35. L'apogeo dell'Impero e la riforma del cattolicesimo

La deposizione nell’anno 887 di Carlo III il Grosso[1], gravemente invalido, rappresenta la conclusione della dinastia carolingia. L’Impero entrò in una fase di stallo a causa della vacanza imperiale[2]. Gli storici in generale, abituati a vedere con gioia “rivoluzioni” ovunque, considerano questa una svolta storica dalla quale l’Impero sarebbe uscito radicalmente cambiato. Nulla di più falso. Durante quei sette decenni il sistema feudale si consolidò secondo le linee che erano state stabilite fin dall’epoca di Carlo Magno. Gran parte dei feudi divennero ereditari, stabilendo i loro legami di fedeltà e di beneficio con i Re e i duchi[3] che, in assenza dell’Imperatore, lo rappresentavano. Il medesimo regime si strutturò anche tra i feudi dei valvassori e dei valvassini. Quello che bisogna comprendere con chiarezza è che la lealtà giurata era reciproca. Se il signore superiore di grado non rispettava il contratto del beneficio demandato al suo vassallo, questi aveva tutti i diritti di protestare davanti alla Dieta di Aquisgrana; al limite, poteva, a buon diritto, prendere le armi contro il suo signore per far valere le sue ragioni. Gli storici contemporanei confondono questo diritto con la ribellione, nell’incapacità di capire, ormai, il senso dell’onore, della fedeltà e della lealtà dell’uomo medievale[4].

Altri feudi erano concessi a vescovi o ad abati mitrati. In questo caso, ovviamente, l’ereditarietà era esclusa. La concessione proveniva dai Grandi dell’Impero, che faceva così coincidere la diocesi con il feudo. In generale il feudo ecclesiastico era usato per separare i possessi di dinastie nobiliari in storica competizione tra loro, con il risultato di mantenere la Pax Imperii. Come si è scritto nel capitolo precedente, il sistema tenne e mal ne incolse ai pochi avventurieri che si sforzarono di rovesciare l’ordine carolingio, cercando di estendere indebitamente i loro possessi o di impadronirsi indegnamente di titoli reali o, addirittura, quello imperiale[5]. In questo periodo, tuttavia, il regno della Franconia occidentale o Francia, pur essendo ridotto a una piccola area intorno a Parigi, schiacciata tra i ducati di Normandia, Borgogna, Aquitania e le contee delle Fiandre e d’Anjou, e pur essendo retta da un ramo carolingio, cominciò la sua politica di distacco dall’Impero. Fu l’unico caso di ribellione embrionale che riscosse un certo successo nel corso dei secoli successivi. Come si vedrà nel seguito della nostra panoramica, il regno di Francia svolse sempre una funzione dissolvente dell’ecumene cristiano-medievale. La Franconia orientale era formata da quattro grandi ducati. Nel periodo di vacanza imperiale, i quattro duchi furono eletti a rotazione Re di Germania[6]. Nel 955 Ottone di Sassonia, esponente di una dinastia imparentata con i carolingi, ottenne una vittoria definitiva contro gli ungari. Sconfitti, gli ungari si stabilirono nell’attuale Ungheria e divennero vassalli del Sacro Romano Impero.[7] La fine della minaccia sul fronte orientale fu un grande successo di Ottone di Sassonia, che nel 962 fu acclamato e unto Sacro Romano Imperatore. Con la dinastia di Sassonia l’Impero raggiunse il massimo di stabilità politica ed economica[8]. Tuttavia, la grandezza di Ottone I Imperatore fu quella di continuare il consolidamento dell’Impero nei suoi princìpi spirituali. Il Sacro Romano Impero ottoniano riuscì a sintetizzare una concezione universale e sacrale del Regnum, assumendo i simboli, le dottrine e i rituali dell’antico Impero Romano e del contemporaneo Impero bizantino[9]. Ottone, sceso in Italia, fece pulizia tra i litigiosi feudatari, soprattutto tra quelli di origine longobarda, che avevano devastato l’Italia centro settentrionale nei decenni precedenti. Nell’Italia meridionale ridusse alla ragione i ducati longobardi che sopravvivevano e rispettò le enclaves bizantine[10]. In Francia riuscì a riconquistare la lealtà del Regno di Borgogna, ma fallì nel ricondurre il Regno di Francia all’ecumene imperiale. Invece il ducato di Normandia continuò a sfuggire ai suoi legami di vassallaggio.

Gli interventi in Italia non potevano prescindere dai rapporti con il papato. Approfittando delle lotte intestine tra grandi feudatari che avevano turbato la situazione italiana nel periodo di vacanza imperiale, la famiglia, d’origini oscure, dei conti di Tuscolo[11] spadroneggiò a Roma e nominò illegalmente ben cinque papi di loro gradimento[12]. Ottone il Grande scese a Roma, fece ordine nell’Urbe, spodestò il papa irregolare e, alla fine, nel 974 fece eleggere regolarmente Benedetto VII. Assieme a questo nuovo papa Ottone riprese con energia l’opera di purificazione del cattolicesimo, già iniziata da S. Bonifacio e da Carlo Magno. L’imperatore riconobbe i feudi pontifici (anche quelli di cui i papi si erano impadroniti con la frode), ma comunque come vassallaggio dell’Impero: rinnovò la validità del suo diritto di conferma all’elezione papale sancito dalla Constitutio Romana di Ludovico il Pio. Infine, promulgò il Privilegium Othonis, il quale ratificava che l’Imperatore era il garante della correttezza dottrinale, liturgica e pastorale del cattolicesimo, con sacro potere di correzione dei pontefici trasgressori[13]. Gli successero il figlio Ottone II, morto prematuramente, e il nipote Ottone III. Quest’ultimo si prodigò nei cinque anni del suo regno (996-1001[14]) a rendere l’ideale dell’Impero universale sempre più carismatico e venerato in tutta la cristianità, mantenendo il papato strettamente sotto controllo e impegnandosi nella riforma della Chiesa. La dinastia degli “Ottoni” aperse dunque un periodo di splendore che continuò anche con la dinastia seguente, pur portando invisibili germi della sua rovina. Fu proprio la provvidenziale riforma del cattolicesimo a far emergere le pretese di rivalsa dei papi.

L’ordine ottoniano imposto all’Impero mise in evidenza l’inadeguatezza del clero secolare e dello stesso papato. Soprattutto nel periodo dell’interregno imperiale, preti e papi risprofondarono nella stessa ignoranza e abiezione comportamentale che si erano già affermate nella Chiesa latina prima dell’intervento dei monaci culdei[15]. Sotto la dinastia di Sassonia l’alto clero italiano, borgognone e tedesco, godendo dei benefici feudali, era ormai espressione dell’aristocrazia, perciò possedeva un livello di preparazione religiosa più elevato. Abati, Vescovi e Imperatore si resero conto della tragica situazione romana[16] e, nel progetto dell’universalizzazione dell’Impero, inclusero anche quello della purificazione della Chiesa. La strategia scelta fu quella di incaricare il monachesimo di riformare la Chiesa latina: e, quando si parla di monachesimo, s’intende quello benedettino, che aveva monopolizzato lo stile della vita anacoretica cattolica. Per essere in grado di operare tale correzione ecclesiastica, i monaci iniziarono a diventare preti. Ciò facilitò il loro compito, ma distorse alquanto i fini contemplativi previsti dalla Regola originale. Questo avvenne principalmente nel monastero di Cluny che fu fondato dal duca Guglielmo I d’Aquitania. Il duca sostenne tutte le spese di costruzione e installò come abate Bernone, a patto che, assieme ai suoi monaci, facesse atto di sottomissione al papa. Era la prima volta che un monastero rinunciava alla propria autocefalia[17], accettando la dipendenza diretta da Roma. I monaci, ormai quasi tutti preti, divennero difensori della più rigorosa liturgia, insegnando con pazienza e metodo il preciso modo di compiere i riti sacramentali. La loro purezza di comportamento li faceva apparire degli angeli tra il clero diventandone modelli da imitare. Essi impressero un nuovo significato alla castità, convincendo il clero esteriore a farsi mediatore tra i fedeli e Dio, e ad agire di conseguenza. Il risultato di questa rettificazione apparve quasi una monacazione del clero: fu certamente un successo. Tuttavia, questo comportò una clericalizzazione dei monaci cluniacensi, con un palese declino della tensione spirituale e della trasmissione iniziatica. Non tutti i monaci benedettini, ancora influenzati dal sapere culdeo, seguirono l’esempio di Cluny. In Italia, soprattutto, essi reagirono rinnovando gli ideali ascetici ed eremitici dell’antico monachesimo del deserto, della tebaide e del Monte Athos. San Romualdo (al secolo Romualdo duca degli Onesti), discepolo di Marino, monaco veneziano di rito bizantino, fondò l’eremo di Pereo, nei pressi di Ravenna, proprio in quella che era stata la capitale dei domini bizantini in Italia. In seguito, fondò vari piccoli cenobi ed eremi in Italia centrale, tra cui il più famoso rimane quello di Camaldoli dei primi anni del 1000. Questa esperienza, molto vicina all’esoterismo esicasta, nel corso del secolo XI diede origine ai monasteri di Cîteaux, in Borgogna, e, tra gli altri, all’eremo calabrese di Santa Maria, tutti fondati da San Brunone di Calabria. Quest’ultimo passò anni nella grotta dove, a suo tempo, si era ritirato Cassiodoro e dove aveva fatto costruire l’eremo Vivarium. Quasi a voler segnare una continuità di trasmissione da Pitagora, attraverso Cassiodoro, Brunone assunse il metodo iniziatico esicasta, probabilmente appreso da qualche anacoreta bizantino ancora presente nel “deserto verticale” di Copanello, in Calabria[18]. Camaldolesi e cistercensi presero le distanze dai cluniacensi, considerando che l’opera di moralizzazione della Chiesa aveva intaccato l’aspetto ascetico della loro regola. Infatti, i cluniacensi trattavano alla pari con feudatari, Re, Imperatori, vescovi e papi. Ben presto Cluny divenne il monastero più ricco d’Europa per le donazioni e i benefici feudali che raccoglieva. Gli altri benedettini, invece, sottolineavano l’importanza della rinuncia ai beni mondani per guarire la Chiesa[19]. L’influenza congiunta delle due tendenze benedettine, sotto la guida degli Imperatori della dinastia di Sassonia e di quella successiva di Franconia, ebbe un effetto superiore alle aspettative. Così, gli Imperatori rafforzarono le basi dell’ideale imperiale, tenendo strettamente sotto controllo l’elezione dei papi. In questo modo riuscirono anche a restaurare la Chiesa senza rendersi conto che quest’ultima, nuovamente autorevole, si sarebbe rivoltata conto di loro. Nubi di burrasca si addensavano all’orizzonte del secolo XI.

Petrus Simonet de Maisonneuva

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[1] Fu l’unico Imperatore Romano assieme a Carlo Magno ad aver unito sotto la sua corona tutti i regni della cristianità: fu Re d’Alemannia e Lotaringia (876-887), Re d'Italia (879-887), Sacro Romano Imperatore (881-887), Re dei Franchi orientali (882-887), Re dei Franchi occidentali, Re d'Aquitania e infine Re di Provenza. I regni vassalli, indirettamente partecipi all’Impero, riaffermarono la loro fedeltà.

[2] Dal 888 al 924 si susseguirono cinque feudatari che si fecero incoronare Imperatori obbligando con la forza il papa a consacrarli. Le loro pretese però erano considerate illegittime, perché nessuno di loro era stato acclamato dalla Dieta dei baroni dell’Impero. Durante l’interregno dal 921 al 962 nessuno più si dichiarò pretendente all’augusto trono.

[3] Anche da alcuni marchesi e conti sovrani.

[4] Questa incapacità è dovuta ai pregiudizi impressi nella mentalità europea dall’eredità nefasta della rivoluzione francese. Nemmeno l’altra rivoluzione borghese, quella americana, è arrivata tanto lontano da stravolgere la capacità di comprensione del passato. Il diritto di sollevazioni in armi contro il governo centrale prevista dalla costituzione statunitense è ancora un caposaldo di certe libertà che nell’Europa omologata sono ormai inconcepibili.

[5] Ne è dimostrazione il miserabile risultato dei tentativi fatti dai marchesi d’Ivrea, del Friuli e dei duchi di Spoleto.

[6] I Re di Germania e d’Italia, dunque, sulla scia del sistema elettivo imperiale, continuarono a essere acclamati dalla Dieta dei baroni nel primo caso, o dal Senato di Roma, nel secondo.

[7] Entrarono così nell’orbita dal cattolicesimo, anche se la conversione fu completata solo sotto il regno di Santo Stefano I nei primi lustri del secolo XI.

[8] Il criptomarxismo, inoculato in tutti i campi dello scibile moderno, ovviamente dà la massima importanza all’economia come l’unica molla a far funzionare il cosmo meccanicistico. Nel periodo di cui trattiamo, pare che prosperasse l’agricoltura, che si producesse un aumento demografico e che le arti e le scienze rifiorissero (per la verità tutto ciò dovrebbe essere retrodatato alla rinascenza carolingia). Le scoperte tecnologiche a cui gli storici accademici attribuiscono la prosperità di questo periodo, la noria, il giogo e il vomere metallico, erano già noti da almeno due millenni! Quanto alla depressione demografica ed economica dei secoli precedenti, si tratta di una ricostruzione ideologica della storiografia, poiché mancano i documenti su cui poggiare queste illazioni. Nell’alto medioevo i documenti degni d’essere trascritti erano i testi liturgici, le formulazioni teologiche e dogmatiche, la trascrizione degli autori classici e le bolle di donazioni e benefici feudali, non certo i conti della serva. Se un calo demografico avvenne, come anche un calo nella produzione documentale e artistica, lo si deve far risalire al periodo delle invasioni barbariche, i cui danni gravissimi sono occultati da un paio di secoli ad opera della crescente egemonia politica e culturale dei popoli anglosassoni e protestanti, ultimi eredi attuali dei barbari.

[9] Si parla anche di una architettura e, in generale, di un’arte ottoniana. Si tratta dell’assunzione del simbolismo cristiano bizantino reinterpretato nell’ottica dell’antica arte romana classica, di cui si ammiravano le rovine un po’ ovunque in Europa. Per questo fu denominata “arte romanica”. Quest’arte dilagò in tutta l’estensione dell’Impero e, assumendo anche connotazioni locali, sostituì l’arte cristiano-barbarica.

[10] La Puglia e la Calabria erano ancora province dell’Impero d’Oriente. Ottone I fu un grande ammiratore della sacralità dell’Impero bizantino. Riuscì a combinare il matrimonio di suo figlio, il futuro Ottone II, con una nipote del Basileus. Tutta la sua politica verso Oriente fu rivolta alla ricerca di una cooperazione tra i due Imperi, in modo da ricostituire lo status pre-teodosiano.

[11] Questo titolo comitale fu concesso in vassallaggio dal papa. I Tuscolo, impadronitisi della città di Roma, si appropriarono dell’amministrazione del feudo detto “Patrimonio di S. Pietro”, usurpando il potere temporale imperiale: fu così che i conti di Tuscolo innalzarono al soglio pontificio dei papi loro cortigiani, di cui due della loro stessa famiglia. Ai papi lasciarono solo l’espletamento dell’autorità spirituale. Per l’indecente intromissione delle donne di quella famiglia (soprattutto Marozia) e per i ripetuti casi di imbastardimento, questo periodo è conosciuto come la “pornocrazia romana”. (C. Rendina, I Papi, cit. pp. 314-335)

[12] È a dir poco sorprendente che la Chiesa, così cavillosa nel giudicare il comportamento imperiale, abbia sempre considerato regolari questi usurpatori del soglio di Pietro.

[13] M. Montanari, Storia medievale, cit. pp. 122-123. Ottone mise in pratica questo suo potere spodestando Giovanni XII (C. Rendina, I Papi, cit. pp. 327-332), dopo un processo davanti a un tribunale misto imperiale ed ecclesiastico: il papa fu riconosciuto colpevole dei peccati e dei vizi più nefandi, trasformando il palazzo del Laterano in un bordello di meretrici ed efebi, incestuoso, assassino, spergiuro, del tutto agnostico.

[14] Durante il suo regno cadde l’anno mille. Tutte le illazioni circa i terrori superstiziosi dell’uomo medievale per quella data sono state inventate dagli umanisti del XV e XVI secolo per screditare quello che essi consideravano un periodo non illuminato dalle nuove idee dell’individualismo e naturalismo rinascimentale. Si tratta degli stessi umanisti che si dedicavano all’evocazione dei demòni, alle ricerche di laboratorio per produrre l’oro, alla lettura degli astri per indovinare il futuro. Quest’altra leyenda negra fu poi adottata con entusiasmo dagli illuministi del XVIII secolo e lo è ancor oggi dai fanatici praticanti della “religione del progresso”, sebbene tale tesi sia stata del tutto smentita. Cfr. Georges Duby, L’anno Mille. Storia religiosa e psicologia collettiva, Torino, Einaudi, 1976; Dominique Barthélemy, “La mutation féodale a-t-elle eu lieu?”, Annales ESC, 47, (1992), pp. 767-777. Con il termine spagnolo leyenda negra s’intende una falsificazione storica affidata con mezzi fraudolenti alla memoria del popolino, al fine di definire per sempre e in termini irrimediabilmente sfavorevoli una personalità, un periodo o una nazione avversaria. Il termine è stato coniato per indicare l’immenso cumulo di calunnie e menzogne fabbricate dal regime piratesco ed eretico di Isabella I d’Inghilterra per diffamare la Spagna imperiale e cattolica. Tale leyenda è ancor oggi vivamente condivisa dagli ambienti anglosassoni protestanti e dai loro servi.

[15] I culdei irlandesi e britanni, comunque, continuarono a influenzare a livello dottrinale l’ordine benedettino sia direttamente come fu il caso dello scoto Riccardo di S. Vittore o tramite la loro corrente presente all’interno dei benedettini, come Ugo di S. Vittore (al secolo Hugo conte di Blankenburg). Questo durò almeno fino al 1188 quando, per decreto di papa Clemente III, la Chiesa d’Irlanda con tutte le sue sedi gemmate nelle isole britanniche fu definitivamente romanizzata. In questo modo furono abrogate di fatto anche le caratteristiche iniziatiche dei culdei: soprattutto scomparve il metodo notturno basato sulle tecniche di crosfigill (crucis vigilia), simili a quelle dell’esicasmo o dello haṭayoga indiano, ma con posture cristiche del corpo (tratte dalle icone), e con l’uso di invocazioni (sskrt. mantra) e gesti (sskrt. mudrā) per attivare il “calore e la luce” interiori ecc. (Nuccio d’Anna, Il cristianesimo celtico. I pellegrini della luce, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2010). La veglia delle armi della cavalleria medievale, per molti versi identica, anche se al posto della croce s’usava la spada cruciforme, era probabilmente una tecnica mutuata dai riti d’iniziazione dei cavalieri celti.

[16] A Roma perfino il Senato era stato di fatto esautorato da parte di prepotenti famiglie della piccola nobiltà feudale che agivano a nome dei duchi longobardi e normanni, spadroneggiando e controllando la nomina dei papi.

[17] In precedenza, i monasteri non riconoscevano l’autorità gerarchica, ma unicamente un rispetto formale nei confronti del vescovo nella cui diocesi si trovava il monastero; a meno che l’abate dello stesso monastero non fosse mitrato, cosa che lo rendeva totalmente indipendente. Fino a quel momento i monasteri erano autocefali, come continuano a essere nella Chiesa ortodossa orientale. Evidentemente Cluny si proponeva si riformare la Chiesa dall’interno con la conseguente contaminazione “politica”. Le autorità iniziatiche, quando intraprendono attività di correzione dell’ambiente esteriore dovrebbero stare ben all’erta, in modo da non farsi coinvolgere. Troppi abbassamenti di livello intellettuale sono stati provocati dalle migliori intenzioni di correzione essoterica.

[18] Il normanno Roberto il Guiscardo conquistò la Calabria tra il 1050 e il 1061. Da quel momento intraprese una politica di eliminazione degli eremi monastici greci.

[19] Tuttavia, anche i santi eremiti di Camaldoli e Cîteaux furono spesso distratti dalla loro vita contemplativa da Imperatori e Re, da papi e vescovi al fine di restaurare la situazione della Chiesa romana. Nei documenti che ci sono pervenuti si legge spesso la sofferenza da loro provata a intervenire nelle cose del mondo e il sollievo di ritornare alla meditazione e alla solitudine.