39. Gli Ordini monastico-cavallereschi

Gli accadimenti che si produssero nel corso del XI secolo ebbero importanti ripercussioni nella struttura civile della cristianità latina. Il sistema feudale, che aveva modellato la struttura dell’Impero sulla gerarchia delle vie iniziatiche della casta guerriera, era entrato in crisi. La chiesa cattolica romana, restaurata per volontà degli Imperatori, diventò la principale rivale del Sacro Romano Impero sul piano politico e secolare. Il non riconoscimento della sacralità imperiale, diffuso capillarmente tramite vescovadi e parrocchie e con l’aiuto dei monasteri, ormai subordinati all’autorità papale, permetteva lo scioglimento del giuramento di fedeltà da parte dei sudditi. Questo spinse i più grandi ambiziosi feudatari ad allentare i legami di dipendenza dall’Impero. Furono dapprima i Re dei regni nazionali ad approfittare del permesso di slealtà per creare dei domini di proprietà della corona, primo passo in direzione di quel fenomeno noto come ‘assolutismo’. Ma ben presto anche duchi e principi ne seguirono l’esempio, portando divisioni e guerre civili nel cuore stesso della cristianità. Sempre più attratti dal potere temporale, i vassalli ribelli si scordarono delle loro funzioni sacre, ma soprattutto iniziatiche, che erano la ragione stessa della loro posizione magistrale nei confronti dei nobili che avessero desiderato seguire la via iniziatica della cavalleria.

Sempre più raramente gli aspiranti cavalieri trovavano nei castelli e nei palazzi dei veri maestri. Fu così che dei gruppi di cavalieri si riunirono attorno a un cavaliere-maestro, formando degli ordini sul modello di quelli monastici, svincolandosi dal sistema feudale fino ad allora vigente[1]. I primi ordini, piuttosto effimeri, furono quello dei Cavalieri dei SS. Cosma e Damiano (⁓1030) e quello dei Cavalieri del Tau (⁓1050). Ma solamente con l’inizio delle crociate furono fondati gli ordini cavallereschi più importanti per funzioni iniziatiche a favore dell’intera cristianità latina[2].

L’Imperatore d’Oriente Alessio I Comneno, assalito in Anatolia dalle orde dei turchi selgiuchidi[3], chiese aiuto militare al papa e all’Impero. Di conseguenza il papa Urbano II nel 1095 indisse la prima crociata al fine di liberare dagli infedeli il sepolcro di Cristo e i luoghi delle sue gesta terrene[4]. Era allora Imperatore Enrico IV, indebolito dalla continua lotta con i suoi figli e con i principi elettori, provocata dalle manovre politiche dei papi. Per questo l’Imperatore non fu in grado di prendere il comando della massiccia spedizione che si stava preparando e non fu un caso che i principi, che approfittarono dell’assenza imperiale, fossero in gran parte normanni, francesi e tedeschi ribelli.​

Il fior fiore della nobiltà occidentale si riversò nel vicino oriente liberando facilmente quei territori dell’Impero bizantino dall’invasione islamica[5]. Tuttavia, in assenza di un’autorità sovrana suprema, presto i diversi principi cominciarono a rivaleggiare per i territori conquistati. Naturalmente al Basileus non fu restituita nessuna provincia, mentre i capi si ritagliavano nuovi feudi, innescando pericolose fratture nell’esercito crociato.

Con la liberazione di Gerusalemme (1099) riprese massicciamente l’afflusso di pellegrini da tutta Europa. A causa delle rivalità tra i capi della crociata, le vie di pellegrinaggio continuarono a essere infestate da bande di briganti o da incursioni turco-arabe. Tre gruppi di cavalieri allora si organizzarono in milizie a protezione dei pellegrini. Il primo Ordine cavalleresco (1099) fu quello del Santo Sepolcro, che presidiava in armi la Basilica omonima; il secondo Ordine (1113) fu quello degli Ospitalieri di San Giovanni; il terzo (1118) l’Ordine del Tempio di Salomone. Questi due ultimi andavano a ricevere i pellegrini, che arrivavano alle coste della Palestina, per scortarli fino a Gerusalemme. I Templari formavano l’avanguardia, gli Ospitalieri la retroguardia[6]. In tutti e tre gli Ordini i cavalieri potevano anche assumere il sacerdozio, diventando canonici secondo la regola agostiniana[7]. L’Ordine del Tempio ottenne presto la trasmissione del monacato benedettino da San Bernardo, il quale scrisse anche la regola De Laude Novæ Militiæ (1129).​

San Bernardo di Clairvaux (1090-1153) fu l’ultimo dei grandi personaggi del monachesimo latino e ultimo Padre della Chiesa. Nato da una famiglia dell’alta nobiltà borgognona[8], a ventidue anni divenne monaco benedettino cistercense. Ben lungi dall’essere un mistico[9], San Bernardo fu uno degli ultimi iniziati nel monachesimo latino, ben consapevole sia della profondità delle dottrine esoteriche che aveva ricevuto sia della triste stretta storica in cui viveva.

La sua autorevolezza dottrinale e la sua santità di vita fecero sì che egli svolgesse altissime funzioni iniziatiche e azioni esteriori di grande responsabilità nel tentativo di raddrizzare la situazione del cattolicesimo[10]. La sua autorità fu riconosciuta da papi e Imperatori, da vescovi e da Re, da monaci e da cavalieri. Fu spesso distolto dalla vita contemplativa per redimere liti fra sovrani, papi e vescovi, l’autorità spirituale e il potere temporale.

Ben consapevole dello stato di ritrazione dell’iniziazione monastica cattolica e della crisi della cavalleria feudale, volle incaricare l’Ordine del Tempio d’essere la nuova cavalleria (Nova Militia) per la trasmissione e la difesa dell’iniziazione nel contesto latino[11]. Nell’Ordine del Tempio fece confluire le due tradizioni (paramparā) ch’egli, come monaco e cavaliere, aveva riunito nella sua persona. Di fatto il Tempio divenne l’arca che preservò per un paio di secoli tutte le vie iniziatiche latine dalle inchieste, soprusi e persecuzioni messi in atto dai poteri secolari al servizio dell’egemonia pontificia. Di fatto i Templari godevano della completa autonomia sia dall’Impero sia dal papato, come anticamente accadeva per gli ordini monastici[12].

Sono passate alla storia le leggendarie imprese belliche dei Templari, il loro severo ascetismo e la loro attività crociata ai confini della cristianità per la riconquista e sottomissione di vaste aree invase da infedeli: la Terrasanta, la penisola iberica e l’Europa orientale. A questo fine l’Ordine del Tempio diede origine a filiazioni locali, celebri per la loro abnegazione e coraggio: gli Ordini di Alcantara, di Calatrava e di Santiago in Spagna, l’Ordine Teutonico e dei Portaspada in Germania.

Se da un lato questi adattamenti della tradizione preservarono l’iniziazione, dall’altro segnarono il fallimento del progetto carolingio e ottoniano di fondare una tradizione occidentale completa. Il sistema sociale a quattro caste non fu mai portato a compimento. Solamente l’aristocrazia fu stabilmente strutturata per diritto di nascita, mentre le altre classi sociali rimanevano confuse nelle loro caratteristiche, del tutto inadeguate a costituire una società organica. Al sacerdozio poterono accedere personalità provenienti dalle più disparate origini. Il clero non s’identificò mai istituzionalmente alla sapienza, ma rappresentò una gerarchia burocratica di funzionari del potere temporale dei papi. Il monachesimo, che per secoli era stato il depositario del sapere, tra il X e l’XI secolo si secolarizzò, diventando un inutile doppione del clero. I nuovi ordini mendicanti dei frati domenicani e francescani si dedicarono solo ad attività di utilità sociale[13]. Unicamente nelle Università fu coltivata una teologia, ma di natura filosofica, del tutto avulsa dalla gnosi autentica. Gli appartenenti al terzo stato, cittadini o borghesi, erano considerati tali solamente in base al loro censo. Se si fossero impoveriti, avrebbero perso la loro posizione sociale. Al contrario, se un popolano si fosse arricchito, avrebbe potuto ottenere la cittadinanza. Questo rendeva possibile il passaggio da una corporazione di mestiere a un’altra, incoraggiando così la competizione, la lotta tra le classi e il caos sociale che poi s’è avverato nella civiltà occidentale.

Il dominio iniziatico, che in precedenza era presente all’interno delle componenti sociali, divenne ancor più chiuso in un esoterismo visto sempre più di cattivo occhio dai rappresentanti della religione esteriore. Ciò nonostante, grazie all’Ordine del Tempio, il mondo latino poté manifestare ancora grandiosi monumenti di sapienza iniziatica.

Gian Giuseppe Filippi

 

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[1] Va da sé che questa innovazione depotenziò ulteriormente il legame tra feudalità e iniziazione, sebbene anche in seguito molti principi, soprattutto in ambito imperiale, manifestarono non di rado grande consapevolezza e dottrina, facendo coincidere la loro funzione sociale con quella iniziatico-cavalleresca di Imperator. Tra questi citeremo Federico I Hohenstaufen, suo nipote Federico II e Arrigo VII di Lussemburgo.

[2] Aristide Michel Perrot, Storia degli Ordini Cavallereschi, Milano, Tip. Libr. Pirotta, 1837.

[3] I selgiuchidi si erano già stanziati in Persia. Avevano abbracciato l’Islam sunnita e avevano di fatto preso il controllo del califfato abbaside (Peter Frankopan, The first Crusade, Rearsby (U.K.), W.F. Howes Ltd, 2012).

[4] Certa letteratura romantica ha fantasticato su possibili scambi ‘iniziatici’ tra la cavalleria cristiana e la futuwwa del sufismo islamico (Pio Filippani Ronconi, Ismaeliti e “Assassini”, Il Cerchio, San Marino, 2004). Di fatto non esiste alcuna memoria di questi scambi né da fonte occidentale né da quella islamica. Le influenze dottrinali, esercitate sempre dal sufismo in favore dell’iniziazione cavalleresca cristiana, sono altrettanto labili, come si vedrà quando tratteremo di Dante e dei Fedeli d’Amore. Quanto poi ad altre supposte influenze esercitate da ambienti ismaeliti nizari, drusi o quant’altro, sarebbero motivo di grave sospetto, considerata l’ispirazione eterodossa di tali sette mediorientali. Tutt’al più c’è da riconoscere spesso un comportamento cavalleresco reciproco, che si spiega con la mentalità dell’epoca, ma che in realtà non dimostra niente.

[5] Jacques Le Goff, Medieval Civilization, Oxford, Blackwell, 1988, pp. 69-70.

[6] È interessante notare che in India l’ordine dei saṃnyāsin combattenti Nāgā bābā svolge una simile funzione a protezione dei pellegrini. Per la precisione l’avanguardia è composta dai Nāgā śaṃkariani, mentre quelli rāmānujani stanno di retroguardia. Poiché l’avanguardia è di maggior prestigio, spesso si accendono delle zuffe quando i Nāgā rāmānujani tentano di soppiantare l’altro ordine. Allo stesso modo gli Ospedalieri spesso cercarono di sostituirsi con le armi ai Templari nell’avanguardia.

[7] Gli Ospedalieri, in verità, all’inizio seguirono la regola di San Benedetto, ma presto assunsero il canonicato agostiniano, regola meno severamente monastica.

[8] Era cugino di terzo grado del duca di Borgogna. Recentemente abbiamo letto una biografia ecclesiastica del Santo, che lo definiva di famiglia della piccola nobiltà. Evidentemente nella chiesa proletaria del giorno d’oggi ci si vergogna di origini tanto illustri. Qualcosa di simile accade per Dante, spesso fatto passare come un borghese fiorentino.

[9] René Guénon, Saint Bernard, Paris, Les Éditions traditionnelles, 1929.

[10] In precedenza, solamente S. Bonifacio aveva goduto dello stesso carisma e della indiscussa autorevolezza nel dominio religioso, politico, iniziatico e culturale. In qualche modo, una tale personalità può essere paragonata nell’India moderna solo a quella di Svāmī Kārapātri (L’Uomo e il sacro in India: Svāmī Kāraptrī, a cura di Gianni Pellegrini, Venezia, Indoasiatica 5/2009, Cafoscarina),

[11] San Bernardo, De Laude Novæ Militiæ, I Quaderni dell’Excalibur, Roma, Ist. Romano di Ricerca Interdisciplinare, 1977.

[12] L’Ordine degli Ospitalieri con il passare del tempo fu sempre più soggetto all’autorità papale. L’Ordine del Santo Sepolcro, invece, fin dalla sua costituzione, era stato messo alle dipendenze del patriarca cattolico di Gerusalemme e, solo nel XV secolo, del papa di Roma. Quest’Ordine, radicato alla Basilica del Santo Sepolcro, partecipò in misura minore agli eventi bellici e rimase sempre in ombra degli altri due Ordini più importanti.

[13] Gli ordini mendicanti e la città. Aspetti architettonici, sociali e politici, J. Raspi Serra (a cura di), Milano, Guerini Studio, 1991.