36. Il conflitto tra Impero e papato

Sull’argomento che stiamo per trattare sono stati scritti fiumi d’inchiostro. Purtroppo il pregiudiziale odio contro la Tradizione, che da allora domina il pensiero occidentale, ne ha dato una descrizione partigiana. A volte, nell’interpretazione dei fatti la realtà è stata rovesciata; per questa ragione cercheremo di darne una versione tradizionale, che rispecchi realmente ciò che accadde. Come abbiamo detto nel capitolo precedente, la restaurazione della Chiesa latina fu una iniziativa imperiale per la salvezza della cristianità. Lo strumento prescelto fu l’ordine monastico. Il monachesimo, fino allora, era costituito da cenobi ed eremi totalmente autocefali. L’unico rapporto che i monasteri avevano con i vescovi locali riguardava la celebrazione dei riti obbligatori, in quanto i monaci evitavano accuratamente di farsi ordinare preti secolari[1]. Essi, perciò, ricorrevano ai servizi liturgici dei preti che i vescovi mettevano a loro disposizione. I rapporti tra monasteri e vescovi erano basati sul reciproco rispetto, senza che ci fosse la minima dipendenza degli uni dagli altri. Questo rispetto era rafforzato dal fatto che i monaci provenivano quasi sempre da famiglie aristocratiche, poiché la regola monastica richiedeva inclinazione agli studi e alla contemplazione. Similmente, i vescovi provenivano dal medesimo ambiente nobiliare che dava garanzie di capacità di governo e di preparazione culturale

Ricorderemo al lettore che il vescovo era eletto dal capitolo della diocesi tra i più capaci collaboratori del predecessore. Al placet dei vescovi della medesima contrada, seguiva la consegna dell’anello e del pastorale da parte dell’Imperatore in persona o da parte di un suo delegato[2]. In alcuni casi, laddove la diocesi del vescovo coincideva con l’estensione di un feudo, il prelato era anche investito del beneficio feudale corrispondente. Quello che è bene rammentare è che all’interno dei monasteri continuava a trasmettersi l’iniziazione monastica, anche se la funzione di maestro non corrispondeva necessariamente con la carica di abate. Allo stesso modo, non tutti i monaci diventavano obbligatoriamente discepoli dell’Ars sacerdotalis[3], ma solamente quelli più qualificati. Anche nel sistema feudale si manteneva la trasmissione delle vie iniziatiche guerriere tramite l’istituzione della cavalleria, che aveva come vertice l’Imperator[4]

Abbiamo già visto che l’Abazia di Cluny, impegnata nel raddrizzamento della Chiesa romana[5], rapidamente degenerò in un centro di potere ecclesiastico-politico. Sebbene meno rapidamente, per altri versi anche i rami cistercensi e camaldolesi del monachesimo decaddero, abbracciando un forte pauperismo[6] per influenza della Pataria lombarda[7].​

In un modo o nell’altro, più che riformare la Chiesa romana, queste attività sociali[8] riformarono il monachesimo benedettino, frantumandolo in correnti tra loro rivali e sempre più coinvolte negli affari del mondo. L’esteriorizzazione del monachesimo spalleggiò le ambizioni mondane del papato e privò l’Impero del suo sostegno spirituale. Da parte sua la Chiesa di Roma, inizialmente ostile alla Pataria, seppe approfittare del malcontento delle classi più basse per scatenarle contro la nobiltà milanese e contro lo stesso arcivescovo legato alla fedeltà verso l’Impero[9].

L’Imperatore, come il Basileus suo omologo, da secoli godeva del titolo di Vicarius Christi, successore del Messia-Re[10]. Inoltre, l’Imperatore doveva la sua autorità sacra alla trasmissione della funzione iniziatica romana di Imperator. Grazie a questo duplice carisma egli era Rex et Sacerdos, spiritualmente alla pari dei vescovi. Soli Gesù Cristo e l’Imperatore potevano essere ritratti con in mano il globo del mondo. Con Ottone I venne in uso l’unzione da parte del papa, rituale che risaliva all’epoca di Meroveo, per l’incoronazione dei Re di Francia. Ottone accettò con piacere questa modifica della consacrazione Imperiale, che faceva di lui anche un successore dei Re biblici Davide e Salomone. L’Imperatore non s’accorse della trappola che gli era stata tesa: con il rito dell’unzione egli veniva abbassato a una dignità pari a quella del Re di Francia. Inoltre, impersonando Davide, Re biblico degli ebrei, egli implicitamente riconosceva la supremazia dei preti sul sovrano da loro unto[11].

In seguito sia il Re di Francia sia il Re normanno[12] d’Inghilterra cominciarono a sostenere la dottrina secondo cui il Re era come l’Imperatore nel suo Regno. Era una dichiarazione di indipendenza dal Sovrano Universale e costituiva la prima spaccatura dell’ecumene cristiana. Anche in questo caso il papa prese le parti dei Re nazionali, ben sapendo che così si minava dalle fondamenta l’unicità del Sacro Imperatore, che diventava uno dei tanti Re, perdendo il suo prestigio di unico difensore del cristianesimo e unico successore di Cristo.​

Nel 1059 papa Nicolò II cambiò le regole dell’elezione papale con il Decretum in electione papæ[13]. I cardinali[14] nominati dal papa divennero i soli ad avere il privilegio di eleggere il papa tramite un Conclave.

Il papato allora cominciò una lotta sotterranea contro l’alto clero incitandogli contro le classi più basse. Facendo leva sulle invidie sociali, la corte papale romana accusò gli alti prelati di due colpe: la prima, chiamata ‘simonia’, consisteva nell’acquisto delle cariche ecclesiastiche in cambio di denaro o di favori[15]. La seconda colpa (definita ‘nicolaismo’) consisteva nel matrimonio o il concubinato dei prelati. Papa Leone IX (1049-1054), dunque, stabilì definitivamente che il celibato dei preti era obbligatorio[16].

Leone IX dichiarò anche che il papa non doveva essere considerato come un primus inter pares, come era accaduto fino a quel momento. Il papa era il capo assoluto di tutti i vescovi, compresi i patriarchi dell’Impero d’Oriente. Il suo potere era indiscutibile e a lui e solo a lui spettava la nomina dei vescovi. Questa pretesa spaccò la cristianità in due parti in modo inconciliabile[17]. La Chiesa di Costantinopoli rifiutò questa novità, attirandosi la scomunica del vescovo di Roma, a cui il patriarca di Bisanzio rispose con uguale scomunica. Da allora le due Chiese non si ricongiunsero più. Più delle differenze dottrinali, davvero minime, furono le pretese di supremazia politica del papa che causarono quello che è conosciuto come il “Grande Scisma”.​

Tutti questi stravolgimenti della tradizione cristiana furono compiuti con pazienza, in forma strisciante e ipocrita. La curia romana, però, era pronta a rimangiarsi ogni rivendicazione in caso di necessità: come quando Enrico III depose i tre papi che si contendevano la cattedra di Pietro, per nominarne uno a suo piacimento: nessuno, allora, ebbe a protestare.

Le ambizioni dei vescovi di Roma vennero però spudoratamente alla luce allorché Ildebrando di Soana diventò papa Gregorio VII (1073-1085). Nato da una famiglia di contadini, percorse rapidamente la carriera ecclesiastica grazie agli aiuti finanziari di suo zio materno, lo strozzino Leone Baruch[18].

Prete e falso monaco,[19] divenne l’eminenza grigia di ben cinque papi, prima di diventare lui stesso papa per mezzo di una semplice acclamazione del popolaccio romano influenzato dalla pataria. Egli per quarant’anni ordì una rete di alleanze in odio all’Impero[20], accordandosi con i patarini, con i Re di Francia e d’Inghilterra e, soprattutto, con i normanni dell’Italia meridionale.​

Questo individuo era dotato di una abilità e protervia che perfino i suoi contemporanei riconobbero come “luciferina”[21]. Seppe cogliere l’occasione della tenera età del successore di Enrico III al trono di Germania per fomentare rivalità tra i grandi feudatari, tra i feudatari ecclesiastici e tra tutti questi e il trono imperiale vacante[22]. Pubblicò un Dictatus Papæ in cui dichiarava che l’Imperatore era un semplice laico e che non aveva alcun potere sacerdotale. Il Papa era il vero Vicarius Christi e aveva suprema autorità su tutti i sovrani e i vescovi della cristianità. Inoltre, solo il papa aveva il potere di consacrare i vescovi[23].I preti, indipendentemente dal loro grado, erano gli unici che avevano il potere di compiere riti: questo faceva del clero l’unico intermediario tra Dio e il resto dell’umanità[24].​

Così, rivalutando le funzioni del basso clero, il papa ridimensionava a suo favore l’autorità degli altri vescovi. Gregorio VII dichiarò anche che il papa aveva il potere di sciogliere i sudditi dal giuramento di fedeltà nei confronti del loro signore. Questa presa di posizione fu un colpo mortale per il sistema feudale, basato sulla fedeltà, la lealtà e il senso dell’onore. Quando Enrico IV, ventiseienne Rex Romanorum (Re d’Italia), intervenne per convalidare l’elezione dell’arcivescovo di Milano, Gregorio lo scomunicò e lo dichiarò decaduto per essersi intromesso negli affari del clero. Era la prima volta che un vescovo usava la scomunica come arma politica. Dato che il papa aveva giustificato moralmente la slealtà, molti feudatari tedeschi, soprattutto gli ecclesiastici influenzati da Cluny, si ribellarono al loro sovrano. Enrico IV dovette umiliarsi recandosi come pellegrino a chiedere perdono al papa[25].​

Ottenuto il perdono, Enrico stroncò la ribellione dei vassalli fedifraghi e riprese il controllo dell’Impero. Tuttavia, l’umiliazione del sovrano rimase come un brutto precedente. Il papa lo scomunicò nuovamente, e questa volta l’Imperatore rispose assediando Roma. Il papa chiese l’aiuto dei suoi alleati normanni. Questi ultimi misero a ferro e fuoco Roma e, poi, si ritirarono trascinando con loro il papa. Gregorio VII fece una miserabile morte, prigioniero dei suoi infidi amici.

Ma i danni ormai erano stati compiuti e i loro effetti furono, in seguito, disastrosi per l’ecumene medievale: accusando l’Imperatore di essersi impossessato di prerogative sacerdotali, il papa usurpò totalmente il potere temporale[26].

Petrus Simonet de Maisonneuve

   

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[1] Se per caso un prete decideva di diventare monaco, da quel momento il monastero diventava autonomo anche sotto il profilo rituale. Si è già spiegato che quando un monaco, che fosse anche prete, era eletto abate dai suoi confratelli, egli diventava un abate mitrato, del tutto pari a un vescovo anche dal punto di vista della Chiesa esteriore.

[2] Fin qui non era affatto richiesta l’approvazione papale. Nemmeno è vero che fosse il papa a consacrare i vescovi. Si deve ricordare che il papa era riconosciuto come un primus inter pares, semplicemente perché era il vescovo di Roma, la capitale dell’Impero. Così anche il Patriarca di Costantinopoli godeva e gode tuttora di questo riconoscimento formale perché vescovo della capitale dell’Impero d’Oriente. L’elezione del papa seguiva le consuetudini di tutti gli altri episcopati, essendo eletto dai prelati della diocesi di Roma.

[3] Questa presenza della via iniziatica è ancor oggi inserita all’interno di molti monasteri della Chiesa Ortodossa sia Greca sia Slava. È interessante notare come una simile organizzazione sia riscontrabile presso i monasteri della tradizione tantrica tibetana.

[4] Non sempre l’Imperator, il vertice delle iniziazioni cavalleresche, coincise con la persona del Sacro Romano Imperatore. Certamente nel periodo di cui trattiamo, ci sono molti indizi della coincidenza delle due funzioni in Ottone I, Ottone III di Sassonia, in Corrado II ed Enrico III di Franconia. È importante notare che all’incoronazione imperiale di Corrado II presenziò Knut, Re di Danimarca e Inghilterra. Quest’ultimo è ricordato nei documenti con il titolo latino di Imperator. Ora, poiché il Sacro Romano Imperatore era evidentemente Corrado II, con Imperator certamente si voleva riconoscere l’alta funzione iniziatico-cavalleresca di Knut. Circa un secolo dopo anche re Alfonso VII di Castiglia fu riconosciuto come Imperator, sebbene non avesse mai ambito alla corona del Sacro Romano Impero. Vedremo come, alcuni secoli dopo, questo titolo riaffiorerà in ambienti ermetici deviati per definire il vertice delle diverse correnti magico-occultiste.

[5] Rammentiamo che il clero secolare, al cui vertice stava il papa, era del tutto profano (adīkṣita).

[6] Il pauperismo è una tendenza ereticale che sostiene l’indigenza come fosse la virtù cristiana principale negli insegnamenti di Gesù. Di fatto si può constatare che Gesù non assunse mai uno stile di vita misero. Nemmeno una volta il Nuovo Testamento afferma la necessità di condurre una vita in povertà per ottenere la salvezza. La miseria vi è sempre presente come oggetto di compassione, ma mai è raccomandata come condizione da assumere, se non durante i periodi di ascesi e penitenza.

[7] Movimento ereticale parareligioso del XI secolo, sorto nel milanese tra gli strati sociali più poveri (pataro=straccione), in aperta ribellione contro l’arcivescovo, la nobiltà e i “ricchi” della città di Milano.

[8] Fino a quel momento diventare monaco voleva dire rinunciare al mondo. I monasteri erano costruiti in luoghi impervi, lontani dalle città e dalle strade. Questa nuova attività sociale sconvolse per sempre il monachesimo latino, contribuendo così anche all’oscuramento della presenza contemplativa e iniziatica.

[9] “Nessun papa [come Gregorio VII] riuscì più a mobilitare “la strada”. La furia popolare che si scatenò a Milano nella forma di odio per l’alto e ricco clero […] segna l’esplosione di un anticlericalismo diffuso in forma latente…” (F. Herr, Il Sacro Romano Impero, cit., p. 72)

[10] Invece, il papa era considerato Vicarius Petri, e come tale era a lui subordinato. Per questa ragione, dopo il rito dell’incoronazione imperiale, il papa si prosternava davanti all’Imperatore (proskỳnesis).

[11] I Re, nell’antico Israele, provenivano dalla tribù di Giuda, inferiore per dignità alla tribù di Levi da cui provenivano i Cohanim (sacerdoti).

[12] Nel 1066 il duca di Normandia Guglielmo il Conquistatore vincendo la battaglia di Hastings, s’impadronì di tutta l’Inghilterra proclamandosi Re. I normanni spadroneggiarono nell’isola riducendo gli anglosassoni e i danesi in un vergognoso stato di schiavitù. Ovunque arrivarono, questi barbari sconvolsero le tradizioni e l’ordine sociale. L’alleanza tra il papato e i normanni nell’Italia meridionale fu infine confermata nel 1130, quando il papa incoronò Ruggero II Re di Sicilia. Questo fu il primo regno esplicitamente vassallo del papato. Così i papi usurparono all’Impero il potere temporale.

[13] M. Montanari, Storia medievale, cit., p. 138-139.

[14] Fino ad allora, cardinali erano i vescovi, i preti o i semplici laici che svolgevano delle funzioni ausiliarie presso la corte papale. Con questa riforma, che sconvolse la struttura della Chiesa cattolica, essi divennero più importanti degli stessi vescovi. Da allora fino a oggi, ogni papa nomina cardinali i propri seguaci per influenzare l’elezione del proprio successore. Nel 1970 fu deciso che il potere elettivo dei cardinali scadeva al compiere degli ottant’anni. In questo modo i cardinali fedeli al papa precedente sono eliminati dal potere elettivo.

[15] Naturalmente anche il giuramento di fedeltà feudale all’Imperatore in cambio del beneficium fu considerato simonia.

[16] Fin dai primi secoli, il celibato e la castità erano richiesti obbligatoriamente solo ai monaci; erano virtù che facevano parte della rinuncia al mondo. L’obbligo di celibato per i semplici preti secolari, apparentemente una misura moralizzante, ebbe invece fini istituzionali: di fatto interruppe la possibile formazione di una casta sacerdotale nella tradizione cattolica. Sta di fatto che la Chiesa ortodossa non ha mai imposto il celibato ai suoi preti; esso è raccomandato solo per l’alto clero come una virtù aggiunta. Nel mondo ortodosso ci sono celebri famiglie che da molti secoli forniscono alti prelati, teologi, eremiti e santi alla loro Chiesa. Al contrario, nella Chiesa cattolica, con i secoli si accentuò la tendenza al reclutamento del clero tra gli strati più bassi. Tendenza che oggi ha raggiunto l’imo fondo sociale.

[17] Per la verità nemmeno i vescovi cattolici accettarono volentieri le pretese papali. Soprattutto i vescovi della Germania e dell’Italia settentrionale continuarono almeno per un secolo ancora a ignorare queste innovazioni. Contro i vescovi dell’Italia settentrionale i papi scatenarono in piazza la pataria, mentre accusavano i vescovi tedeschi, in gran parte di nomina imperiale, d’essere simoniaci e di ottenere la consacrazione in cambio dell’“asservimento” all’Imperatore.

[18] Naturalmente, questo individuo passò alla storia per la sua spietata lotta contro la simonia! (Paolo Brezzi, Roma e l’impero medioevale (774-1252), Bologna, Cappelli, 1947 (Istituto di Studi Romani, Storia di Roma, X), praes. pp. 205 ss.; in questa fonte si trova anche la smentita della pretesa vaticana che vorrebbe Ildebrando di Soana discendente della famiglia dei conti Aldobrandeschi)

[19] Gregorio fu ospite del monastero di Cluny per pochi giorni. Da quel momento si fece passare per monaco cluniacense.

[20] Il suo odio si estendeva anche ai bizantini, che egli combatté attivamente, parteggiando per i normanni, non tanto perché ortodossi scismatici, ma piuttosto perché “imperiali”. “Gregorio VII liberò terribili energie che a loro volta scatenarono tremendi disordini. Egli diffuse più odio in Europa che qualunque altra figura di governante…” (F. Heer, Il Sacro Romano Impero, cit., p. 76)

[21] “Oltre a ciò, perché quel monaco della sinagoga di satana [Gregorio VII] non possa sottrarsi in giudizio alle leggi romane che gli sono completamente contrarie […] invio alla magnificenza vostra il libro in cui il beato Gregorio raccolse sia le leggi civili che quelle ecclesiastiche di cui fece uso nella Santa Chiesa.” (“Lettera di Pietro Crasso a re Enrico”, G. Cantarella, Il Papa e il Sovrano, cit., p. 91)

[22] Tra i mestatori che seppero approfittare di quella situazione per espandere senza scrupoli il proprio potere a svantaggio di altri, menzioniamo i marchesi di Canossa, i duchi di Lotaringia e gli arcivescovi di Amburgo, Brema e Colonia. Quest’ultimo, Annone II, arrivò a sequestrare Enrico IV dodicenne e a usurpargli per qualche anno la reggenza del Regno di Germania. Friedrich Wilhelm Bautz, Anno II, Biographisch-Bibliographisches Kirchenlexikon (BBKL), Band 1, Hamm 1975, colonne 179-180.

[23] Questa riforma non fu immediatamente accettata dagli altri vescovi, arcivescovi e patriarchi che, per molti decenni ancora, continuarono a ricevere l’elezione nelle loro diocese, confermata poi dall’Imperatore.

[24] Questa affermazione è di una estrema gravità perché misconosce non solo l’efficacia, ma anche l’esistenza di altri riti, come quelli iniziatici. Da questo periodo storico la Chiesa cattolica assunse un atteggiamento sempre più ostile alle tradizioni iniziatiche.

[25] L’intrigante vedova del marchese di Canossa, svolse un ruolo ricattatorio nella vicenda, ottenendone un ampliamento del suo feudo.

[26] Per usurpare le tre corone imperiali del Regno di Germania, Regno d’Italia (o dei Romani) e Regno di Provenza, i papi assunsero la tiara o “corona” papale. Dapprima la tiara era circondata da una corona; poi da due corone, infine da tre corone o triregnum. Nel periodo di cui trattiamo i papi sostituirono il cavallo con l’asino come cavalcatura abituale (Agostino Paravicini Bagliani Il bestiario del Papa, Collana Saggi, Torino, Einaudi). Si trattò, forse, di una riapparizione simbolica di Seth, il Dio maledetto, sempre immanente nelle viscere dei monoteismi?