37. Cattolicesimo e Ortodossia: la spaccatura della Chiesa

Le prime importanti sedi della cristianità furono quelle di Gerusalemme, Roma, Alessandria d’Egitto e Antiochia di Siria. Queste cospicue città dell’Impero Romano erano diventate la residenza di vescovi particolarmente influenti: a Gerusalemme fu vescovo S. Giacomo, fratello di Gesù il Cristo e capo della chiesa[1]. Questa era la sede principale e più prestigiosa in quanto era la città di cui il messia doveva aver fatto la sua capitale e in cui fu martirizzato. A Roma, capitale cesarea dell’Impero, la prima autorità cristiana a stabilirvisi fu S. Paolo. Fu lui che, probabilmente, designò Lino[2] come suo successore. Alessandria fu la sede vescovile di S. Marco evangelista che, ai tempi di Gesù, era un bambinetto, ma la cui fama fu consacrata per il fatto che redasse il più antico dei quattro Vangeli canonici. Antiochia fu, invece, la sede episcopale di S. Pietro apostolo. Questa cattedra episcopale antiochena pone qualche dubbio all’affermazione, generalmente diffusa, per cui S. Pietro fosse diventato vescovo di Roma e primo papa. Infatti non esiste alcun documento che dimostri che S. Pietro avesse viaggiato a Roma, si fosse unito lì a S. Paolo per evangelizzare i Romani e che poi finisse ivi crocefisso lo stesso giorno in cui S. Paolo sarebbe stato decapitato. La romanità di S. Pietro appare per la prima volta tramite le voci che cominciarono a circolare per sostenere il primato del vescovo di Roma sugli altri. Con lo spostamento della capitale dell’Impero da Roma a Costantinopoli il vescovado di quella città[3], fondato da S. Andrea apostolo, assurse a nuova importanza. Nel 431 d.C. il concilio di Efeso elevò tutte queste città a sedi di cinque patriarcati, che assunsero il compito di guida della Cristianità. I cinque patriarcati furono ricordati con la sigla CARJA: Costantinopoli, Alessandria, Roma, Jerusalem (Gerusalemme) e Antiochia. Nei secoli che vanno dal V al X il cristianesimo fu retto dalla pentarchia dei patriarchi. Come abbiamo esposto ripetutamente nei capitoli precedenti, il patriarca di Roma, il papa[4], spesso rivendicò un primato di rappresentanza che, talvolta, gli fu riconosciuto in quanto la sua cattedra coincideva con la sede del trono imperiale. Fu perciò naturale che, con la traslazione dell’Impero a Costantinopoli, il patriarca della nuova capitale vantasse i diritti che ora gli spettavano. In seguito, l’Imperatore d’Oriente Maurizio (539-602), ammirato dalla santità ascetica di San Giovanni il Digiunatore, gli conferì il titolo di patriarca ecumenico. In greco il titolo significava semplicemente “patriarca di tutto l’Impero”, ma fu tradotto in latino con patriarcha universalis. Era allora papa e patriarca di Roma San Gregorio I Magno che, mal interpretando il senso greco del titolo, protestò come segue:

Considera, ti prego, che per questa imprudente tua presunzione, la pace della Chiesa tutta è turbata e che questo [titolo] è in contraddizione con la grazia che è stata concessa in comune a noi tutti. In questa grazia senza dubbio hai il potere di crescere se ne avrai la volontà. Diventerai senz’altro più grande se ti asterrai di fregiarti di un titolo superbo e i

nsensato; crescerai nella misura in cui ti asterrai di voler prevalere sui tuoi fratelli. Certamente Pietro, che fu

il primo apostolo e che era membro della chiesa santa e universale, e Paolo, Andrea, Giovanni, che cos’erano

se non i capi di distinte comunità? Erano tutti, sotto lo stesso Capo, arti che componevano il Corpo del Signore,

poiché erano membri della Chiesa. E nessuno pretese di essere chiamato universale. […] Ai vescovi di

questa sede apostolica, dove sono servo per divina volontà, il Concilio di Calcedonia offerse l’onore di

essere chiamati “universali”, ma nessuno di noi si è fatto chiamare con un simile titolo perché, se

qualcuno dei pontefici si fosse arrogato l’onore dell’unicità, l’avrebbe negata a tutti i suoi pari.[5]

Ciò dimostra che, nonostante le pretese e le usurpazioni di alcuni papi antichi, personalità di grande spessore spirituale come Gregorio Magno riconoscevano che il primato del vescovo di Roma era del tutto onorifico e non comportava alcuna prevalenza di ordine religioso.

Di fatto, però, i vescovi latini, con l’andar dei secoli, si abituarono a considerare l’unico patriarca occidentale, il vescovo di Roma, come un primus inter pares e a fare riferimento a lui e non agli altri patriarchi. Anche l’uso di due lingue diverse, il latino e il greco, contribuì all’allontanamento tra l’Impero Romano d’Oriente e quello d’Occidente.

Nel corso di quel mezzo millennio i teologi esteriori proposero diverse interpretazioni sulla posizione dello Spirito Santo (sskrt. ānanda) rispetto alla Trinità. Prevalsero due dottrine. Secondo la prima, che si rifaceva alla formulazione del Credo come stabilito nel Concilio di Nicea, lo Spirito Santo procede direttamente dal Padre-Essere (sskrt. sat) per poter intervenire nel creato a portare la grazia divina (sskrt. anugraha). La seconda dottrina afferma che lo Spirito Santo procede non solo dal Padre, ma anche dal Figlio (dottrina del filioque) in quanto intelletto divino (sskrt. cit). I Padri della Chiesa[6] ritenevano che entrambe le prospettive fossero accettabili: si trattava di un problema considerato da due angolature diverse. Tuttavia, non era accettabile optare per l’una in contrasto con l’altra[7]. Carlo Magno impose l’aggiunta del filioque al Credo di Nicea, per accentuare l’importanza della funzione del Figlio come mandatario degli interventi dello Spirito Santo nel Creato[8]. Ciò era coerente con le posizioni teologiche dei massimi Padri latini, come S. Ilario, S. Ambrogio, S. Girolamo e S. Agostino, ma non in contrasto con i Padri greci.

Con i secoli si aggiunsero altre diversità di opinione teologica. Una tra queste fu la credenza sul concepimento di Maria Vergine senza peccato originale. Questo atto di fede era più diffuso tra i cattolici[9] e poco seguita dagli ortodossi. Questi ultimi affermavano che l’assenza del peccato originale, ossia la mancanza di un karma passato, per usare i termini del Sanātana Dharma, non avrebbe permesso a Maria di ottenere la nascita umana.

In definitiva il vero motivo della separazione delle due Chiese fu provocato dalla pretesa più politica che religiosa del primato del papa di Roma su tutti i vescovi e sovrani della cristianità[10]. Questa pretesa si basa sul passo del Vangelo di S. Matteo che afferma:

 

Tu sei Pietro, e su questa pietra io edificherò la mia chiesa[11].

 

Per i latini questa affermazione di Gesù identificherebbe Pietro con la pietra di fondamento della chiesa. Gli ortodossi interpretano questa frase diversamente, poiché in molti passi del Nuovo Testamento è il Cristo a essere definito pietra di fondamento o pietra angolare. Perciò la chiesa sarebbe fondata non su un apostolo, ma su Cristo stesso[12].

La chiesa cattolica, dietro impulso di Gregorio VII, si allontanò progressivamente dalla teologia patristica ed elaborò una nuova teologia ispirata alla logica aristotelica che prese il nome di Scolastica. Invece la chiesa ortodossa continuò a ispirarsi alla Patristica, attribuendo sempre al monachesimo la massima importanza religiosa. Per questa ragione l’iniziazione monastica continuò a fiorire e, così, l’esicasmo poté raggiungere il culmine della dottrina apofatica con S. Gregorio Palamas (1296-1359), considerato un nuovo Origene [13].

Petrus Simonet de Maisonneuve

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[1] Dal greco ecclesia (ἐκκλησία), il termine significava “riunione, assemblea” all’inizio del cristianesimo. In seguito, ha assunto il senso di organizzazione amministrativa e gerarchizzata della religione esteriore.

[2] S. Paolo menziona Lino tra i suoi più stretti collaboratori (II Epistola a Timoteo, IV.19).

[3] Il nome originale della città era Bisanzio. Fu chiamata Costantinopoli e Nova Roma quando, nel 330 d.C., Costantino vi trasferì la capitale imperiale operando il rito etrusco.

[4] Il titolo di “papa” non è esclusivo del vescovo di Roma: fin dal 231 d.C. il patriarca di Alessandria legittimamente portò, e porta tuttora, il titolo di papa, nonostante che ormai dal 451 d.C. su quel seggio sieda un vescovo monofisita (copto).

[5] S. Gregorio Magno, Registrum Gregorii, V.18.

[6] Padri della Chiesa sono i teologi che scrissero i testi fondamentali della dottrina cristiana. La Patristica si conclude generalmente al V secolo, anche se qualche raro ed eccezionale pensatore più tardo sia greco sia latino è stato ammesso nel novero dei Padri. L’ultimo Padre greco è stato S. Giovanni Damasceno (675-749); l’ultimo Padre latino è stato S. Bernardo di Chiaravalle (1090-1153).

[7] I due punti di vista sono ammirevolmente illustrati da Vladimir Lossky, La Teologia Mistica della Chiesa d’Oriente, Bologna, EDB, 1985, pp. 51-52.

[8] Il Concilio di Lione del 1274 dichiarò dogmatico il filioque, escludendo così l’interpretazione nicena. Ciò indusse i patriarchi greci a considerare eretica la decisione della chiesa latina, aumentando così la distanza tra le due Chiese.

[9] Si deve aggiungere, però, che anche grandi teologi cattolici furono avversi all’Immacolata Concezione: tra essi S. Anselmo, S. Bernardo, Alberto Magno, S. Tommaso e S. Bonaventura. La dichiarazione del dogma infatti fu molto tarda e risale al 1854.

[10] La chiesa ortodossa rimase sempre imperiale anche dopo la caduta dell’Impero Romano d’Oriente. Ancor oggi la chiesa greca si rifà alla protezione spirituale dei Basileis del passato. Quando poi la Russia si convertì al cristianesimo ortodosso, Mosca fu definita “la Terza Roma” e l’Imperatore di tutte le Russie assunse il titolo di Cesare (Czar). Crollato recentemente il comunismo, la Russia è ritornata a una forma imperiale di culto religioso.

[11] Vangelo di S. Matteo, XVI.18.

[12] Anche dopo la proclamazione del primato del papa su tutte le potestà terrene del 1059, l’arcivescovo di Milano di rito ambrosiano e l’arcivescovo di Ravenna di rito greco, entrambi cattolici, continuarono per almeno tre secoli a non accettare la loro subordinazione a Roma.

[13] Gregorio Palamas, Atto e Luce divina, (E. Perrella, a cura di), Milano, Bompiani, 2003, pp. XXXIII-CXXIX.