40. La Tavola Rotonda e la cerca del Graal - I

Dal punto di vista storico i romanzi della Tavola Rotonda e del Graal fanno pensare ad una corrente sotterranea affiorata ad un dato momento, ma subito ritrattasi e resasi nuovamente invisibile, come se si fosse avvertito un ostacolo o un pericolo preciso[1]. Infatti, tali racconti appaiono in un breve lasso di tempo che, approssimativamente, inizia nell’ultimo quarto del XII secolo e termina nel primo quarto del XIII[2], periodo che, in Europa, segna l’inizio del declino della tradizione medievale.

Da dove proveniva questa corrente sotterranea? Tutti i personaggi e gli avvenimenti che si incontrano in questi testi si manifestano in una precisa area geografica: Irlanda (Iweriu, lat. Hiberia o Scotia), Galles (Cymru, lat. Cambria), Scozia (Caled, lat. Caledonia) Inghilterra (Prydain lat. Britannia Major) e Bretagna (Prydain, lat. Britannia Minor o Armorica). Questi luoghi corrispondono al cuore della Tradizione Celtica. Chi trasmise queste leggende al cristianesimo furono i Druidi (corrispondenti ai brāhmaṇa dell’India). In particolare, furono i Bardi, la categoria sacerdotale (sskrt. jāti) che manteneva i rapporti con i cavalieri (come purohita), che si dedicava allo svolgimento dei riti regali, alla composizione dell’epica, dei poemi mitici e al mantenimento della memoria delle genealogie (sskrt. vaṅśacarita) della casta guerriera (sskrt. kṣatriya)[3]. Come vedremo, pur essendo la coppa del Graal un simbolo esoterico di origine cristiana, anche nella tradizione druidica c’era il “Calderone del Dagda[4]“ che svolgeva funzioni analoghe, essendo il ricettacolo della bevanda d’immortalità[5].

Le storie narrate in questi romanzi[6] iniziano nel periodo del collasso dell’Impero Romano. La terra era sconvolta dalla violenza e dal disordine delle invasioni barbariche e appariva necessario ristabilire l’ordine cosmico con la fondazione di un nuovo Impero che riportasse pace e giustizia. Predestinato a questa restaurazione fu Artù[7], figlio illegittimo del re Uther Pendragon. Crebbe nell’anonimato fino a quando non riuscì a sfilare una spada confitta verticalmente in una roccia. Questo fu il segno che lo fece riconoscere da tutti come il legittimo Re di Britannia. È piuttosto evidente che la spada nella roccia è un simbolo dell’asse polare che attraversa il globo terrestre e la sua estrazione dalla roccia indica il cambiamento di stella polare su cui punta l’asse terrestre. Infatti, il sovrano precedente, Uther Pendragon, il cui nome significa “Capo del Drago”, rappresenta il periodo, dal 4000 al 1000 a.C., in cui l’asse della terra era diretto verso la precedente polare α Draconis (la stella Thuban[8]). Artù, dunque, deve rappresentare la nuova stella polare, α Ursæ Minoris[9]. “Ora una prima osservazione filologica si impone. La forma esatta del nome data dai manoscritti in francese antico è Artus (soggetto) e Artu (nei casi flessi) il che conduce a una radice Art, vera base filologica del nome. A questo proposito, la testimonianza delle lingue celtiche è formale: si tratta di un antico nome dell’orso [sskrt. atri][10].” L’orso (gr. ἄρκτος, leggi àrctos) in astronomia corrisponde alle costellazioni polari dell’Orsa Maggiore e di quella Minore (sskrt. saptaṛkṣa) ed il suo simbolismo è strettamente connesso a quello della “montagna polare” (Meru) che rappresenta l’axis mundi[11]. L’elemento polare-sacerdotale e l’elemento zodiacale-regale convergono quindi in Artù in modo confuso. Infatti, dobbiamo tenere presente che, come spiegava Nennio[12], “Artur latine sonat ursum horribilem” (Artù in latino suona come orso orribile). Nel suo aspetto selvaggio e guerriero, venne però affiancato e guidato dal Druida (= sskrt. brāhmaṇa) Merlino, il vero ordinatore e ideatore del regno di Artù. In questo racconto simbolico, si può notare che vi è descritta la nascita di quel dualismo tra la funzione regale e quella sacerdotale, che corrisponde alla diarchia medievale Imperatore-papa: divisione di poteri che porterà alla reciproca concorrenza e distruzione. Myrddin, latinizzato in Merlinus Ambrosius (Merlino l’immortale)[13], in gaelico è il nome di un tipo di falco. Anche qui si può notare una interferenza tra i due poteri, essendo il falco, come l’aquila, animale che rappresenta la casta guerriera. Tuttavia, egli è anche conosciuto con il nome di ‘cinghiale di Brocelandia’, attributo tipicamente sacerdotale[14]. All’inizio della storia Merlino si comporta veramente come il purohita del Re e guru personale di Artù. Quest’ultimo, seguendo le sue istruzioni, fece costruire, nel suo castello di Camelot[15], la Tavola Rotonda intorno alla quale dovevano sedersi i dodici più puri, coraggiosi e leali cavalieri del Regno[16]. Se da un certo punto di vista la Tavola Rotonda era simile a un governo istituito al fine di restaurare l’ordine e la prosperità nel regno di Britannia e nel mondo, da un altro essa rappresentava anche un centro iniziatico[17]. Artù iniziava i guerrieri più qualificati alla cavalleria. Questi poi si recavano come cavalieri erranti a visitare diversi castelli ed eremi, dove i feudatari o i monaci li istruivano alle pratiche interiori del metodo (sskrt. prakriyā). Allo stesso tempo si prodigavano a difendere i deboli, gli orfani e le vedove dalle angherie dei malvagi, accumulando meriti (sskrt. puṇya) per sé, raddrizzando l’ordine del Regno e diffondendo la pace. La Tavola Rotonda era forata al centro e lì si trovava il ‘seggio periglioso’. Si trattava di un trono sul quale poteva sedersi soltanto un cavaliere puro e altamente qualificato. Chiunque si fosse seduto senza possedere tali qualifiche sarebbe sprofondato direttamente all’inferno. Il ‘migliore cavaliere del mondo’, colui che avesse superato la prova, avrebbe potuto concludere la via iniziatica che lo avrebbe condotto a restaurare l’Impero, prendendo il posto di Artù e trasformando il Regno di Britannia in un Impero universale[18]. Furono tre i cavalieri che dimostrarono di essere capaci di raggiungere il summum bonum della via iniziatica cavalleresca: Parsifal (o Perceval)[19], Bors[20] e Galahad[21]. Furono perciò inviati a concludere il loro percorso iniziatico consistente nella cerca del Santo Graal. Il Graal è un simbolo complesso, perché in esso sono confluite correnti tradizionali diverse. Come abbiamo già accennato, i Druidi del celtismo usavano un calderone di bronzo o d’argento in cui facevano bollire la spremitura di diverse piante sacre, tra cui la principale era il vischio. Ottenevano così una bevanda d’immortalità che offrivano in oblazione agli Dei, mentre il resto era distribuito tra gli iniziati presenti[22]. La tradizione esoterica cristiana parla, invece, di una coppa[23]. Quando Lucifero, il più elevato tra gli angeli, si ribellò a Dio, dalla sua corona cadde sulla terra un grosso smeraldo divino, il lapsit exillis[24]. Altri angeli scolpirono poi quello smeraldo prodigioso dandogli la forma di una coppa. Coloro che avessero bevuto da quel calice avrebbero ottenuto la conoscenza di Dio. Questo stesso, tramandato di generazione in generazione, fu usata dal Cristo durante l’ultima cena per consacrare l’eucarestia. Giuseppe d’Arimatea la conservò segretamente e la usò per raccogliere il sangue che sprizzava dalla ferita sul costato di Gesù durante la crocefissione. Questo avvenimento dà la possibilità di interpretare il nome della coppa come fosse Sang Real, il ‘vero sangue’ o il ‘sangue regale’. In seguito, i due discepoli segreti di Gesù, Nicodemo (che era un sacerdote-cohen) e Giuseppe d’Arimatea (Arimatea è interpretato come un titolo in quanto significa ‘principe di sangue divino, ovvero regale’, ha rama theo[25]), che rappresentano rispettivamente l’autorità spirituale e il potere temporale, trasportarono il Graal in Britannia. Lì la sacra coppa sarebbe stata conservata nascostamente in un castello inaccessibile, in una regione compresa tra due mari, in mezzo a montagne selvagge[26] dai discendenti di Giuseppe, conosciuti come i Re del Graal. I cavalieri che fossero riusciti a raggiungerlo e ad avere la visione del Graal, lì si fermavano, diventavano discepoli del Re, vivendo a lungo in uno stato edenico. Con il passare dei secoli, però, il numero dei nuovi arrivati diminuì drammaticamente a causa della degenerazione del mondo e dell’umanità. Il Re del Graal, in questo modo, riuscì a stento a trasmettere la santa sapienza proveniente dalla coppa miracolosa, e non poté più a generare un numero sufficiente di discepoli. Per questo gli ultimi Re furono descritti come ammalati o feriti nelle proprie capacità generative. Così, avendo molto tempo libero dall’insegnamento, essi trascorrevano gran parte della giornata a pescare nel lago montano nei pressi del castello[27]. Il titolo di Re Pescatore, ovviamente, allude al fatto che egli aveva assunto una funzione atta ad attirare nuovi discepoli[28], uscendo un po’ dalle mura del castello, dalla riservatezza esoterica, in attesa del ‘miglior cavaliere del mondo’. Costui sarebbe diventato il discepolo prediletto del Re Pescatore e suo successore come Re del Graal. Questo figlio spirituale avrebbe guarito il Re ferito dalla sua incapacità di generare spiritualmente e, portando la sacra coppa alla Tavola Rotonda e sedendo sul tredicesimo posto periglioso, avrebbe fatto rifiorire la Terre guaste[29].

G. F. Gaṇapati

 

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[1] J.L. Weston, The Quest of the Holy Grail, G. Bell & Sons, London 1913, p.4.

[2] J.Evola, Il mistero del Graal, Edizioni Mediterranee, Roma 1972, p.61. Se si prescinde dal grave errore dottrinale evoliano, che pone assurdamente l’azione al di sopra della conoscenza, per il resto questo libro è un’ottima raccolta di simboli, spesso egregiamente interpretati.

[3] Françoise Le Roux, Christian J. Guyonvarc’h, I Druidi, Ecig, Genova 1990, pp 563/564.

[4] “Molto divino”, nome del Dio-sacerdote dei Druidi, signore della conoscenza, simile al Bṛhaspati vedico.

[5] “Ci pare indubitabile che la leggenda del Graal debba essere riferita alla trasmissione di elementi tradizionali, di ordine iniziatico, dal druidismo al cristianesimo; questa trasmissione essendo stata operata regolarmente, e quali ne siano state le modalità, tali elementi fecero da allora parte integrante dell’esoterismo cristiano.” René Guénon, Aperçus sur l’ésotérisme chrétien, Editions traditionnelles, Paris 1971, pp. 92/93.

[6] Non è nostra intenzione citare le diverse fonti, spesso contraddittorie, attenendoci soltanto a trarre il senso generale che si evince da una lettura dei romanzi. D’altra parte, molti di questi racconti furono composti spesso da poeti e trovadori che riportavano informazioni segrete senza avere piena coscienza del loro significato. Tra coloro che dimostrarono consapevolezza del messaggio da loro tramandato, sono da annoverare certamente Chrétien de Troyes, Robert de Boron e Wolfram von Eschenbach. Thomas Malory (1415-1471), pur dimostrando consapevolezza di quanto scriveva, deve essere inserito in un filone ermetico, piuttosto che in quello della cavalleria medievale. In definitiva, una lettura analitica e rigorosamente filologica è il modo migliore per perdere di vista il significato spirituale che così è stato trasmesso.

[7] È inaccettabile l’ipotesi sostenuta da diversi autori secondo cui Artù sarebbe stato il personaggio storico Lucius Artorius Castus. Questi visse in Bretagna verso la metà del IV secolo e fu al comando della Sesta Legione in Armorica. Una semplice somiglianza del nome non può essere considerata una prova storica.

[8] Dall’arabo thuʿbān, pitone mostruoso, drago.

[9] Ciò corrisponde in modo sorprendente al mito di installazione di Dhruva, la nuova stella polare, nella mitologia indiana.

[10] P. Walter, Artù l’orso e il Re, Arkeios, Roma, 2005, pp. 73/74.

[11] L’aggettivo ‘artico’, che deriva da ‘orso’, è sinonimo di ‘boreale’. Ora, anche questo termine è connesso con la stessa parola, nel tedesco bär e in inglese bear. Tuttavia è possibile che anticamente Borea (gr. Βορέας, leggi Boréa, il Nord) derivasse dal termine inglese cinghiale boar, (sskrt. varāha). Ciò è certamente dovuto a un rovesciamento del simbolismo polare con quello zodiacale avvenuto con il passaggio al kaliyuga. Infatti, ancora oggi la stella chiamata Arcturus si trova in prossimità dello zodiaco, che segna la posizione astrologica dell’orso prima del kaliyuga. Poi, le orse sono state identificate con le due costellazioni prossime del Polo. Abbiamo già segnalato che, al contrario, anche la bilancia (sskrt. tula), da una posizione polare (le due orse erano i piatti della bilancia), è stata abbassata a livello zodiacale.

[12] Nennio fu autore di una Historia Brittonum composta fra l’VIII e il IX secolo.

[13] Nella Historia Regum Britanniæ di Geoffrey de Monmouth, Merlino Ambrosio è confuso con ‘Aurelio’ Ambrosio, fratellastro di Uther Pendragon. È una confusione carica di significati reconditi. Infatti, la figura semistorica di Aureliano Ambrosio, vincitore dei Sassoni, è per molti versi, indicativa: sarebbe stato l’ultimo governatore di Roma in Britannia, figlio di un patrizio romano e di una donna di ascendenze druidiche. In lui, perciò, confluivano la tradizione cristiano-latina e quella sapienziale celtica. Ferito a morte, avrebbe consacrato Uther quale primo Re di Britannia.

[14] In alcuni racconti Merlino è detto figlio del diavolo e in altri è descritto come un mago. Alla fine dell’avventura arturiana, Merlino abbandonerà al suo destino il suo discepolo Artù per dedicarsi ad amori, sconvenienti per un saggio, con Viviana, una fata o ninfa dei boschi (sskrt. yakṣiṇī). Perciò Merlino rappresenta una sapienza sacerdotale in declino, attratta dalla fruizione dei poteri (sskrt. siddhi).

[15] Probabilmente questo nome deriva dalla prima capitale romana in Britannia, Camalodunum. Plinio, Naturalis Historia, II.75.118.

[16] Dal punto di vista dell’ordine cosmico, si può affermare che, simbolicamente, i dodici personaggi rappresentino altrettante forme del sole, i dodici Āditya della tradizione hindū, in corrispondenza con i segni zodiacali. Infatti, ogni cavaliere eccelle in una particolare scienza e virtù. La stessa forma della tavola ricorda la simbologia della ruota, in particolare per la funzione sociale e iniziatica del Cakravartin. Nel rito vājapeya, come nel ciclo arturiano, la corsa dei carri e la ruota apposta in cima al palo sacrificale (sskrt. stambha) diventano simboli del Mondo in perenne movimento. Come vedremo, però, Artù rappresentò la sola funzione regale senza mai riuscire a realizzare quella imperiale di Cakravartin.

[17] Questo richiama alla mente l’organizzazione storica dei dodici conti palatini (o paladini) fondata da Carlo Magno per restaurare l’Impero d’Occidente.

[18] Per la verità anche Artù tentò la conquista del mondo intero. Si impegnò, però, a questa impresa con soli mezzi bellici esteriori, senza passare ritualmente attraverso un sentiero iniziatico che lo conducesse a diventare prima l’Imperator esoterico, per poi ambire a divenire l’Imperatore anche in senso temporale (come accade in India con il rito del sacrificio del cavallo, aśvamedha). Con varie spedizioni si era impadronito della Spagna, della Scandinavia e della Germania e si apprestava a portar guerra a ciò che restava dell’Impero Romano in piena decadenza. Tuttavia dovette desistere per rientrare in Britannia a combattere contro suo nipote, l’usurpatore Mordrein (‘il portatore di morte’, oppure, nella versione Modred, ‘il ‘limitante, ‘colui che pone ostacoli’).

[19] ‘Colui che apre la via’.

[20] Potrebbe significare ‘cinghiale’, cosa che lo caratterizza in chiave sacerdotale. È l’unico dei tre cavalieri che ritorna in Britannia dopo la cerca del Graal. Talvolta al suo posto appare Gawein, il cui nome indica un altro tipo di falco.

[21] ‘L’intrepido’.

[22] È evidente l’analogia con la ‘bollitura’ spontanea, la fermentazione, del Soma vedico nella coppa oblatoria, volta a ottenere l’amṛta. Faremo notare che quest’ultimo termine sanscrito etimologicamente è identico all’ambrosia (gr. ἀμβροσία, leggi ambrosìa, immortalità), il liquore d’immortalità con cui si nutrivano gli Dei greci. Ovviamente, non è casuale che Merlino si chiamasse Ambrosius, l’immortale.

[23] L’etimo più accreditato per Graal è il latino gradalis, coppa o bacile. “Il termine graaus (forma al soggetto; nei complementi, graal) è attestato, in lingua d’oïl, non come nome proprio, bensì come nome comune…” (G. D’Aronco, “Un romanzo per l’Europa”, La Grant Queste del Saint Graal, Udine, Amm. Comunale, 1990, p. 23.) Tuttavia, poiché è anche una conoscenza sacra, Graal potrebbe derivare da gradualis, che in latino designa un testo sacro, destinato soprattutto alla recitazione o al canto. Infatti, in alcuni romanzi di questo filone, è scritto che sulla superficie della coppa apparivano miracolosamente delle frasi scritte, tali da essere lette, recitate o cantate.

[24] Questa formula in un latino gergale è interpretata in due modi: lapis exilii, la pietra esiliata sulla terra, oppure lapis ex cœlis, la pietra caduta dai cieli.

[25] Un’altra interpretazione del nome di questo discepolo segreto è fornita da Flavio Giuseppe, il cui nome in aramaico sarebbe stato ‘Johsef bar Matityahu’, ‘Giuseppe discendente di Matityahu’, ossia di Matteo, il fondatore della dinastia Maccabea. Flavio Giuseppe perciò sarebbe stato parente e omonimo di Giuseppe d’Arimatea. Comunque, entrambe queste ipotesi indicano che Giuseppe d’Arimatea era di famiglia reale.

[26] Il luogo in cui sorge il castello del Graal è chiamato Montsalvasch, monte selvaggio, che però diventa Montsalvat, monte salvato, della salute o del saluto per coloro che sono capaci di arrivarvi. Nei prossimi capitoli sarà spiegato l’uso iniziatico di questi due termini. Il castello di Corbenic è posto sulla vetta del Montsalvat.

[27] “Nel Brahmaloka, nel terzo piano del cielo [del tribhuvana], partendo da questa terra, esistono due mari chiamati Ara e Nya, dove si trova un lago pieno di cibo delizioso, dove c’è un banyan che trasuda ambrosia, dove si vede la cittadella di Brahman chiamata Aparājitā (l’inespugnabile) e dove si trova un palazzo d’oro fatto dallo stesso Signore” (ChU VIII.5.3).

[28] In consonanza con il versetto evangelico “… farò di voi pescatori di uomini” (Vangelo di San Marco, I.17).

[29] La terra sterile, la disordinata situazione del mondo causata dalla decadenza spirituale dell’umanità in questo periodo tenebroso. Tale decadimento spirituale e comportamentale fu la stessa causa della sterilità ‘iniziatica’ del Re Pescatore.