38. I deleteri risultati della secolarizzazione della Chiesa

Le gravi perturbazioni dell’ecumene imperiale, provocate dalle sconsiderate riforme di secolarizzazione della Chiesa cattolica promosse dai papi dell’XI secolo, provocarono delle conseguenze imprevedibili.

Questi i protagonisti di tanta rovina: i papi dell’inizio de XI secolo furono in gran parte marionette o esponenti della famiglia dei conti di Tuscolo. Costoro, di origini plebee, imparentandosi con la rivale famiglia de’ Crescencii, patrizia romana, divennero sempre più influenti a Roma, controllando l’elezione papale e la destituzione dei papi imperiali. Sergio IV Boccadiporco (!) (1009-1012), figlio d’un calzolaio, fu il primo della serie dei papi imposti dai Tuscolo; Benedetto VIII, conte di Tuscolo (1012-1024), fu il primo a riformare la Chiesa in chiave secolare; Giovanni XIX (1024-1032), conte di Tuscolo, passò alla storia per la concessione di favori religiosi in cambio di denaro (simonia) a favore della propria famiglia; Benedetto IX, conte di Tuscolo, fu papa per tre volte (1033-1044; 1045; 1047-1048). Comprò e vendette il trono papale, finché non fu deposto. Di lui disse S. Pier Damiani: “Sguazzante nell’immoralità, un diavolo venuto dall’Inferno travestito da prete, [...] apostolo dell’Anticristo, saetta scoccata da Satana, verga di Asur, figliolo di Belial, puzza del mondo, vergogna dell’umanità.” Silvestro III (1045), patrizio de’ Crescencii, regnò solo tre mesi; Gregorio IV (1045-1046), zio di Benedetto IX, comprò dal nipote il trono pontificio per 2000 lire. Dopo aver incassato, Benedetto rivolle indietro la carica. Gregorio fu uomo pio e ingenuo e chiamò al suo fianco il diabolico Ildebrando di Soana, che così iniziò la sua arrampicata al soglio pontificio; Clemente II (1046-1047), signore di Morsleben e Hornburg, fu eletto papa per sottrarre Roma alla malefica influenza dei conti di Tuscolo. Fedele all’ideale imperiale, fu avvelenato per ordine di Benedetto IX. Gli successe Damaso II (1047-1048), della famiglia de’ Curagnoni di Bressanone, filo imperiale, che fu probabilmente avvelenato da Ildebrando di Soana per ordine di Benedetto IX. Leone IX (1049-1054), conte di Egisheim-Dagsburg, venne eletto con l’appoggio imperiale. Inizialmente cercò di correggere le gravi colpe dei suoi predecessori sostenendo la collaborazione dei due massimi poteri del cattolicesimo, la Chiesa e l’Impero. Si avvicinò all’Impero d’oriente per ricostituire la solidarietà della Romanità sempre più divisa. Cercò poi di contenere il potere dei normanni, barbari privi di scrupoli, che si erano attestati ai confini meridionali del Patrimonio di S. Pietro. Ma ben presto subì l’influenza di Ildebrando di Soana, tradì l’ideale imperiale, scomunicò la Chiesa ortodossa provocando lo scisma, si alleò con i normanni e favorì i nuovi nazionalismi dei regni di Francia e Inghilterra in chiave antimperiale. Vittore II (1054-1057), conte di Calw, Dollnstein e Hirschberg, inizialmente intenzionato a porre rimedio ai gravi danni prodotti dal suo predecessore, ben presto fu anch’egli manipolato da Ildebrando di Soana e indotto a proseguire nell’opera antimperiale dei suoi predecessori, appoggiandosi ai normanni, ai Canossa e ad altri feudatari ribelli. Stefano IX (1057-1058), della famiglia Gozzelon dei duchi di Lorena, fu l’ultimo papa a voler ristabilire l’unità del cattolicesimo, del Sacro Romano Impero, a riprendere i contatti con la Chiesa greca e a cacciare i normanni dall’Italia meridionale. Cercò di allontanare Ildebrando di Soana dalla corte papale, ma la sua improvvisa e sospetta morte vanificò la realizzazione del suo progetto. Nicolò II (1058-1061), monaco cluniacense, usò S. Pier Damiani per togliere le antiche prerogative di indipendenza dell’arcivescovo di Milano appoggiandosi alla Pataria. Seguì supinamente i consigli di Ildebrando di Soana, investendo i capi normanni dei feudi italiani, in cambio del loro vassallaggio e del loro supporto militare. Alessandro II (1061-1073), monaco cluniacense, creatura di Ildebrando di Soana, divenne papa nonostante il veto imperiale. Tutta la sua attività fu caratterizzata da un’accanita lotta contro il Sacro Romano Impero. A questo fine, tentò perfino di allearsi con il Basileus bizantino per negare ogni legittimità di successione romana all’Imperatore d’Occidente. Il suo successore fu l’infernale Ildebrando di Soana, “San” Gregorio VII (1073-1085), di cui si è già scritto in queste pagine. Si deve notare che la Chiesa Cattolica continua a considerare papi legittimi tutta questa sequela di farabutti, intervallata solo da due o tre papi corretti, ma presto eliminati.[1]

Si può affermare che la distorsione del mondo moderno in Occidente e nel mondo intero ebbe inizio da lì. Elenchiamo rapidamente gli effetti immediati e mediati delle riforme del cattolicesimo latino:

  1. La Chiesa di Roma si contrappose all’Impero rivendicando la sua supremazia sul potere temporale dell’Occidente. Al contrario dell’ideale sacrale del Sacro Romano Impero che governava la cristianità in nome di Dio, la Chiesa intraprese un’attività di politica profana al fine di affermare il sistema di potere del papa-re[2].

  2. Mentre l’Impero manteneva una struttura fondamentalmente d’ispirazione iniziatica, ancora collegato all’esoterismo cavalleresco che continuava a trasmettersi nell’ambito del cattolicesimo latino, la Chiesa assumeva sempre di più atteggiamenti mondani e anti iniziatici. Se il Sacro Romano Imperatore continuava a essere iniziato ai misteri della cavalleria, o perfino talvolta si identificava alla funzione esoterica dell’Imperator, i papi sempre più raramente provenivano dai ranghi del monachesimo. Gli unici monaci che fossero divenuti papi provenivano dall’Ordine Benedettino di Cluny, che aveva abbandonato la contemplazione per dedicarsi alla politica attiva. L’Impero si basava su una concezione gerarchica ordinata, molto simile a quella castale dell’India, considerando che la religione e il potere temporale dovevano essere amministrati dai migliori (aristocrazia). Diversamente, la Chiesa del XI secolo favorì la scalata sociale alla sua gerarchia ecclesiastica degli appartenenti alle più basse classi sociali o dei rappresentanti di membri felloni della falsa nobiltà[3]. Con l’andar del tempo la Chiesa romana assunse un atteggiamento sempre più ostile all’esoterismo, che giungerà, come vedremo nella continuazione del nostro excursus, alla più violenta persecuzione.

  3. Forse la più grave conseguenza della riforma del secolo XI fu la secolarizzazione del monachesimo e la progressiva scomparsa dell’iniziazione contemplativa esicasta nel cattolicesimo latino. Quest’ultima sopravvive ancora nella Chiesa ortodossa. C’è anche da ricordare che i normanni, che avevano invaso l’Italia meridionale, scatenarono in quell’area una vera e propria caccia all’esicasta con la benedizione pontificia[4]. Alla deviazione e perdita dell’iniziazione da parte dell’Ordine cluniacense corrispose la degenerazione in senso pauperistico delle rimanenti correnti dell’Ordine benedettino. Come sempre accade, la “ricerca della purezza originaria evangelica”, condusse a risultati spiritualmente scadenti con la sopravvalutazione del moralismo. Così se, per esempio, l’Ordine benedettino cistercense declinò dal suo scopo contemplativo più lentamente rispetto alla rapida deviazione di Cluny, tuttavia non c’è dubbio che esso fu infettato gravemente dalla Pataria eretica e antireligiosa. In questo modo si può notare che i monaci cluniacensi abbandonarono la contemplazione e l’inclinazione iniziatica per mescolarsi alla politica dei potenti, soprattutto dei papi di Roma, del Re di Francia e dei duchi e poi Re normanni. Al contrario i monaci cistercensi lasciarono i loro eremi per predicare al popolaccio contro la ricchezza, il potere e l’oppressione degli aristocratici e dell’alto clero. Anche i cistercensi nel corso di un paio di secoli voltarono le spalle all’iniziazione.

  4. La Chiesa romana secolarizzata assecondò la politica perseguita da Cluny. Dichiarò che il potere temporale dell’Imperatore non era di origine sacrale, ma puramente laico. Ugualmente erano dei semplici laici anche i feudatari che dall’Impero traevano la loro autorità, Re, Principi, Duchi, Conti o Baroni che fossero. Togliendo ogni riconoscimento sacrale, gli inferiori di ogni ordine e grado avevano il diritto di ribellarsi ai loro superiori e infrangere i giuramenti di fedeltà. Così si disconosceva del tutto l’autorevolezza che derivava a nobili, patrizi e cavalieri dall’iniziazione guerriera che era la fonte del loro riconosciuto potere. In un secondo tempo, però, i papi corressero questa impostazione profanante nei confronti dei Re. Essi si resero conto che i Sovrani nazionali come i Re di Francia, d’Inghilterra, di Castiglia, di Leon, d’Ungheria e via dicendo ambivano a rendersi indipendenti dall’Impero universale cattolico. Perciò, pur mantenendo la contestazione sulla sacralità del Sacro Romano Imperatore, riconobbero che i Re, nel loro regno, traevano direttamente il loro potere da Dio. In questo modo i Re nazionali divennero i fedeli vassalli del papa a scopo antimperiale[5]. In seguito, proprio quella Francia, che obbligò i papi alla cattività avignonese, fu proclamata dalla Chiesa romana “Figlia primogenita della Chiesa”, sottraendo tale prerogativa all’Impero[6]. La Francia umiliò anche i “legisti” papali dell’Università di Bologna con i propri legulei della Sorbona per dimostrare la totale autonomia dalla Chiesa, grazie all’”unzione” di Reims che faceva dipendere il Re direttamente da Dio[7].

  5. Il papato incoraggiò i movimenti pauperistici e vi si appoggiò, facendo leva sulle invidie sociali dei più bassi strati della popolazione cittadina. In maniera particolare usò la Pataria per destabilizzare l’ordine sociale delle città governate dal patriziato d’origine romana e da vescovi che avevano fatto delle città il centro amministrativo della loro diocesi. Le antiche villæ fondiarie dei patrizi, centri di conservazione della tradizione romana, si erano sviluppati in villaggi, con la progressiva aggregazione di artigiani e mercanti, diventando sedi di mercati, di palazzi di giustizia, di forze predisposte alla difesa dall’esterno e all’ordine interno. I villaggi, che si sviluppavano e diventavano nodi importanti lungo l’antica rete stradale romana, erano promossi a città dall’Imperatore o dai Re. In tal caso la città era amministrata da un consiglio patrizio (se composto solamente da patrizi) o consiglio nobile (se vi partecipavano anche rappresentanti dell’aristocrazia feudale residenti in città), prendendo a modello il Senato Romano. Al centro della città era costruita la cattedrale, la chiesa di un vescovo (o arcivescovo o patriarca). Il capitolo vescovile era rappresentato nel consiglio. Ogni vescovo basava sulla cittadinanza dei fedeli la sua autonomia da Roma ed era tradizionalmente eletto dal capitolo con l’approvazione del consiglio e l’acclamazione del popolo. La città, inoltre, rispecchiava l’ordine feudale in forma oligarchica anziché monarchica e, di conseguenza, prestava giuramento di fedeltà al vassallo da cui dipendeva o direttamente all’Imperatore. Scatenando invidie e gelosie negli strati più bassi della popolazione, che propriamente non godevano nemmeno della cittadinanza[8], la Chiesa si fece responsabile degli atti di violenza “spontanea”. Lo scopo fu quello di togliere alla nobiltà urbana il governo della città eliminando così la fedeltà al Sacro Romano Imperatore, e di indurre a sottomissione i vescovi che ancora non riconoscevano il nuovo ruolo del pontefice come unico sovrano della Chiesa.

  6. Come sempre successe nel corso della storia, il popolaccio fu usato per destabilizzare l’ordine. Ma non essendo in grado di sostituire la classe dirigente aristocratica, la Chiesa incitò il terzo stato dei cittadini, conosciuto come popolo grasso o, da quel momento storico, come borghesia, a prendere il potere nella città. Costoro, rappresentati da commercianti e artigiani, costituivano lo strato benestante della popolazione, con un minimo di esperienza d’amministrazione dei propri beni e guadagni. Le città in cui questo rovesciamento dell’ordine ebbe successo furono denominate “comuni”. Gli esponenti dell’aristocrazia cittadina o abbandonarono la città per i loro castelli e villæ rurali oppure si adattarono a vivere nel “nuovo ordine” per mantenere i palazzi e i beni che possedevano entro le mura. Per rimanere, furono però costretti a iscriversi alle gilde o corporazioni di mestiere della borghesia: mercanti, medici e speziali, produttori di lana, tessitori e tintori[9]. Questo appiattimento sociale comunistico fallì rapidamente, in quanto le corporazioni, che corrispondevano a mestieri più remunerativi (Arti Maggiori), presero subito il sopravvento politico sulle frange più deboli della borghesia (Arti minori)[10]. Anche all’interno delle gilde si formò una gerarchia economica e professionale divisa in maestri d’arte, lavoratori e apprendisti. Si formarono anche milizie cittadine composte da mercanti e artigiani, ma di cui i nobili rimasti nel comune presero subito la guida. L’esperimento comunale durò per due o tre secoli, presto riassorbito nell’ordine più vasto dei Principati.

  7. Le tendenze pauperistiche della Pataria, fondamentalmente antireligiose, si mescolarono all’eresia dualista di provenienza balcanica dei Bogomili, noti in Italia settentrionale e in Occitania con il nome di Catari o Albigesi[11]. Come s’è già detto, la corrente cistercense dell’Ordine benedettino, perseguendo il falso ideale di un ritorno della Chiesa cattolica alla povertà evangelica[12], collaborò invece alla realizzazione del piano eversivo del sistema feudale. Molti cistercensi abbandonarono i loro eremi e cenobi per accorrere nelle città e nei comuni per svolgere un’azione “sociale” in favore dei “poveri”, tradendo così completamente la regola di S. Benedetto e gli ideali di isolamento e contemplazione. È su questa traccia che più avanti furono fondati gli ordini dei Frati Minori o Francescani e dei Frati Predicatori o Domenicani. A lungo in odore di eresia, questi ordini segnarono la fine del monachesimo latino[13].

  8. Le attività “sociali” degli ordini mendicanti non si limitarono all’assistenza alimentare, sanitaria ed economica dei poveri, ma i frati dettero grande importanza all’educazione del popolino. I conventi dapprima diventarono scuole per ragazzi al fine di avviarli a trovare un lavoro presso le diverse gilde comunali. Alla fine, però, francescani e, soprattutto, domenicani fondarono le Università presso le cattedrali o i conventi, al fine di formare una classe dirigente prevalentemente ecclesiastica e borghese. All’inizio vi furono insegnate solamente le discipline del Diritto canonico e del Diritto romano (utrumque jus), ma ben presto le facoltà si moltiplicarono aprendosi alle discipline più profane e scientifiche. Lo scisma dalla cristianità ortodossa bizantina spinse la teologia cattolica insegnata nelle Università ad abbandonare la patristica e a creare una filosofia scolastica appoggiata alla logica aristotelica. La scolastica, con il passare del tempo, divenne sempre più razionalistica, con l’apporto della filosofia araba di Avicenna e Averroè, fino a uscire dai limiti consentiti dalla fede[14]. Con Abelardo, Duns Scoto e Occam, l’aristotelismo scolastico si tradusse alla fine in un semplice nominalismo e naturalismo. Gli ordini pauperistici e mendicanti contribuirono così pesantemente alla creazione di una cultura laica e, in definitiva, antireligiosa.

  9. Per la verità, gli ordini mendicanti, nonostante il pauperismo, erano l’espressione del terzo stato, di quella borghesia a cui appartenevano sia S. Domenico de Guzman sia S. Francesco[15] d’Assisi. La trasformazione delle città in comuni comportò un totale rivolgimento della visione del mondo in un’ottica mercantile ed economica. Essa perdura ancor oggi e ha invaso come una pestilenza l’intero globo terracqueo. Fu cancellato il concetto di possesso in favore dell’idea di proprietà. Il possesso era la concezione feudale, per cui tutti i beni erano di unica appartenenza della Divinità. La Divinità concedeva transitoriamente all’Imperatore (sskrt. samrāṭ), suo rappresentante terreno, il possesso dell’universo. Il Sovrano poi concedeva temporaneamente a seconda dei meriti e delle esigenze, parti grandi o piccole del suo dominio ai sudditi, al fine di amministrarle, migliorarle, ingrandirle, a maggior gloria di Dio[16]. La proprietà, al contrario, proclama l’appartenenza totale del bene al singolo individuo. Quest’ultima concezione fu adottata, praticata e diffusa proprio dagli ordini mendicanti. La teoria e la pratica del libero mercato, infatti, sono germogliate, ben prima di Adam Smith, nel mondo cattolico e non in quello protestante. I filosofi scolastici furono ben attenti all’economia comunale, anticipando alcune acquisizioni teoriche fondamentali come la concezione soggettiva del valore. I domenicani Alberto Magno (1193-1280) e il suo grande allievo San Tommaso d’Aquino (1225-1274), come anche gli scolastici successivi, pensavano che il giusto prezzo di un bene non dipendesse da qualche sua qualità intrinseca, ma fosse quello determinato dalla communis opinio o dalla communis æstimatio, cioè dalla richiesta del mercato. Inoltre il francescano provenzale Pietro Giovanni Olivi (1248-1298) fu il vero scopritore della teoria della soggettività del valore-prezzo; e l’altro francescano, San Bernardino di Siena (1380-1444), oltre a fornire una magistrale analisi delle virtù e della funzione dell’imprenditore, alle soglie del Rinascimento riportò in auge la teoria del valore soggettivo sviluppata da Olivi[17].

  10. Lo sconvolgimento religioso, politico e sociale iniziato nel XI secolo, assieme alla scomparsa dell’iniziazione nel monachesimo latino, non poteva esimersi dall’influenzare l’arte. In contrapposizione con il romanico, che aveva le sue radici nell’arte sacra imperiale romana e bizantina, si impose un nuovo stile, il gotico, il cui ideologo fu l’Abate Suger de Saint-Denis. La sua concezione dell’edificio sacro prevedeva che il Dio trascendente illuminasse dall’esterno la parte interiore della chiesa attraverso grandi vetrate[18]. La luce, rappresentazione simbolica dell’amore divino, penetrava nel chiuso illuminando le tenebre del cuore umano. Grande oppositore di Suger fu San Bernardo, il quale gli contestò l’idea che Iddio non fosse presente anche all’interno[19]. Anzi, la chiesa tenebrosa rappresentava il cuore dell’uomo, in cui Dio è sempre lì nella sua presenza reale sotto forma eucaristica. La chiesa secondo San Bernardo è, dunque, un hortus conclusus, rappresentazione sia dell’intero universo sia del corpo dell’uomo, al cui centro è collocato l’onnipervadente Divinità[20]. L’affermazione per cui Dio sarebbe solamente esteriore all’individuo umano comporta una concezione dualistica inconciliabile con la deificazione (theósis). Un monaco occidentale, ancora praticante la contemplazione iniziatica, qual era San Bernardo, denunciava in questo modo l’abbandono di un punto di vista metafisico. Inoltre egli lamentava la perdita dell’essenzialità delle forme del romanico, adatte a indurre alla meditazione, e l’adozione di forme complesse, meravigliose e ricche d’ornato del gotico, fonte di distrazione. Le cose però stavano precipitando: nonostante l’opposizione del grande abate di Clairvaux, il gotico si affermò, sull’onda dell’imborghesimento della Chiesa cattolica. Per costruire le cattedrali gotiche all’interno delle mura comunali, vennero chiamate le corporazioni dei muratori che, fino ad allora, avevano costruito solo castelli e palazzi, in armonia con la loro appartenenza all’Ars Regia. Le abazie, i monasteri e le basiliche romaniche, invece, erano state opera degli stessi monaci, essendo l’edificazione di luoghi sacri pertinenza dell’Ars Sacerdotalis.[21] L’adozione di un complesso simbolismo ermetico[22] nelle nuove cattedrali risultava inusitato. Esso fu considerato appartenere a una visione troppo naturalistico della tradizione, e perciò fu censurato da San Bernardo e dai suoi discepoli. Essi giudicarono che tale simbolismo proveniva dal dominio delle scienze intermediarie e magiche (goetia) e non dalla teologia; per questa ragione quell’arte fu definita gotica[23].

  11. Lo scisma della chiesa cattolica da quella ortodossa provocò un ulteriore allontanamento e una nuova ostilità nei confronti dell’Impero bizantino. Le stesse crociate, con il passaggio di numerosi eserciti “franchi” attraverso i domini dell’Impero d’Oriente, impoverirono e indebolirono Bisanzio. La quarta crociata, poi, fu una vera pugnalata alle spalle rivolta alla cristianità orientale. La conquista latina, soprattutto veneziana, di Costantinopoli costituì un colpo dal quale la potenza bizantina non poté mai più essere ripristinata. Dopo il fallimento delle diverse crociate, quando l’Europa cattolica abbandonò ai suoi destini il vicino Oriente, l’Impero bizantino fu praticamente offerto su un piatto d’oro all’invasione e alla conquista islamica. Questa deve essere considerata come una delle più oscure pagine della storia della cristianità. Le crociate, tuttavia, ebbero un risvolto positivo: esse rappresentarono un incentivo per la rinascita dell’ideale cavalleresco e imperiale. Ma su ciò ritorneremo in seguito.

Come si può dedurre dalle ultime righe, nonostante la devastazione dell’Impero prodotta dalla riforma ecclesiale dell’XI secolo, l’ideale imperiale e cavalleresco aveva ancora diverse carte da giocare. Ancora per tre secoli gli iniziati alle vie guerriere del mondo latino seppero emergere in forma sorprendente, parando i ripetuti colpi che la Santa Sede continuò a infliggere.

Petrus Simonet de Maisonneuve

 

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[1] Carlo Rendina, I Papi, Roma, Newton Compton, 1983, pp. 359-394.

[2] Massimo Montanari, Storia Medievale, Roma-Bari, Laterza, 2002, p. 140.

[3] Lo stesso Ildebrando di Soana, figlio d’un contadino, sparse la voce d’essere un rampollo dell’antica famiglia patrizia degli Aldobrandeschi.

[4] Sulle persecuzioni normanne nel sud Italia, cfr. https://www.vedavyasamandala.com/37-catholicism-and-orthodoxy-the-di: a proposito di Barlaam Calabro, cfr. https://www.vedavyasamandala.com/iniziazione-e-metodo-dell-esicasmo,.

[5] Ciò non toglie che il prestigio della sacralità dell’Impero non inducesse quei sovrani ad ambire al trono imperiale, avanzando la loro candidatura finché tale Istituzione non fu soppressa da Napoleone nel 1806.

[6] Si legge spesso che tale titolo fosse stato attribuito alla Francia alla conversione di Clodoveo. In realtà si tratta di una notizia manipolata poiché a quell’epoca non esisteva alcun territorio chiamato Francia. Appare per la prima volta all’epoca di Pipino il Breve, quando la Gallia era ormai chiamata Frankland, perciò, in linea di principio, sarebbe stato un titolo per designare l’Impero. Tuttavia il Sacro Romano Impero non si fregiò mai del titolo che comportava una subordinazione al papato. In ogni caso, la formula “figlia primogenita della Chiesa” fu storicamente usato per la prima volta da Sisto V nel 1576 per designare il Regno di Francia nel corso della guerra civile scatenata dalla Lega santa conto il re Enrico III.

[7] Jacques Le Goff, Il re nell’Occidente medievale, Roma-Bari, Laterza, 2006, pp. 5-10.

[8] Gli abitanti della città erano divisi in tre stati: il primo stato erano gli ecclesiastici; il secondo stato, i patrizi e i nobili; il terzo stato, la borghesia. Il popolo non aveva diritto alla cittadinanza, come nell’antica Grecia e a Roma.

[9] Le altre arti o corporazioni erano quelle dei calzolai, pescatori, macellai, pittori, mugnai, muratori, falegnami, conciatetti e spazzacamini, sarti, fornai, sellai, fabbri, pellicciai e conciatori.

[10] I mercanti e proprietari, più simili alle funzioni sociali dei vaiśya, imposero la loro autorità nei confronti delle corporazioni d’estrazione śūdra.

[11] Paul Labal, Los Cátaros. Herejía y crisis social, Barcelona, Ed. Crítica, 1984.

[12] In realtà, quando ancora Gesù, negli ultimi tre anni della sua vita, viveva in comunità con i suoi apostoli, non ha mai abbracciato povertà o mendicità. Ha vissuto di generose donazioni da parte dei suoi seguaci, tanto che Giuda Iscariota fu incaricato di essere il tesoriere del gruppo.

[13] Molti confondono l’ordine monastico con gli ordini pauperistici. Il monachesimo, che ha origine già dalla seconda generazione cristiana, perseguiva l’ideale del silenzio e della solitudine per poter dedicarsi alla contemplazione esicasta. Il monaco per regola viveva lontano dalla società, in un eremo o in un cenobio-monastero. Ciò si protrasse fino all’anno mille: monasteri e abazie erano costruiti in luoghi impervi lontani da castelli e villaggi. I frati degli ordini mendicanti o pauperistici, invece, costruivano i loro conventi nelle città, allo scopo di partecipare attivamente all’edificazione dei comuni, e in favore degli strati meno fortunati della società. La degenerazione in senso sociale del monachesimo ha sancito di fatto il suo annullamento, superato come fu dall’attivismo dei domenicani e, in modo particolare, dei francescani.

[14] I nostri lettori indiani, appartenenti a una tradizione basata sulla conoscenza, possono trovare difficoltà a comprendere i dogmi di una religione basata sulla fede. Il dogma, infatti, è una realtà invisibile (sskrt. adṛṣṭi sattā) difficile da comprendere per le menti immature, che viene quindi imposta come una verità di fede. Ogni deviazione dai dettami del dogma è quindi motivo di eresia. Anche l’eresia è sconosciuta in contesto hindū, proprio a causa dell’assenza del concetto di dogma; tuttavia, “eretico” può parzialmente corrispondere all’idea di nāstika, che designa coloro che contraddicono ciò che è dichiarato negli śāstra.

[15] Il soprannome Francesco, che in realtà si chiamava Giovanni, gli fu dato dal padre che aveva fatto la sua fortuna vendendo stoffe nella Francia meridionale. Le simpatie pauperistiche della famiglia dei Bernardone hanno così origine dai viaggi d’affari compiuti in quella regione catara.

[16] Concezione che rispecchia la parabola dei talenti (Vangelo di San Matteo, XXV.14-30).

[17] Murray Rothbard, Economic Thought Before Adam Smith, Auburn-Alabama, Mises Institute, 1995, pp. 47-64. I detrattori contemporanei dell’Ordine del Tempio hanno invece accusato i templari di aver ideato il capitalismo basandosi solo sul fatto d’aver usato per primi le lettere di credito!

[18] Erwin Panofsky, “Suger abate di Saint-Denis”, in Il significato nelle arti visive, Torino, Einaudi, 1999, pp. 109-145.

[19] Lia Pierluigi, L’estetica teologica di Bernardo di Chiaravalle, Firenze, Edizioni del Galluzzo, 2007.

[20] Ciò coincide notevolmente con la concezione del Tempio hindū com’è descritta in tutti gli Śilpa Sūtra.

[21] Le corporazioni di origine romana (collegia fabrorum) si erano infatti perpetuate durante le invasioni barbariche nelle villæ patrizie e nei castelli feudali. Invece l’artigianato sacro, conservatosi nei monasteri, era compiuto dagli stessi monaci che si specializzavano nelle differenti scienze del trivio e del quadrivio e nelle corrispondenti Artes sacerdotales.

[22] Dedicheremo un capitolo all’Ermetismo quando concluderemo la descrizione il periodo medievale.

[23] Come ben si sa questa definizione non ha nulla a che fare con il popolo dei Goti.