42. Cavalieri, Trovatori e Fedeli d’Amore

Chi erano in realtà gli autori dei romanzi di re Artù e del Graal? Essi appartenevano a una categoria di poeti che si suole definire trovatori[1]. Erano tutti di estrazione nobiliare o clericale-monastica[2]. Come è stato ampiamente dimostrato, i trovatori costituivano la confraternita cavalleresca iniziatica dei Fedeli d’Amore[3]. All’inizio erano cavalieri erranti, ma dalla metà del secolo XII si integrarono nei ranghi degli ordini monastico-cavallereschi, in particolare tra i templari e tra i rami derivati dall’ordine del Tempio[4]. Essi rappresentavano la vera struttura iniziatica della cavalleria latina e si incontravano presso certi castelli, riunendosi nelle cosiddette Corti d’Amore.

Com’era consuetudine, il signore del castello ogni mattina amministrava la giustizia ai suoi sudditi. Quale giudice del feudo, era consigliato da una corte composta dalla castellana sua moglie, da nobili vassalli, cavalieri, consiglieri chierici e qualche monaco. La Corte d’Amore era strutturata similmente, ma tutti i componenti dovevano appartenere alla medesima organizzazione iniziatica, chiamata la Fede Santa. Agli occhi di un profano o delle spie dell’Inquisizione, la corte d’Amore doveva apparire come la convocazione del Tribunale interno del feudo. Ma in realtà si trattava di ben altro. Durante le sessioni delle Corti d’Amore il giudice procedeva all’iniziazione degli aspiranti. Le fasi di questo rituale si svolgevano come segue: il maestro, che presiedeva la Corte e che rappresentava il Dio Amore, verificava la qualità di cavaliere senza paura[5] e la determinazione e sincerità di desiderio dell’aspirante all’Amore[6].

Come si è già detto, Amore era il nome con cui i Fedeli d’Amore chiamavano Dio. Amore significava in latino “Immortalità”, lo stato che i cavalieri desideravano raggiungere unendosi a Dio.

‘A’ significa, da parte sua, ‘senza’ e ‘mor’ significa ‘morte’: se le assembliamo otterremo ‘senza morte’.[7]

Verificata la sincerità del desiderio dell’aspirante, il maestro sceglieva una persona che potesse rappresentare la sua anima. Se il richiedente era un cavaliere, il maestro gli indicava una dama, se era una dama, un cavaliere. L’alter ego non doveva mai essere il marito o la moglie dell’aspirante, perché tra sposi natura vuole che si uniscano in una sola carne. Invece il cavaliere doveva amare la dama di amore esclusivamente spirituale, poiché doveva rappresentare per lui la sua stessa anima purificata[8]. Dopo di ciò, il maestro lanciava il suo Dolce Sguardo, acuminato come una lancia, nel petto del richiedente, infilzandogli il cuore. Il Dolce Sguardo strappava poi il cuore del cavaliere dal petto e lo consegnava alla dama. Questo rituale carico di significati simbolici, era denominato mercé, vale a dire iniziazione o grazia[9]. Il rito si concludeva con il sigillo d’un bacio tra i due contraenti, che rimaneva l’unico contatto corporeo tra loro. Il rappresentante del Dio Amore, poi, assegnava al neo iniziato un feudo celeste, cioè un dominio ch’egli doveva fare suo per mezzo di rituali e delle virtù corrispondenti.

Questo feudo, nel seguito dell’esperienza interiore del cavaliere, doveva ingrandirsi e passare di grado fino a raggiungere lo stato di un Impero celeste. A differenza dei feudi terrestri, i feudi celesti, se si perseverava nelle virtù, non potevano mai essere perduti[10]. L’importanza e la vastità dei feudi celesti erano commisurate alle tappe del percorso interiore dell’iniziato. Queste erano sette, descritte dal fedele d’Amore Francesco da Barberino in un celebre disegno[11]. Le prime due segnavano il passaggio dalla religione cattolica esteriore all’esoterismo per mezzo di una duplice morte iniziatica (rappresentato dalle figure religioso-morta e religiosa-morto). Il terzo grado era la rinascita come fanciullo-fanciulla (corrispondente allo stato di bāla nelle vie iniziatiche hindū). Segue donzel che non cura[12]-donzella compiuta, corrispondente al grado di adolescenza spirituale; poi, huomo comune-donna maritata, cioè la maturità spirituale. Il sesto grado raffigura il cavaliere meritato[13]-vedova. L’ultimo e supremo grado spirituale corrisponde a moglier-marito, la realizzazione dell’androgino primordiale. La somiglianza con i sette cakra del Tantrismo è del tutto evidente: si consideri, inoltre, che moglier-marito coincide con la medesima unione androginica di Śiva-Śakti Ārdhanārīśvara[14] nel settimo cakra, il loto dai mille petali. Quando l’iniziato aveva raggiunto il livello più alto della via cavalleresca, era riconosciuto identico a Percival, poiché aveva avuto la visione del Santo Graal[15].

Il Dio Amore offre l’immortalità a tutti coloro che lo conoscono:

Quindi è senza morte chi ha Amore e in lui tiene dimora; chi ha Amore ha vita, e ha morte chi ha invidia.[16]

Per questa ragione i Fedeli d’Amore, dame o cavalieri che siano, sono tutti donne nei confronti del Dio, unico maschio assoluto[17]. Tuttavia con ‘Donna’ i Fedeli d’Amore intendevano definire, oltre a loro stessi, diverse altre cose che elenchiamo qui brevemente: 1) ‘Donna’ era il nome con cui chiamavano la loro organizzazione iniziatica; 2) Più comunemente ‘Donna’ indicava la propria anima, il proprio intelletto e il grado di comprensione raggiunto; 3) ‘Donna’ o ‘Madonna’ rappresentava la Vergine Maria, intesa come mediatrice tra il devoto e Dio[18], ossia l’onnipotenza divina e la Santa Sapienza; 4) ‘Donne’ erano anche le potenze e virtù che agivano e si acquisivano come esperienze interiori nel corso della via iniziatica[19]; 5) La parola designava anche la dama che era stata incaricata dal maestro a rappresentare, per ogni singolo cavaliere, tutti i sensi sopra elencati, ossia le sue virtù, comportamenti e parole; 6) ‘Donna o cavaliere’ in generale indicava un iniziato (sādhaka).

Ciò introduce un nuovo argomento: i Fedeli d’Amore, infatti, preferivano scrivere le loro rime in lingua parlata, considerando che il latino era una lingua ormai fissata, con significati precisi consacrati dall’uso di quasi duemila anni. Tuttavia nella lingua parlata nascondevano significati segreti, allusioni e simboli che potevano essere compresi solo da iniziati. Chiamarono questa lingua parler cloz, lingua segreta[20]. Oltre a ‘Donna’ altre parole di questo linguaggio cifrato erano, per esempio: 1- ‘Amore’, il Dio a cui l’iniziato poteva identificarsi per mezzo dei riti cavallereschi. 2- ‘Maestro d’Amore’, colui che rappresentava Amore, (sskrt. guru). 3 ‘Rosa, fiore, biancofiore’, la conoscenza di Amore che si doveva raggiungere. 4- ‘Gentile’, che significa gentilizio[21], nobile, cioè la qualifica minima richiesta per ottenere l’iniziazione cavalleresca. 5- ‘Saluto, salutare’ il rito dell’iniziazione (sskrt. dīkṣā), iniziare qualcuno. 6- ‘Mercé’, l’influenza spirituale (sskrt. anugraha) convogliata dal rito d’iniziazione. 7- ‘Sospiro’, insegnamento iniziatico o conoscenza raggiunta. 8- ‘Dolce sguardo’ la capacità del maestro di riconoscere le qualifiche in un aspirante discepolo. 9- ‘Orgoglio’, la superbia, l’inclinazione innata tra i nobili, che doveva essere vinta per accedere all’iniziazione. 10- ‘Invidia’, ‘gelo’ e ‘gelosia’, l’ambiente profano. 11- ‘senza Mercé’, il non iniziato (sskrt. adīkṣita). 12- ‘Falso sembiante’, l’autorità papale che si fingeva spirituale per affermarsi come potere mondano. 13- ‘Vento, pioggia’, il pericolo o minaccia procedente dall’ambiente profano. 14- ‘Morte’, la nemica di Amore, l’Inquisizione. E molti altri termini ancora, il cui significato è rimasto segreto.

L’ambiente in cui inizialmente fiorì maggiormente la Fede Santa fu la Provenza, dove l’antica trasmissione romano-celtica interagì con il cattolicesimo imperiale[22]. Nei vicini ducati d’Aquitania e d’Occitania, dal X secolo, cominciò a svilupparsi una eresia che dilagò a partire dai domini balcanici[23] dell’Impero Bizantino. Si trattava di una religione di origine gnostica, il catarismo, completamente priva di ogni esoterismo. La segretezza della loro religione, che molti confondono con la riservatezza iniziatica, era motivata dal timore delle repressioni. La struttura del catarismo era ricalcata su quella della Chiesa: oltre ai semplici credenti, vi era una gerarchia ecclesiastica di ‘perfetti’ o catari (gr. καθάρoi, leggi cathàroi, i ‘puri’), con al vertice dei vescovi. I catari erano dualisti: consideravano che il mondo corporeo fosse stato creato da un Dio malvagio, Satana, identificato allo Yehovah dell’Antico Testamento, e che un Dio buono, predicato da Gesù nel Nuovo Testamento, avesse creato le anime.

Lo sviluppo del mondo era la conseguenza dell’eterna lotta tra i due principi, il bene e il male. La pochezza intellettuale delle dottrine catare e la loro interpretazione esclusivamente moralistica fecero breccia tra gli strati più bassi della popolazione. La Chiesa cattolica, all’inizio, tollerò il diffondersi del catarismo, per tanti versi tanto simile alla Pataria che il papato aveva sostenuto a scopo antimperiale e per ridurre l’autonomia dei vescovi. Poi, però, con l’apostasia generalizzata delle masse aquitane e occitane, la gerarchia ecclesiastica cominciò un’opera di repressione che condusse alla crociata del 1209. La crociata raccolse un gruppo di feudatari della Francia settentrionale, bramosi non tanto di reprimere l’eresia, quanto di conquistare nuovi territori[24]. Di fatto divenne una guerra tra feudatari, intervallata anche da brutali episodi di massacri di popolani albigesi[25]. La crociata terminò nel 1244 con lo sterminio finale degli albigesi a seguito della conquista di Montségur, l’ultima fortezza degli eretici. Per la verità la nobiltà dell’Occitania e dell’Aquitania aveva inizialmente manifestato una tiepida ostilità nei confronti dei catari.

Feudatari, cavalieri, trovatori e templari furono molto allarmati davanti alle orde fameliche di conquistatori provenienti dalla Francia settentrionale. Compresero che lo scopo vero della crociata era quello di impadronirsi dei loro territori, per cui all’inizio cercarono di difendersi da quella aggressione. Per questa ragione furono accusati di essere catari o protettori di catari[26] e denunciati all’Inquisizione. A parte la lotta contro l’eresia voluta dalla Chiesa, la crociata fu sfruttata come un’occasione per i feudatari francesi e per il Re di Francia, per impossessarsi del mezzogiorno. Nell’invasione fu anche coinvolta la Provenza, che aveva una presenza minima di albigesi. Fu così che la Provenza, alla fine, fu sottratta al vassallaggio del Sacro Romano Impero, passando nel 1245 sotto il dominio della casa reale francese d’Anjou[27]. I cavalieri e i trovadori dei vasti territori invasi dalle orde barbariche della Francia settentrionale fuggirono altrove. Trovarono rifugio in Sicilia presso la corte dell’Imperatore Federico II, in Castiglia presso il re Alfonso X il Savio, in Inghilterra presso Enrico III e altri sovrani che erano ottimi trovadori e cavalieri perfetti[28].

Gian Giuseppe Filippi

 

_________________________________________________

[1] Troubadours e trobairitz (donne) in lingua d’hoc; trouvères in lingua d'oïl; trovadores in spagnolo; minnesänger (cantore d’Amore) in tedesco. Generalmente l’etimo delle lingue romanze è messo in relazione con il verbo tróbar, trovare. I glottologi ne ipotizzano il senso in consonanza con la loro capacità d’intendere: per loro, trovare significa inventare una poesia, una canzone. Invece, come vedremo in seguito, per quei cavalieri il tróbar era in relazione con la cerca del Graal. Si trattava, quindi, molto più plausibilmente, di trovare la via che conduceva ad Amore.

[2] Essi erano compositori di ballate, canzoni e sonetti in rima. Chi non era nobile di nascita poteva diventare menestrello o giullare, e andare errando a cantare nei diversi castelli le opere composte dai veri trovatori. Solamente più tardi si manifestò presso i comuni il fenomeno degli imitatori borghesi dei trovatori, chiamati con disprezzo ‘frati gaudenti’ o ‘podestà trovatori’.

[3] Fiés d’Amors in lingua d’hoc. Il termine Fedeli d’Amore era diffusissimo in Italia per definire questa confraternita di cavalieri-rimatori. Solamente nella Vita Nova di Dante essi sono evocati con questo nome sette volte. È davvero incredibile l’abuso perpetrato dai critici letterari: nelle storie della letteratura italiana non si trova quasi mai questa denominazione. Al suo posto i critici usano il termine ‘stilnovista’ per definire tale corrente letteraria, sebbene il termine ‘dolce stil novo’ appaia storicamente una sola volta, e precisamente in Purgatorio, XXIV.57. Il contesto, inoltre, spiega che questa formula si applica esclusivamente al cambiamento stilistico operato da Dante, che abolisce il parler cloz trovadorico. Invece i critici letterari ne allargano l’uso per comprendere illecitamente sia i predecessori di Dante (corrente bolognese) sia i suoi successori toscani. In verità, in precedenza i Fiés d’Amors usavano un linguaggio criptico, comprensibile solo tra gli iniziati. Dante, da un certo momento, decise di parlare apertamente, consapevole che ormai i profani del suo tempo erano del tutto incapaci di capire anche le cose più chiaramente esposte. Ciò è simile a quanto ha deciso di fare anche chi collabora con questo Sito Web.

[4] Quali i cavalieri Teutonici, i Calatrava, gli Alcantara. “Le conseguenze che scaturiscono dall’aver noi fissato la diretta discendenza dei «fedeli d’Amore» dai cavalieri del San Graal, potrà orientare l’attenzione degli studiosi ai possibili rapporti tra questi «fedeli» e i Templari” (Alfonso Ricolfi, Studi sui “Fedeli d’Amore” 1. Le «corti d’Amore» e i «Fedeli d’Amore» in Francia, Milano-Genova-Roma-Napoli, Soc. An. Ed. Dante Alighieri, 1933, p. 78).

[5] Vale a dire che doveva essere come Lancillotto, il cavaliere della Tavola Rotonda più forte e più abile nelle armi (A. Ricolfi, Studi sui “Fedeli d’Amore”, cit. p. 66).

[6] Cioè di avere “l’intelletto, la volontà e l’appetito del bene” (Luigi Valli, Il Linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore, Roma, Optima, 1928, I vol. p. 248).

[7] “‘A’ senefie en sa partie, ‘sans’, et ‘mor’ senefie ‘mort’: Or l’assemblons, s’aurons «sans mort»”. Jacques de Baisieux, Feudi d’Amore [Fiez d’Amor], vv. 94-96.

[8] Ne consegue che all’iniziando era assegnata una dama già iniziata per aiutarlo a superare i primi gradi dell’iniziazione. La dama, perciò, rappresentava simbolicamente un principio angelico, quelle che nel tantrismo sono le ḍākinī. Le rappresentanti umane delle ḍākinī, in certe correnti tantriche sono definite bhairavī. Tuttavia queste ultime sono usate realmente come amanti nelle vie della mano sinistra (vāmācāra mārga); non risulta però che nell’organizzazione iniziatica della Fede Santa fosse mai stato praticato qualcosa di paragonabile ai pañca makāra. Solamente presso alcuni dei più antichi Troubadours si trovano allusioni amorose più crude, come in Guilhèm IX di Poitiers, duca d’Aquitania (1071-1127). Si tratta dell’imitazione della lirica di amori campestri con contadinelle e pastorelle sullo stile di Virgilio e di altri poeti d’età augustea come Orazio, Ovidio e Properzio. In questo caso si può fare una comparazione con gli amori di Kṛṣṇa con le gopī, che, sebbene appaiano come narrazioni erotiche, in realtà devono anch’esse essere considerate altamente simboliche. È comunque importante sottolineare che queste poesie di amori popolareschi tradiscono una ininterrotta trasmissione iniziatica d’origine romana.

[9] A. Ricolfi, cit, pp. 66-68. Le Corti d’Amore, all’inizio del XIII secolo e in coincidenza con la fine della produzione dei romanzi del Graal, cominciarono a occultarsi. Furono riservate solamente ai membri della medesima organizzazione, dopo la condanna ecclesiastica del libro De Amore, di Andrea Cappellano (1150-1220), nel 1277. Questo libro scritto dal Cappellano (sskrt. purohita) della Corte d’Amore presieduta dalla contessa Maria di Champagne, fu il testo dottrinale fondamentale per tutti i Fedeli d’Amore.

[10] Jacques de Baisieux, Feudi d’Amore [Fiez d’Amor], vv. 139-159. Il Signore dei feudi rimaneva sempre Amore, che concedeva al Fedele d’Amore quel dominio soltanto in possesso temporaneo; ciò accadeva in analogia con i feudi terreni, il cui Signore era l’Imperatore. È interessante notare che l’etimo che i filologi attribuiscono alla parola ‘feudo’ è del tutto inadeguato al suo vero significato. Ciò dipende dal pregiudizio antimedievale dell’ideologia illuministica borghese, che considera il feudalesimo il sistema statale barbarico dei “secoli bui” paragonato al regime ‘illuminato’ come quello del Terrore prodotto dalla Rivoluzione Francese. Essi, infatti, fantasticano di una origine dal gotico ‘faihu’, che vorrebbe dire ‘proprietà di bestiame’. Il feudo, invece, non ha nulla a che fare con il bestiame e tanto meno con il concetto di ‘proprietà’. Invece l’occitano ‘fiez’, feudi, ricorda da vicino il termine usato per ‘Fiés d’Amors’. Poiché il sistema feudale si basava sulla concezione di ‘fedeltà’ (lat. fides), troviamo che a questo si doveva il vero significato di ‘feudo’. Se poi qualcuno considera questa una ‘falsa etimologia’ e si affida alla pochezza delle etimologie ‘scientifiche’, è libero di farlo in armonia con il suo grado d’intelligenza. Lo stesso valga per il Nirukta degli hindū, dileggiato come ‘pseudo etimologia’ da sanscritisti e indologi incapaci di comprenderne l’uso e il significato.

[11] Il disegno si trova nella sua opera I documenti d’Amore. Le sei figure a sinistra e a destra di chi guarda rappresentano rispettivamente le tappe sulla via delle dame e dei cavalieri, essendo la settima comune ai due generi.

[12] “Che non ha paura”.

[13] Meritato sta per colui che ha realizzato appieno la mercé, l’influenza spirituale, ottenendo così la rosa della sapienza che porta in mano. Sul simbolismo della rosa presso i Fedeli d’Amore ritorneremo nel prossimo studio.

[14] L’immagine è tratta da A. Ricolfi, cit., p. 38.

[15] A. Ricolfi, cit., pp. 78-80. Rimaneva ancora da realizzare l’identificazione con Amore, rappresentato nel disegno come un fanciullo in piedi su un cavallo celestiale, ben al di sopra di tutti i gradi degli iniziati alla cavalleria. Come vedremo in seguito, solamente un personaggio storico riuscì a ottenere questo grado supremo, personificando così la funzione di Galahad dei romanzi del Graal.

[16] J. de Baisieux, cit, v. 101.

[17] In questo la Fede Santa ricorda da vicino la bhakti kṛṣṇaita. I bhakta di questa corrente, infatti, si considerano tutti gopī, le pastorelle amanti del Dio Kṛṣṇa, unico maschio (puṃdevata). Perciò l’iniziazione cavalleresca cristiana somiglia sia al bhakti mārga sia allo śaktismo dell’India medievale.

[18] In questo senso, secondo l’ideale templare di San Bernardo, la Madonna è quanto di più simile si possa immaginare alla funzione intermediaria della Śakti nei confronti del Dio Maheśvara.

[19] Abbiamo già fatto notare la somiglianza tra queste ‘donne angelicate’ e le yoginī e ḍākinī delle vie tantriche.

[20] Anche in questo caso è sorprendente una ulteriore analogia con la sādhu bhāṣā, il gergo segreto usato da sādhu e sant dell’India medievale. Luigi Valli, nel libro che abbiamo citato, ha fatto un ottimo lavoro per identificare le parole con senso nascosto. Purtroppo la sua ignoranza, così diffusa in Occidente, di cosa sia l’iniziazione non gli ha fatto cogliere i significati più spirituali. Egli, infatti, considera il parler cloz un gergo convenzionale, paragonabile a quello della malavita, assunto da cavalieri settari o eretici antipapali, al fine di non attirare l’attenzione dell’Inquisizione. Senza negare del tutto questa interpretazione politico-religiosa, il vero scopo del linguaggio segreto era quello di non divulgare segreti spirituali agli ignoranti e ai profani.

[21] Nella Roma antica solamente i patrizi erano riconoscibili per l’appartenenza a una delle gentes (sskrt. gotra). Perciò l’uomo gentile non ha nulla in comune con il gentleman dell’inglese, che designava soltanto un cliente dell’aristocrazia che ne imitava i comportamenti senza essere nobile.

[22] La Provenza era allora direttamente parte del Sacro Romano Impero, rappresentata dalla sua terza corona, quella del Regno di Arles.

[23] Nella Bulgaria e altri paesi balcanici questi eretici erano conosciuti come bogomili, ‘amici di Dio’.

[24] Lo stesso conte Simon de Montfort, capo della crociata, che aveva perduto il suo feudo di Leicester, usurpò quanti più feudi possibili durante la spietata guerra.

[25] Così erano conosciuti i catari, numerosissimi nei dintorni della città di Albi.

[26] C’è una corrente letteraria di ieri e di oggi che s’ostina a identificare i Fedeli d’Amore con i catari. Si confonde così una via iniziatica élitaria, di alto profilo intellettuale, con un movimento religioso plebeo, gravemente inquinato da concezioni antitradizionali (Eugène Aroux, Dante hérétique, révolutionnaire et socialiste, Paris, Jules Renouard et C.ie, Lib. Éd, 1854; Otto Rahn, Kreuzzug gegen den Gral. Die Geschichte der Albigenser, Freiburg, Urban Verlag, 1933; Maria Soresina, Libertà vo cercando. Il catarismo nella «Commedia» di Dante, Bergamo, Moretti & Vitali, 2009).

[27] Questo fu possibile per le grandi difficoltà che ebbe l’Imperatore Federico II a regnare, provocate dai continui intrighi orditi dal papa e dai suoi alleati.

[28] Alcuni scrittori sostengono che i Fedeli d’Amore cristiani siano stati una derivazione iniziatica di origine sufica. Per forzare questa interpretazione, taluni, tra cui Henry Corbin, si sono spinti a chiamare Fedeli d’Amore anche i poeti amorosi persiani. Come unica prova a loro sostegno, portano l’esempio degli ottimi rapporti dell’Imperatore Federico con Malik al-Kāmil, Sultano d’Egitto. Similmente, sulla base dell’apertura della corte di re Alfonso X, altri sostengono che i Fedeli d’Amore derivassero dalla contemporanea corrente poetica amorosa degli arabi e degli ebrei spagnoli. Il riconoscimento reciproco d’appartenenza a una scuola iniziatica, tuttavia, non è affatto prova della derivazione di una tradizione dall’altra. È curioso che proprio coloro che, a ragione, criticano la “teoria degli imprestiti”, poi vi facciano ricorso per sostenere la subordinazione della tradizione iniziatica cristiana a quella islamica. Gli unici contatti non bellici tra musulmani e crociati su cui s’appoggiano, però, sono tardi e non implicano necessariamente scambi iniziatici. Addirittura sono contemporanei all’occultamento della produzione letteraria sul Graal e alla ritrazione delle Corti d’Amore. Nemmeno la sporadica alleanza militare tra la setta ereticale shi‘ita degli “assassini” e i crociati può essere invocata per dimostrare il passaggio di una qualsiasi trasmissione ai Fedeli d’Amore. Tali alleanze non provano nulla sulla pretesa dipendenza iniziatica della cavalleria cristiana dalla ‘cavalleria’ musulmana (futuwwa). È invece un fatto che non ci sia traccia né scritta né orale di trasmissione e di monitoraggio del sufismo nei confronti delle vie iniziatiche cristiane. Sarebbe stato meglio interrogarsi sulla contemporanea comparsa sul proscenio della storia della poesia amorosa tantrica e bhākta che coinvolse tutte le tradizioni, dall’Estremo Oriente all’Estremo Occidente, nel corso di ciò che convenzionalmente chiamiamo Medio Evo. Si tratta di una autentica svolta ciclica che ha provocato un adattamento delle diverse forme della Tradizione universale.