34. Crisi dell’Impero carolingio e nuove invasioni barbariche

Dovremo ora dedicare alcune pagine alla storia, necessarie per spiegare le grandi modifiche che precedettero il crollo della Tradizione in Occidente.

Carlo Magno divise i suoi domini in tre parti, seguendo i costumi dei sovrani franchi che lo avevano preceduto. Al figlio Pipino (o Carlomanno) aveva lasciato il Regno d’Italia, che comprendeva tutti i domini già appartenuti ai Longobardi, ai Bizantini, oltre al Patrimonio di S. Pietro[1] e al Regno di Burgundia, suoi vassalli.

A Ludovico il Pio era assegnato il Regno dei franchi occidentali, che comprendeva gran parte dell’attuale Francia, la marca spagnola (l’Aragona) e il vassallo Regno delle Asturie. Il terzo figlio, Carlo il Giovane, riceveva in eredità il Regno dei franchi orientali (attuale Belgio, Germania, Austria, Boemia e Ungheria). Pipino (o Carlomanno) e Carlo in Giovane, però, morirono prima del padre, perciò l’intera eredità territoriale fu raccolta da Ludovico il Pio. Quest’ultimo fu perciò Re d’Italia, Re di Francia, Re di Germania e, inoltre, fu acclamato Imperatore[2].​

L’Imperatore Carlo Magno s’era dimostrato abile guerriero, giudice equanime, amministratore lungimirante. Inoltre aveva saputo condurre con mano ferma i rapporti con la Chiesa e aveva impostato il suo Impero sul modello delle organizzazioni iniziatiche che da lui dipendevano. Ludovico, invece, s’occupò prevalentemente dei rapporti con la Chiesa, confermando la sua autorità sacrale e intensificando la relazione spirituale tra lo Stato e le organizzazioni iniziatiche kṣatriya. Per questo suo impegno prevalentemente spirituale, passò alla storia con l’attributo di Pio[3]. Ludovico ebbe tre figli di primo letto e Carlo il Calvo di secondo letto. Lotario, il primogenito, ereditò il titolo di Re d’Italia.​

Il suo regno divideva l’Impero verticalmente, comprendendo l’Italia, la Provenza e la Lotaringia (Lorena) fino alle foci del fiume Reno. Egli fu in seguito acclamato Imperatore dai baroni imperiali, dal popolo, dal Senato di Roma[4] e fu incoronato a Roma nel 823. A Pipino, il secondogenito di Ludovico il Pio, venne assegnato il regno di Aquitania, ossia della Franconia occidentale, che comprendeva gran parte dell’attuale Francia. Il terzogenito, Ludovico II il Germanico, ottenne il regno della Franconia orientale (Germania). I tre fratelli non andarono d’accordo né con il padre, l’Imperatore, né tra loro. A questo s’aggiunsero le trame del fratellastro Carlo il Calvo, che riuscì a sostituirsi a Pipino come re d’Aquitania. Alla morte di Lotario, Ludovico il Germanico fu eletto Imperatore e da quel momento in poi il titolo imperiale rimase quasi sempre in dotazione ai Re di Germania e d’Italia. Le diatribe tra Carolingi impedirono che il titolo imperiale diventasse dinastico. Se da un punto di vista questa caratteristica elettiva della carica imperiale[5]  rendeva il suo potere effettivo minore rispetto a quello delle dinastie regali consolidate, da un altro conferiva all’Imperatore dei cristiani un prestigio dovuto al merito pubblicamente riconosciuto e un carisma sacrale incomparabile.

Le contese tra i discendenti di Carlo Magno, però, indebolirono la struttura difensiva del Sacro Impero, anche se il titolo imperiale fu sempre regolarmente trasmesso tramite rami cadetti o cognati della dinastia Carolingia, almeno fino all’inizio del 900.​

Questo periodo di crisi coincise con il rinnovarsi di ulteriori invasioni barbariche[6]. Certamente la minaccia dei nuovi barbari non fu mai così grave da mettere in pericolo l’esistenza dell’Impero, come era accaduto alla caduta di Roma ai tempi di Alarico. Il primo popolo barbaro fu quello dei normanni o vichinghi, che aggredì l’Impero provenendo dal mare del Nord, spesso risalendo i fiumi di Francia e Germania e portando devastazioni alle città fluviali[7].​

Generalmente le razzie dei normanni erano temporanee: i pirati, carichi di bottino, si ritiravano poi nei paesi scandinavi da cui provenivano. Solamente a partire dall’ 880 essi occuparono permanentemente la Normandia, nel nord della Francia occidentale[8]. La seconda minaccia barbarica apparve al confine orientale dell’Impero: dopo il tentativo di sfondamento da parte dei popoli slavi durante tutto il secolo VIII[9], si affacciarono gli ungari, popolazione guerriera di origine siberiana. Dopo aver minacciato seriamente l’esistenza dell’Impero d’Oriente, essi furono federati all’esercito bizantino e utilizzati dai Basileis per contenere l’espansione del Sacro Romano Impero verso i Balcani. Tuttavia, all’inizio dell’XI secolo, la loro conversione al cattolicesimo, promossa dal Re Santo Stefano, li fece entrare nell’orbita del Sacro Romano Impero.

La terza minaccia barbarica fu rappresentata dai pirati saraceni[10]. Una storiografia contemporanea compiacente suole descrivere la società islamica di questo periodo come altamente civilizzata; ciò è certamente vero, soprattutto nel Vicino Oriente, Sicilia, Marocco e Spagna. Però si dimentica troppo spesso di menzionare che l’Africa settentrionale era costellata di piccoli emirati e città-stato indipendenti che prosperavano solo grazie alla razzia, alla pirateria, al brigantaggio, e al mercato degli schiavi. Nell’anno 843 i saraceni arrivarono a saccheggiare Roma e, in seguito, a stabilire porti e covi pirati un po’ ovunque nell’Italia meridionale e nelle isole. Anche in questo caso l’impreparazione marinara dell’Impero fu la causa di tante sciagure.​

In tali frangenti i papi si distinsero per la loro doppiezza politica: a ogni difficoltà che si verificava nell’Impero essi si affrettavano ad accampare sempre maggiore autonomia dalla corona, confezionando falsi Decretali e falsificando documenti provenienti dalla seconda capitale imperiale, Aquisgrana. Tuttavia i papi erano pronti a ritirare tutte le loro pretese e a giurare lealtà e sottomissione all’Imperatore ogni qual volta fossero stati minacciati da arabi, bizantini o da insurrezioni longobarde[11].

Petrus Simonet de Maisonneuve

 

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[1] Costituito da un insieme di piccoli feudi concessi al papa da vari Re longobardi e franchi merovingi e carolingi imperiali, di cui egli fu vassallo nel dominio temporale; più tardi si denominerà Stato della Chiesa, quando strapperà all’Impero la sua indipendenza.

[2] In linea con la dottrina sul potere temporale di suo nonno Carlo Magno, nell’anno 824 Ludovico promulgò la Constitutio Romana, che vincolava il papa di Roma a giurare fedeltà all’Imperatore prima del rito di incoronazione. Cfr. Andrea Zorzi, Manuale di storia medievale, Torino, UTET, 2016, p. 121. Questo atto di vassallaggio rimase inalterato per almeno due secoli.

[3] Pius in latino indica una persona totalmente dedicata a seguire la volontà divina (il vero significato di bonæ voluntatis), sia nel dominio essoterico sia in quello esoterico.

[4] In luogo dell’acclamazione da parte delle legioni, come avveniva nell’antica Roma, nel Sacro Romano Impero il primo passaggio per il riconoscimento della dignità imperiale consisteva nell’acclamazione da parte della nobiltà. Si trattava dunque di un normale adattamento della prassi elettiva a condizioni storiche diverse. Rimaneva, invece, intatto il riconoscimento del Senato di Roma, che conferiva al sovrano il titolo di patrizio, e quello della popolazione romana che lo riconosceva Re d’Italia (e Lotaringia, per un certo periodo). A questo punto il candidato era riconosciuto Imperatore di fatto e degno dell’incoronazione papale.

[5] L’elettività imperiale rimase, almeno formalmente, fino all’avvento al trono dell’ultimo Romano Imperatore, Francesco II d’Absburgo (1792).

[6] Friedrich Heer, Il Sacro Romano Impero, Roma, Newton Compton, 1999, pp.33-34.

[7] L’Impero, composto da Lotaringia, Francia orientale (Germania) e Francia occidentale, era una notevole potenza militare. Tuttavia il suo era un esercito di terra. Perciò le inaspettate incursioni piratesche dei barbari del Nord (Norvegia e Danimarca) furono disastrose.

[8] Rollo, il capo tribù vichingo che invase la Normandia, si convertì al cristianesimo; ciò non impedì che, alla sua morte, il rito funebre prevedesse il sacrificio di cento prigionieri (John Julius Norwich, I Normanni nel Sud, I voll., Milano, Mursia, 1968, p. 16). Dopo numerosi episodi bellici, nel 911 i normanni riconobbero la loro sudditanza nei confronti del Re di Francia e Lotaringia, Carlo III il Semplice: così fu fondato il ducato di Normandia. Ovunque arrivarono, questi barbari scandinavi sconvolsero l’ordine precedente, creando situazioni anomale. Per esempio la rigida soggezione imposta agli scoti, angli e sassoni civilizzati delle isole britanniche (Massimo Montanari, Storia medievale, Roma-Bari, Laterza, 2002, pp. 145-146); le scorrerie piratesche su tutto il nord della penisola iberica e ai confini settentrionali dell’Impero bizantino (A.Zorzi, Manuale di storia medievale, cit., p. 144); e soprattutto la conquista dell’Italia meridionale, delle cui gravi conseguenze sull’ecumene medievale parleremo più avanti.

[9] L’unico stato slavo di una certa consistenza, la Moravia, cessò di esistere nel 907, dopo una settantina di anni d’esistenza. Gli slavi furono condotti verso l’Europa centrale da popolazioni provenienti dall’Asia centrale, come gli Unni e gli Avari. Essi costituivano le caste più basse di queste popolazioni seminomadi e per questa ragione furono definiti slavi o serbi (Gr. Σχλαυηνοί, schiavi; Lat. Servi, servi o schiavi).

[10] Per questa ragione, più tardi, denominati pirati “barbareschi”. Il termine latino Sarraceni si fa derivare dall'aramaico sarqiyīn che significa “abitanti del deserto (sarq)”.

[11] L’atteggiamento disonesto dei papi fu evidente nel caso di Leone III (795-816), Pasquale I (817-824), Eugenio II (824-827), Gregorio IV (827-844), Sergio II (844-847, Leone IV (847-855), il massimo falsificatore di documenti; Nicolò I (858-867), Giovanni VIII (872-882), Adriano III (884-885), altro notevole falsario. Infine, l’abominevole Stefano IV (896-897) che istituì un macabro processo al cadavere del suo predecessore papa Formoso (891-896), accusato di essere stato troppo leale nei confronti dell’Imperatore. L’indignazione del popolo romano scoppiò in una rivolta che terminò con lo strangolamento di papa Stefano IV (Carlo Rendina, I Papi. Storia e segreti, Roma, Newton Compton, 1984, pp. 244-304).