43. I romanzi d’Amore e la Fede Santa in Italia

I Trovatori-Fedeli d’Amore si erano dedicati a scrivere in rima sonetti, canzoni e ballate. Comunicavano tra loro in modo nascosto rispondendosi “per le rime”. La risposta era riconoscibile in quanto riproduceva con esattezza le medesime rime del messaggio ricevuto. Presentiamo come esempio due noti scambi rimati tra Fedeli d’Amore della scuola fiorentina del XIII secolo[1]:

                        Dante a Cino da Pistoia                                                Risposta di Cino da Pistoia a Dante

             Perch’io non trovo chi meco ragioni                                     Dante, i’ non so in qual albergo soni

             del signor a cui siete voi ed io,                                              Lo ben, ch’è da ciascun messo in oblio;

             conviemmi sodisfare al gran disio                                         è sì gran tempo che di qua fuggio,

             ch’i’ ho di dire i pensamenti boni.                                          che del contraro son nati li troni;

            Null’altra cosa appo voi m’accagioni                                      e per le variate condizioni,

            del lungo e del noioso tacer mio,                                            chi ‘l ben tacesse non risponde al fio:

            se non il loco ov’i’ son, ch’è sì rio,                                         lo ben sa’ tu che predicava Iddio,

            che ‘l ben non trova chi albergo li doni.                                 e nol tacea nel regno de’ dimoni.

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              Dante alle “Donne”  [ai Fedeli d’Amore]                                    Risposta delle “Donne” a Dante

                  Donne ch’avete intelletto d’Amore,                                      Ben aggia l’amoroso e dolce core

                  i’ vo’ con voi de la mia donna dire,                                      Che vol noi donne di tanto servire,

                  non perch’io creda sua laude finire,                                      che sua dolze ragion ne face audire,

                  ma ragionar per isfogar la mente.                                         la quale è piena di piacer piagente;

                 Io dico che pensando il suo valore,                                        che ben è stato bon conoscidore,

                 Amor sì dolce mi si fa sentire,                                               poi quella dov’è fermo lo disire

                 che s’io allora non perdessi ardire,                                         nostro per donna volerla seguire,

                 farei parlando innamorar la gente.                                         perché di noi ciascuna fa saccente,

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Gli argomenti di tale corrispondenza erano dei più vari: richieste d’un consiglio su come usare il metodo (sskrt. prakriyā); domande sulla dottrina; esposizione del grado di realizzazione raggiunto; ingiunzioni (sskrt. vidhi) ai discepoli da parte del maestro; denuncia di un pericolo imminente; convocazione della Corte d’Amore; accuse di deviazioni dottrinali presso qualche condiscepolo, ecc.

Nella Fede Santa vi fu però anche un altro genere letterario in vernacolo: il romanzo. Questa forma mista di prosa e poesia si richiamava direttamente alla tradizione romanzesca del ciclo di re Artù e del Graal e, indirettamente, alla trattatistica latina d’Amore che, tramite Andrea Cappellano (De Amore), risaliva a Severino Boezio (De consolatione Philosophiæ) fino a Ovidio (Ars Amatoria)[2]. Il primo romanzo ad apparire fu Le roman de la Rose. Si tratta d’un racconto allegorico iniziato nel 1237 da un autore, Guillaume de Lorris, e rimasto incompiuto. Dopo quarant’anni un secondo poeta, Jean de Meun, proseguì e portò a termine la narrazione. Il protagonista del romanzo si prefigge di mettersi alla cerca di una donna sconosciuta che egli ama dopo averla vista in sogno. Questa dama è misteriosamente identificata a una rosa bianca, pura e profumatissima, che è rinchiusa in un castello[3]. È del tutto evidente che la Donna-Rosa rappresenta la santa sapienza, la conoscenza iniziatica che usa specchiarsi nella “fontana dell’insegnamento”[4]. Il protagonista del Roman s’inoltra nel regno di Amore, guidato da Cupido e accompagnato dalle contrastanti fate Venere e Castità. Lungo il percorso il cavaliere è in continuazione ostacolato da Povertà e da Papelardie (Papa/pappa lardo). Povertà è la personificazione degli ordini mendicanti, francescani e domenicani; in particolare qui ci si riferisce all’ordine domenicano, che amministrava le attività dell’Inquisizione. Il secondo termine, invece, è un nomignolo spregiativo per indicare il Papato bramoso d’ingrassarsi di beni terreni. La prosecuzione e il successo finale della cerca è narrato da Jean de Meun. Nella seconda parte del Roman de la Rose, il cavaliere deve superare gli ostacoli che Falso Sembiante (Faux-Semblant) sparge sulla sua via, fino a conquistare la Rosa-Santa Sapienza. Questa prima narrazione della conquista della Rosa o di Biancofiore è caratterizzata da una serrata satira del cattolicesimo essoterico, caratteristica che continuerà sempre più sferzante nei romanzi dello stesso filone. Il più importante libro di questa corrente[5] è Il Fiore, di ser Durante Fiorentino, che a detta di tutti i critici, è attribuito a Dante Alighieri. In questo romanzo allegorico il protagonista è introdotto nel giardino d’Amore dalla sua dama Bel Acuel (Bell’accoglienza) e riesce a baciare il Fiore. Bel Acuel è evidentemente il maestro (sskrt. guru), il giardino è l’organizzazione iniziatica (sskrt. kula), e il bacio è il rito d’iniziazione (sskrt. dīkṣita kriyā), come si è già detto nel capitolo precedente. Da quel momento il cavaliere si trova osteggiato da Malebouche (Malabocca) e Jalusie (Gelosia), che rappresentano rispettivamente la falsa accusa di eresia e la profanità che considera l’amore come una passione terrena. Più avanti nel percorso per conquistare il Fiore, il protagonista s’imbatte in Falso Sembiante e Costretta Astinenza, rispettivamente il clero ipocrita e i nuovi ordini pauperistici, francescani e domenicani. Vinte tutte queste resistenze, alla fine il cavaliere riesce a cogliere il Fiore. Il racconto simbolico sulla conquista della conoscenza è dunque così colmo di spunti polemici contro gli essoterici che molti studiosi accademici vi vedono erroneamente una prova di eresia o addirittura di catarismo. Invece ne Il Fiore di Dante[6] si distinguono chiaramente, tra i perseguitati dall’Inquisizione, semplici credenti del catarismo e catari ‘perfetti’ (che hanno ottenuto il consolamentum) da altri che sono semplicemente ribelli alle imposizioni esteriori[7]. Dopo la crociata contro gli albigesi e con l’ostilità scatenata dal papato contro l’Imperatore Federico II, gli iniziati di tutte le correnti esoteriche, in tutta evidenza, dovettero occultarsi sempre di più. Da questo momento essi dovettero assumere un aspetto profano (mal sembiante), o una copertura assunta falsamente. Anche gli iniziati dunque si camuffarono da Falso Sembiante. Durante e dopo la crociata contro i catari, trovatori e Fedeli d’Amore cercarono rifugio presso le corti dei sovrani che simpatizzavano con loro o che erano essi stessi degli iniziati. Di particolare importanza fu l’accoglienza che l’Imperatore Federico II concesse ai fuggiaschi provenzali nel suo regno dell’Italia meridionale. Attorno a lui si radunarono i trovatori e così si fondò la scuola siciliana dei Fedeli d’Amore. I poeti siciliani cantarono alla maniera provenzale la Donna, il Fiore e la Rosa, ma usando il volgare italiano di Sicilia[8].

Federico II di Svevia, allevato dai templari della Puglia e dal vescovo di Troia, ricevette fin dall’infanzia una educazione profonda e vasta. Parlava sei lingue: latino, italiano di Sicilia, tedesco, provenzale, greco e arabo. Fu poeta raffinatissimo, diventando ben presto uno dei trovatori più quotati del suo regno. Egli fondò a Palermo una Magna Curia, una corte di intellettuali, la scuola di medicina di Salerno, l’Università di Napoli e la scuola di retorica a Capua. La scuola poetica, che fu anche Corte d’Amore e organizzazione iniziatica (sskrt. gurukula), ebbe come maestro (sskrt. dīkṣā guru) il grande trovatore Jacopo da Lentini[9]. La grandezza della sua sapienza, che per riflesso diede nascita a così importante sviluppo culturale, lo fece riconoscere da tutti come Stupor Mundi (meraviglia del mondo, sskrt. lokādbhuta).

I papi che si succedettero durante il regno di Federico intrapresero una politica a lui ostile. Il papato non tollerava che l’Imperatore controllasse la Germania, l’Italia settentrionale e il meridione d’Italia. Lo Stato della Chiesa era così circondato completamente. D’altra parte Federico II non nascondeva il desiderio di impadronirsi di Roma in qualità di Imperatore romano. Fu così ripetutamente scomunicato, in modo da sciogliere il giuramento di fedeltà che gli prestavano i suoi vassalli. Federico II capeggiò la sesta crociata contro l’occupazione islamica della Palestina. Recatosi in Oriente, l’Imperatore s’incontrò con il sultano di Siria ed Egitto Malik al-Kamil. I due sovrani si riconobbero reciprocamente come iniziati delle loro rispettive religioni, simpatizzarono e giunsero a un compromesso[10]. In questo modo l’Imperatore ottenne la restituzione di Gerusalemme all’Impero Romano senza colpo ferire. Anche questo successo fu pretesto per una nuova scomunica papale. A seguito di queste sue continue espulsioni dalla comunità cattolica, anche l’Ordine del Tempio dovette prendere le distanze da Federico II. Ciò comportò tutta una serie di dissapori tra i templari e la causa imperiale. Tra i monaci-cavalieri solamente i teutonici mantennero rapporti piuttosto buoni con l’Imperatore, essendo il loro Gran Maestro Hermann von Salza amico intimo e consigliere di Federico II. Le vicende politiche provocate dalla continua ostilità papale impedirono all’Imperatore Federico di far dilagare il prestigio della sua saggezza sul resto d’Europa. Egli però rappresenta uno dei cardini della tradizione iniziatica e, alla sua morte, passò nella leggenda[11].

Come si è detto recentemente, i trovatori provenzali godettero di buona accoglienza, oltre che in Sicilia, Spagna e Portogallo, anche nell’Italia settentrionale. Essi furono all’origine di una scuola di Fedeli d’Amore che ebbe come centri principali prima Bologna e poi Firenze. A Bologna spicca per importanza Guido Guinizzelli (1235-1276), che è stato il maestro dei Fedeli d’Amore del centro Italia. La sua poesia “Al cor gentil rempaira sempre Amore” è una vera dichiarazione dottrinale fuori del parler cloz, che qui parafrasiamo:

Amore sempre si rifugia nel cuore nobile, come l’uccello si ripara nel verde del bosco. Natura non creò l’Amore prima del cuore nobile, né il cuore nobile prima d’Amore: quando fu creato il sole, il suo splendore risplendette subito e non prima della creazione del sole. Amore prende posto nella nobiltà in modo così naturale come il calore nella luce del fuoco. Il fuoco d’Amore si accende nel cuore nobile come il potere nella gemma. Tale potere non discende dalla stella [corrispondente][12] prima che il sole non l’abbia nobilitata: dopo che il sole, grazie alla sua forza, ha espulso ciò che in lei è vile, la stella la carica di potere. Così il cuore che è stato reso dalla natura eletto, puro e nobile, lo fa innamorare della donna ch’è simile alla stella. Amore dimora nel cuore nobile come il fuoco sta sulla torcia; lì, chiaro e sottile, splende a suo piacimento. Tanto è indomabile che nessun altro ricettacolo potrebbe accoglierlo. Invece una nascita ignobile è contraria ad Amore, come l’acqua, che per natura è fredda, è opposta al calore del fuoco. Amore prende dimora nel cuore nobile, come in un luogo che gli è simile, come il diamante nella miniera di ferro. Il sole colpisce il fango per tutto il giorno: eppure, esso resta vile e il sole non perde il suo calore; l’uomo orgoglioso dice: “Sono nobile di nascita”. Costui è simile al fango, e la virtù della nobiltà è come il sole, in quanto non si deve credere che la nobiltà per sola dignità ereditata possa essere priva di un cuore virtuoso. Se il cuore nobile ha virtù è come l’acqua che si lascia attraversare dal sole e come il cielo che risplende per la luce delle stelle che contiene. Dio creatore splende nell’intelletto angelicato, più di quanto risplenda il sole ai nostri occhi: esso [l’intelletto] conosce il suo Creatore al di là del movimento dei cieli e, facendoli girare, Gli ubbidisce. Come senza indugio compie il disegno divino, così, in verità, la bella donna dovrebbe ispirarlo; dopo che ella ha fatto luce attraverso gli occhi del suo innamorato, viene il desiderio di non disobbedirle mai[13]. Quando la mia anima starà davanti a Lui, Dio mi dirà: “Donna [il Fedele d’Amore], che presunzione hai avuto? Hai attraversato il cielo e sei giunto fino a me prendendo vanamente Amore come se fosse Me. Le lodi si addicono soltanto a Me e alla regina del vero regno [la Madonna], grazie alla quale ogni illusione svanisce”. Potrò rispondergli: “Aveva l’aspetto di un angelo del Tuo regno; non fu un errore se posi in lei il mio amore”.

Gian Giuseppe Filippi

 

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[1] Nei prossimi capitoli entreremo nel merito del significato di tali rime.

[2] Questo filone letterario s’ispirò parzialmente alla Psychomachia di Prudenzio (348-405 d.C.), dove vizi e virtù appaiono rappresentati come personaggi in epica lotta fra loro; e all’anonimo De Jherusalem la cité (XI sec.), in cui Gerusalemme, considerata un centro iniziatico, è raffigurata come fosse una donna minacciata da forze del male, mentre è meta ambita di virtuosi cavalieri; tra i precedenti ricordiamo anche il Pamphilus de Amore, di anonimo spagnolo del XII secolo e Li Fablel dou Dieu d’Amours, in lingua d’Oc.

[3] Si riconosce in questa allegoria la somiglianza con i romanzi della cerca del Graal. La Dama-Rosa bianca corrisponde a Blanchefleur, figlia del Re Pescatore, che vive nel castello di Corbenic e che va in sposa al cavaliere che conquista il Santo Graal. Il racconto trova in India un archetipo nel Rāmāyaṇa, l’epica che narra la spedizione de Rāma, Re perfetto e avatāra di Viṣṇu, per liberare Sītā tenuta prigioniera nella fortezza del demone Rāvaṇa. Con molte varianti, come il Mālavikāgnimitram di Kālidāsa, questo racconto allegorico si perpetuò in India proprio fino all’epoca in cui Guillaume de Lorris lo metteva per iscritto. Infatti, a metà del XIII secolo, il principe rājaput Ratan Singh si recò a Ceylan per liberare la principessa Padmavati (che significa Loto bianco). In quella contingenza, le forze del male che ostacolarono l’impresa erano rappresentate dalle orde musulmane. Tre secoli più tardi, il racconto orale fu messo per iscritto nel celebre poema Padmavāt dal sufi Malik Muhammad Jāyasī (1477-1542). Questo pīr della tariqa Chištiyya continuò ad attribuire ai musulmani dell’India la funzione di ostacoli alla cerca di Padmavati, la sapienza sacra.

[4] Seguendo le usanze cavalleresche, i Fedeli d’Amore dedicavano le loro attenzioni a una dama appartenente alla medesima corrente iniziatica, fungendo da ‘cavalier servente’. La dama simboleggiava la sapienza che il cavaliere desiderava raggiungere e, allo stesso tempo, questo comportamento celava sotto la finzione di una passione amorosa terrena l’ardente desiderio di conoscenza. Non si può giustificare l’insistenza di uno studioso serio come Alfonso Ricolfi a sottolineare di continuo la carnalità di questa categoria di dame. Egli arriva persino a intravedere allusioni lubriche nella Rosa di Jean de Meun (A. Ricolfi, Studi sui “Fedeli d’Amore II. – Dal problema del gergo al crollo d’un Regno”, Genova-Roma-Napoli-Città di Castello, Soc. A. Ed. Dante Alighieri, 1940, pp. 25-26). Naturalmente gli storici convenzionali della letteratura italiana condividono questa convinzione sulla sottintesa lussuria, che invero esiste come tendenza soltanto nella loro mente.

[5] A questa corrente appartiene anche l’eruditissimo Tesoretto di Brunetto Latini e alla sua versione in lingua d’oïl, Li livres dou Tresor, che narra d’un viaggio iniziatico fino alla vetta del monte Olimpo.

[6] Considerata l’importanza tradizionale del Sommo Poeta, tralasciamo di trattarne in questo capitolo; dedicheremo, infatti, maggior spazio a Dante nei prossimi capitoli.

[7] Così Dante fa parlare Malabocca: “Sed i’ truovo in cittade o in castello / Colà ove Patarin [cataro] sia riparato / credente ched’ e’ o consolato, / od altri uom ma che sia mio [delle Chiesa] rubello” (Il Fiore, CXXIV).

[8] Alcuni sostengono che si trattava di volgare siciliano. Ma “Rosa fresca aulentissima ch’appari in ver l’estate, le donne ti desiano pulzelle e maritate…” del giullare Cielo d’Alcamo non somiglia in nulla alla parlata siciliana.

[9] I più importanti discepoli di Jacopo furono, oltre allo stesso Imperatore, i suoi figli re Enzo e Manfredi, Pier della Vigna, Ruggieri d’Amici, Odo delle Colonne, Rinaldo d’Aquino, Arrigo Testa, Guido delle Colonne, Stefano Protonotaro, Filippo da Messina, Mazzeo di Ricco, Jacopo Mostacci, Percivalle Doria, Tommaso di Sasso, Giovanni di Brienne, Compagnetto da Prato, Paganino da Serzana, Folco di Calavra e Pietro da Eboli.

[10] Malik al-Kamil fu discepolo del maestro sufi ‘Umar ibn al-Farid, anch’egli poeta d’amore. Il sultano ebbe anche occasione di incontrare due volte il più grande dei maestri sufi, Muḥiddin Ibn ‘Arabi. San Francesco tentò di convertire Malik al-Kamil al cristianesimo, ma ebbe la sfortuna di affrontare un personaggio di ben altra statura.

[11] Federico, come suo nonno, il grande Imperatore Federico I Barbarossa, Carlo Magno e re Artù, è uno dei personaggi che si dice dormano in attesa della fine del ciclo. Allora questi grandi guerrieri si risveglieranno per instaurare il regno universale di pace e di giustizia. Non c’è dubbio alcuno che lo Stupor Mundi non soltanto fu Sacro Romano Imperatore, ma anche Imperator delle vie iniziatiche della tradizione occidentale. Antonino de Stefano, Federico II e le correnti spirituali del suo tempo, Parma, Ed. all’insegna del Veltro, 1981, pp. 145-158; A. de Stefano, L’idea imperiale di Federico II, Parma, Ed. all’insegna del Veltro, 1981, pp. 223-234; Nuccio D’Anna, Il segreto dei trovatori. Sapienza e poesia nell’Europa medievale, Rimini, Il Cerchio, 2005, pp. 72-76.

[12] Esattamente come nella concezione indiana le virtù dei nove pianeti [sskrt. navagraha] si riflettono nei poteri delle nove pietre prezione [sskrt. navaratna].

[13] La Dama è come un raggio del sole d’Amore che fa risplendere la luce solare sulla superficie dell’intelletto purificato nel cuore nobile. Si noti la somiglianza con la ābhāsavāda (dottrina del riflesso) della Brahma vidyā insegnata dall’Induismo.