41. La Tavola Rotonda e la cerca del Graal - II

Naturalmente tutto il racconto arturiano è una allegoria, i cui nodi si devono sciogliere interpretandone i simboli. Finora abbiamo descritto le avventure della Tavola Rotonda come il normale avvicendamento di eventi nel corso della vita di cavalieri. Per essere più chiari, l’aspirante cavaliere si rivolgeva a re Artù qualificandosi nobile di nascita e specificando la sua famiglia e il nome del padre; quindi chiedeva di essere ammesso all’iniziazione cavalleresca. Il Re lo tratteneva presso di sé oppure lo dirottava presso qualche altro castellano, conte, duca o altro Re, noti per la loro conoscenza dell’arte della cavalleria. L’aspirante cavaliere passava così alcuni anni come paggio, a servizio (sskrt. sevā) del castellano, dove imparava le regole, le virtù e i comportamenti richiesti dalla cavalleria. Poi, diventava scudiero ed era affidato a un cavaliere esperto per essere istruito all’uso delle armi e all’arte della guerra. Una volta dimostrate le sue qualifiche intellettuali, morali e le capacità fisiche, il Re, o altro maestro in sua vece, lo iniziava cavaliere.​ Seguiva la trasmissione dei rituali (sskrt. prakriyā) e delle invocazioni (sskrt. japa). Infine, il cavaliere era mandato alla ventura di castello in castello, di monastero in monastero, per mettere in pratica la sua rettitudine e le sue abilità belliche, al fine di accumulare esperienze.​

Nel caso della cerca del Graal, invece, la narrazione è apparentemente simile, ma va interpretata in forma interiorizzata. L’errare da un castello a un altro deve intendersi come un percorso interiore. Ogni castello è una tappa che corrisponde alla conquista d’una conoscenza, d’una virtù e d’un dominio sugli elementi. In ogni castello il cavaliere gode degli amori e delle cure di una dama. Spesso, tra una tappa e l’altra, è istruito a nuove conoscenze e più elevate virtù da un sapiente eremita. Ogni sosta è intercalata da prove iniziatiche, come lo scontro con cavalieri fantasma, draghi, giganti, streghe, che il viandante deve superare e dominare. È evidente che ogni castello rappresenta un centro sottile (sskrt. cakra) e che in ogni castello egli è aiutato a proseguire da una amorevole fata o da una dama angelicata (sskrt. yoginī, ḍākhinī).​ Gli eremiti simboleggiano le divinità (sskrt. devatā) che insegnano al cavaliere nuove invocazioni (sskrt. bīja mantra), e che impartiscono le conoscenze corrispondenti (sskrt. mahāvidyā). Alla fine, l’iniziato raggiunge la vetta del monte della salute, corrispondente al più alto ventricolo del cuore. Lassù si erge il castello di Corbenic, il cui significato è che il suo interno è nero come un corvo. All’interno del cuore la tenebra che appare in realtà è la luce accecante del Graal lì custodito[1]. L’iniziato conclude la sua cerca bevendo con gli occhi l’essenza divina contenuta nel sacro calice. La Realtà suprema, in questa tradizione iniziatica, è chiamata Amore (lat. Amor): questo spiega l’importanza dell’amore delle dame che il cavaliere ottiene a ogni sosta lungo il cammino del Graal. Quegli amori sono anticipazioni graduali dell’infinito Amore che spetta al cavaliere che concluderà la cerca. Le dame sono dunque fate o potenze divine (sskrt. śakti) che aiutano il maestro interiore, il Re Pescatore, a condurre il sādhaka alla meta[2]. È per questa ragione che nella via cavalleresca la dama è spesso considerata una iniziatrice.​ Ma il nome simbolico della Divinità cercata dai cavalieri ha anche un altro significato: Amor deve anche essere interpretato come a-mors, che in latino significa non-morte, immortalità. Dopo la conquista del Santo Graal, il cavaliere può rimanere al castello di Corbenic; oppure, se ha una speciale missione, può ritornare nel mondo esteriore per raddrizzare la tradizione grazie alla sua nuova conoscenza. Dopo la morte i cavalieri sono assunti nel Regno dei Cieli alla corte di Dio, che, in questa prospettiva, è identica al Brahmaloka dell’Induismo. Il Brahmaloka è la trasposizione celeste del Montsalvat. Vista l’importanza che in questa via iniziatica assume il ruolo femminile, è evidente la sua somiglianza con una sādhanā tantrica, in maniera particolare, con Śrī Vidyā[3].

Parsifal, per esempio, dopo essere stato iniziato alla cavalleria da Artù, si reca al castello di Sir Gornemant de Gohort[4] per essere istruito. Questo cavaliere esperto, considerate le domande troppo ingenue che gli rivolge Parsifal, gli consiglia di non chiedere mai più spiegazioni per non apparire stupido. Dopo essersi sposato con la nobile dama Kondwiramur[5], parte alla cerca del Graal. Sulla via s’imbatte in molte avventure, duelli e amori e, passando da un castello all’altro, giunge a un lago nelle vicinanze di Montsalvat. Lì incontra il Re del Graal sotto l’apparenza di un semplice pescatore.​ Mentre dialoga con il Re, Parsifal vede passare una meravigliosa processione di dame e cavalieri che trasporta una coppa sfolgorante di luce. Incuriosito, ma reso scioccamente prudente dal consiglio di Gornemant, non osa chiedere al Re Pescatore che cosa sia quel prodigio. Non avendo posto la domanda, Parsifal fallisce nella sua missione di impadronirsi del Graal. Così la terra continua a essere guaste e il Re rimane ferito. La necessità della domanda illustra l’importanza per l’iniziato di invocare la conoscenza da parte del maestro. Se il discepolo non pone la domanda, il maestro non dà la risposta e il simbolo, allora, rimane senza spiegazione.​

Bors e Galahad, invece, poiché hanno scelto una vita casta (sskrt. brahmacārya), non si limitano alla contemplazione del simbolo del Graal; essi pongono la domanda e quindi hanno accesso alla contemplazione di ciò che è contenuto nella coppa[6]. Galahad, ammirando il Mistero Supremo ivi contenuto, si fonde con esso e lascia il corpo. Quindi, assieme al Graal spirituale, vola al più alto dei cieli dove rimarrà perpetuamente immerso nella beatitudine.​

Anche Bors conquista il Graal e così guarisce il Re ferito. Decide di portare la sacra coppa a Camelot, ma è troppo tardi per instaurare l’Impero universale: si è scatenata una guerra civile che devasta ancor più la terre guaste. La lotta si conclude con la morte del ribelle Mordred. Anche Artù è ferito a morte ed è trasportato prodigiosamente, nell’isola di Avalon[7], in mezzo all’oceano. Lì rimarrà tra la vita e la morte in attesa di ritornare e riportare la tradizione in Occidente[8].

Pure essendo tra loro connessi, i racconti che riguardano la cerca del Santo Graal sono ben distinti da quelli di Artù e la Tavola Rotonda. La cerca è la rappresentazione del percorso interiore degli iniziati alla cavalleria, delle esperienze provate, dell’acquisizione delle conoscenze e virtù. Per alcuni la via iniziatica si arresta a qualche tappa iniziale o intermedia. In questo caso, il cavaliere rimane preso d’amore per una bella castellana e tralascia di continuare la cerca; oppure è fatto prigioniero da una fata malvagia, da un orco, da un cavaliere-fantasma, finendo così prematuramente la sua ricerca interiore. Altri rinunciano all’impresa e ritornano a condurre una vita esteriore nel castello di Camelot. Pochi, invece, raggiungono il castello di Corbenic e ottengono la visione del Graal. Solo due eroi (sskrt. vīra) alla fine si abbeverano alla Santa Sapienza. Per loro le possibilità sono due: o rimanere fino alla morte al castello a contemplare il divino oggetto come Re del Graal o come suo cavaliere[9]. Oppure ritornare al mondo per poter irraggiare anche all’esteriore i benefici della sapienza divina.

Questa parte può essere considerata come un manuale per seguire il cammino di perfezionamento interiore, fino all’ottenimento dello stato spirituale più elevato.

Invece il racconto della Tavola Rotonda, che fa da introduzione alla cerca del Graal, è la descrizione della restaurazione nel dominio essoterico di un Impero Universale che sostituisca il collassato Impero Romano. Artù, seguendo la guida del suo maestro-druida Merlino, fonda un regno di pace e di giustizia e crea l’ordine iniziatico dei cavalieri della Tavola Rotonda. Tuttavia, fino a quando un cavaliere non avrà realizzato interiormente la scienza del Graal, il grandioso disegno di restaurazione non potrà essere spiritualmente completato. Artù, dunque, è una figura in cui si riconoscono Carlo Magno e i suoi successori più consapevoli della missione imperiale.

Malauguratamente, i romanzi di Artù attestano il parziale o totale fallimento di questo progetto. Il progetto del Sacro Romano Impero non poté essere completato per mancanza di cavalieri tanto qualificati da riverberare anche all’esterno la luce divina. Se alcuni Imperatori o feudatari furono in possesso di conoscenze elevate, circostanze e personaggi avversi li ostacolarono nella realizzazione dell’ordine religioso, statale e sociale. L’Impero rimase sempre un progetto esoterico incompiuto per la fondazione di una tradizione completa. Il fatto che Artù, ferito a morte e in stato d’incoscienza sarebbe potuto ritornare per portare a termine il suo progetto universale, dichiara però che tutto non era definitivamente perduto.​

Così i romanzi apparvero nel breve periodo decritto come guide per indicare come edificare correttamente la tradizione cristiana medievale Questa visione profetica dei romanzi qualche volta fu sul punto di realizzarsi davvero. Ma, anche in questo caso, Galahad-Bors arrivò troppo tardi. L’ultimo cavaliere “migliore del mondo” fu Dante Alighieri, possessore della sapienza completa della tradizione iniziatica guerriera. Ma anch’egli, come vedremo, arrivò troppo tardi per restaurare l’Impero.​

A questo proposito è interessante notare il comportamento della Chiesa cattolica nei riguardi della leggenda del Graal. Il monaco cistercense francese Hélinand (1160-1229), che per primo riportò la storia di Giuseppe d’Arimatea e del Graal, scrisse:

Quel bacile o coppa, che è chiamata Graal, è una scodella larga e alquanto profonda, in cui, secondo un suo rito, sono presentati con solennità cibi preziosi […] Non sono riuscito a trovare questa storia in latino, ma solo in francese,

scritta da alcuni nobili; non è stato un compito facile, ma, come si suol dire,

[cercando, alla fine] si può trovare tutto.”[10]

Malgrado il suo carattere decisamente religioso, la leggenda non fu riconosciuta dalla Chiesa e dal clero[11]. Nessuno scrittore ecclesiastico ci racconta del Graal. Nella così ricca letteratura ecclesiastica a noi pervenuta, in nessun

luogo troviamo ricordato nemmeno il nome del Graal, ad eccezione del cronista Hélinand. E tuttavia ai

loro autori non poté restare sconosciuto il meraviglioso racconto del simbolo della fede.

Essi debbono piuttosto aver ordito intorno alla leggenda una congiura del silenzio.[12]

Come dicevamo in apertura, i testi relativi al Graal sono apparsi in un breve lasso di tempo per poi ritrarsi come se si fosse avvertito un ostacolo od un pericolo preciso.​

Al Concilio di Verona del 1184, papa Lucio III istituì l’Inquisizione contro gli eretici e gli scismatici. Subito, però, l’Inquisizione fu utilizzata dal Papato anche per altri scopi. Da una parte per colpire l’Impero, visto come una minaccia al potere temporale del Papa; dall’altra per reprimere le organizzazioni iniziatiche che, essendo al di sopra della sua autorità religiosa, sfuggivano al suo controllo. La conseguenza fu che le vie iniziatiche dell’Europa Occidentale, anche se protette dal favore imperiale, da quel momento dovettero ancor più occultarsi per poter operare e sopravvivere.

G.F. Gaṇapati

 

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[1] “[…] In questa cittadella di Brahmā [Brahmapura] che è come un palazzo, c’è con un piccolo loto che ha al suo interno un piccolo spazio. Quello, in verità, deve essere cercato per ottenere la conoscenza” (Chāndogya Upaniṣad, VIII.1.1); “Lì il sole non brilla e neppure la luna e le stelle, né brillano i lampi. Come può illuminarlo questo fuoco? Egli [l’Ātman] sfolgorando illumina tutto; attraverso la sua luce, tutte queste cose sono variamente illuminate” (KU II.2.15; ŚU VI. 14; MuU II.2.10). È ben noto che coppa e loto sono simboli interscambiabili. Nella prospettiva macrocosmica, la cittadella di Brahmā è situata sulla sommità del monte Meru (Viṣṇu Purāṇa, II.21).

[2] Al cavaliere che ha conquistato il Graal è data in moglie la figlia del Re Pescatore, il cui nome Repanse de Schoye, piena di gioia (sskrt. pūrṇānanda) dichiara la sua natura. Parzifal, quando nel secondo tentativo diventa Re del Graal, la fa sposare al suo fratellastro pagano Feirefiz. Data la situazione di decadenza irrimediabile della terre guaste, gli sposi portano la sacra coppa in India, considerata la terra della Tradizione Primordiale (G.G. Filippi, “La Cerca del San Graal e il suo significato”, Parsifal, Venezia, ed. Gran Teatro La Fenice, 1983, pp. 46-55.). Colui che ha portato a compimento con successo la cerca spirituale s’unisce per sempre allo stato di beatitudine (sskrt. Ānanda). Nel Mahābhārata il re Śantanu, durante una caccia in solitario (anche nella tradizione hindū spesso la cerca è sostituita dal motivo della caccia), s’innamora e si sposa con Satyavatī, la figlia del Re Pescatore (sskrt. dāśarāja). Satyavatī significa ‘piena di Verità’. In un racconto dell’XI secolo (Somadeva, Kathāsaritsāgara, V.2) il Re Pescatore (qui denominato dāśapati) è identificato al Manu Satyavrata, come era chiamato prima dell’ultimo diluvio.

[3] È altresì vero che San Bernardo, il cui rapporto con i templari è ben noto, fu il fondatore di una corrente cristiana che si può ben definire tantrica. Questa corrente era basata sulla venerazione dell’elemento femminile rappresentato dalla Vergine Maria, considerata come mediatrice (lat. advocata nostra) tra l’uomo e Dio. Egli fu il primo a rivolgersi a lei come Ma Dame e a definirsi ‘cavaliere della Vergine’. La presenza del tantrismo in occidente è però molto più antica, come è attestato dall’epica greca, dove le principali soste del viaggio iniziatico di Odisseo sono segnate da amori con Dee o ninfe.

[4] ‘Ornamento delle coorti’, ossia ‘Gloria degli eserciti’.

[5] ‘Che conduce ad Amore’.

[6] In altri racconti, Gawein vince la dama Orgueluse e la fa sua sposa. Supera, cioè il peccato d’orgoglio, il più diffuso tra i cavalieri. Vinto l’orgoglio, poté porre la domanda e diventare Re del Graal.

[7] L’isola di Apollo o di Belen, il Dio solare dei celti.

[8] Generalmente si dice che Artù ritornerà alla fine dell’attuale ciclo umano per riportare l’ordine e preparare il ciclo futuro.

[9] Nel Parzifal e nel Titurel del cavaliere templare e grande poeta Wolfram von Eschenbach (1170-1220 circa) i cavalieri che abitano il castello sul Montsalvat sono denominati templisti. Allusione storica di grande importanza che ci fa capire la funzione iniziatica dell’Ordine del Tempio per la cristianità occidentale.

[10] Edward Strachey, Le Morte d’Arthur, Plano Tx., Digireads.com, 2017 (I Ed. London- New York, 1876), appendice.

[11] Piuttosto che ‘religioso’, sarebbe stato più corretto definire ‘iniziatico’ il carattere della leggenda del Graal. Certo è che nei romanzi non c’è traccia del clero: si trovano spesso monaci ed eremiti che svolgono un’azione magistrale sia nella dottrina sia nel comportamento. Non è un caso che l’unico ecclesiastico (hieromonaco, direbbero i bizantini) che abbia parlato del Graal, Hélinand de Froidmont, fosse un cistercense come San Bernardo. Ibid.

[12] Eduard Wechssler, Die Sage vom heiligen Gral in ihrer entwicklung bis auf Richard Wagners Parsifal, San Bernardino, California, Ulan Press, 2012 (I Ed. Halle 1898), p. 9.