dopo Carlo Magno non è chiaro quale dei suoi successori, oltre a essere Imperatore, fosse anche Imperator delle vie iniziatiche nobiliari. Ci sono vari indizi per supporre che quello fosse il caso di Federico II Hohenstaufen. Invece sappiamo, grazie all’autorità di Dante, che l’Imperatore Arrigo VII di Lussemburgo fu anche l’Imperator iniziatico.

[24] Nel linguaggio cavalleresco con “gentile” si allude sempre a qualcosa di iniziatico. Ci ritorneremo quando tratteremo del basso medioevo, dei trovadori e dei Fedeli d’Amore. Il termine non assume mai il tono di dispregio come nell’uso giudaico della parola goyim, che designa chi non fa parte del “popolo eletto”; e nemmeno corrisponde al britannico “gentleman”, che indica l’appartenente al ceto medio che ha frequentazioni clientelari con l’aristocrazia.

[25] Crollalanza, Enciclopedia araldico-cavalleresca, cit., p. 166, a.

[26] La corona era privilegio esclusivo della nobiltà. Gli inglesi, che ampliarono in forma eccessiva il divario tra il Re e il semplice nobile, attribuiscono la corona solo al sovrano, mentre ai nobili è riservata la “coronet”.