44. Dante: la Vita Nova - I

Guido Guinizzelli fu il maestro (sskrt. guru) di un giovanissimo aristocratico fiorentino, Guido de’ Cavalcanti (1255-1300)[1]. Personalità spiccata, di grande intelligenza e sapienza, il Cavalcanti succedette a Guido Guinizzelli nel magistero (sskrt. gurutva). Attorno a lui si radunò un gruppo di giovani cavalieri trovatori[2], tra cui Ser Durante di Alighiero degli Alisei[3], più noto come Dante Alighieri (1265-1321). Quest’ultimo divenne in breve il più importante rimatore che, per la perfezione della sua poesia, l’universale sapienza e l’elevatezza della sua dottrina, può essere riconosciuto come il massimo esponente dell’iniziazione cristiana medievale. Tra i suoi scritti descriveremo le due opere più importanti per i nostri fini[4]: la Vita Nova, in cui Dante descrive le sue esperienze iniziatiche e il procedere delle sue realizzazioni interiori (sskrt. ādhyātmika anubhava); la Divina Commedia, vasto poema che descrive le corrispondenze tra il suo percorso interiore (sskrt. sādhaka anubhava), gli eventi mondani (sskrt. ādhibhautika vikāra) e la realtà divina (sskrt. ādhidaivika sattā). Dedichiamo questo articolo a un sunto della Vita Nova, cosicché i nostri lettori indiani possano riconoscere la somiglianza tra la via iniziatica della Fede Santa e quelle del tantrismo e della bhakti[5].

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Il libro così intitolato indica che si tratta del racconto degli avvenimenti che hanno portato Dante a esperienze interiori nel corso della sua via di realizzazione. La nuova vita, infatti, è quella che segue la rinascita iniziatica (dvijanman). Dante comincia la sua narrazione da quel momento affermando che la sua vita da non iniziato (sskrt. asādhaka) non è degna di ricordo. Nove anni[6] dopo essere stato iniziato, ossia d’aver ricevuto la mercé, per la prima volta gli apparve[7], vestita di rosso, la sua Donna, anch’ella novenne[8], che era chiamata Beatrice da chi non sapeva il suo vero nome. Si tratta dell’ottenimento del primo grado di esperienza interiore da parte di Dante: a quella vista l’anima vitale che risiede nel cuore (sskrt. jīvātman) tremò dicendo: «Ecco un Dio più forte di me, venuto per dominarmi.» La mente e i sensi (antaḥkaraṇa) che stanno nel capo riconobbero: «È apparsa la vostra beatitudine.» Invece i soffi (prāṇa) che legano l’anima alle funzioni corporee lamentarono: «Ora saremo sotto controllo.» Da quel momento Amore dominò l’anima del Poeta facendo coincidere la sua volontà a quella di lui; e Amore lo spingeva di continuo a cercare in se stesso quella Donna angelica. Parrebbe che si trattasse di fuggevoli e continue esperienze interiori (sskrt. antaranubhava), prodotte dalla sua immagine sempre ripetutamente presente nel cuore di Dante, che lo spingeva verso Amore; ed egli seguiva questa attrazione verso Amore che Beatrice gli ispirava, sempre con il consiglio della ragione[9].

Dopo altri simbolici nove anni, Dante, percorrendo la via, ebbe una nuova apparizione di Beatrice avvolta in un abito bianco immacolato[10]. Per la prima volta ella rivolse a Dante il saluto (lingua d’Oc salut). Si trattava di una nuova e più elevata influenza spirituale (sskrt. anugraha) che, tramite la parola, carica l’iniziato (sskrt. sādhaka)[11] di potenza, virtù e sapienza. In uno stato di tensione spirituale, Dante si ritirò a casa in solitudine. Durante quella notte in sogno egli ebbe una visione: vide Amore, gioioso e ardente come il sole, con in mano il cuore fiammeggiante del Poeta. In braccio teneva Beatrice sopita, tutta avvolta in un drappo sanguigno. Amore, svegliata la Donna, l’obbligava a divorare il cuore. Poi, piangendo[12], sempre con Beatrice tra le braccia, salì in alto verso il cielo. La visione pare un sunto dell’intero percorso iniziatico di Dante a partire dalle prime esperienze da neofita (l’abito rosso di Beatrice), a cui s’aggiunge la previsione del suo raggiungimento del più alto dei cieli[13]. Sconvolto dal messaggio ricevuto in sogno, Dante scrisse un sonetto per chiedere spiegazione del suo significato ai più sapienti trovatori della sua cerchia (sskrt. kula) della Fede Santa. Eccetto il Cavalcanti, nessun altro Fedele d’Amore fu in grado di interpretare il sogno. Guido, il suo guru, riconobbe nel sogno di Dante la premonizione per il raggiungimento della più perfetta realizzazione da parte del suo straordinario discepolo; ma espresse questa opinione con incertezza, poiché neppure lui, il maestro, ne aveva avuta esperienza né poteva ambire a un livello spirituale così alto. A seguito di quella visione, Dante s’impegnò in una più severa ascesi volta a ottenere le benedizioni d’Amore. Agli occhi di tutti, smagriva di corpo e appariva distratto. A coloro[14] che gli chiedevano di che male soffrisse, egli, giocando con le parole, affermava che erano le pene d’amore per una qualche dama di Firenze. Colse così l’occasione che una fanciulla lo fissasse mentre erano in chiesa a pregare, per sceglierla a schermo al fine di nascondere la verità. In questo modo la curiosità della gente fu appagata. Tuttavia, dopo pochi anni la “donna dello schermo” dovette partire e Dante non poté più stare in pace nascondendosi dietro quel presunto amore terreno. Si fingeva disperato per la lontananza della “donna dello schermo”, ma la beatitudine di cui godeva in cuor suo spesso emergeva in atteggiamenti di pura gioia. Queste contraddizioni aumentavano così il sospetto dei curiosi. Tale comportamento bizzarro poteva essere giustamente interpretato come una transe (sskrt. samādhi) indotta da metodi iniziatici. Il pericolo soprattutto era rappresentato dall’Inquisizione; questa istituzione amministrata dall’Ordine domenicano, confondeva[15] di buona voglia le vie iniziatiche con le pseudo-religioni clandestine popolari, quali il catarismo e il valdesismo, allora presenti anche a Firenze. La necessità di nascondere agli estranei il suo stato d’intenso rapimento iniziatico coincideva effettivamente con un periodo di persecuzione nei confronti delle organizzazioni esoteriche. Dante ne diede l’allarme non solo ai trovatori della sua famiglia iniziatica, ma anche ad altre organizzazioni che erano derivazioni o rami dell’Ordine del Tempio[16]. Puntualmente, in quel frangente, l’Inquisizione, chiamata Morte Villana[17], colpì. Un Fedele d’Amore, di cui Dante non fa il nome e che era stato spiritualmente molto vicino a Beatrice, fu condannato a morte. Il medesimo rappresentante d’Amore, Guido de’ Cavalcanti, pianse per il grave crimine. Piangere vuole anche dire ‘nascondersi’: si tratta di un segnale per tutti i trovatori. Dante, al fine di scampare alla persecuzione, fuggì dalla città alla ricerca della “donna dello schermo”. Lungo il cammino gli si accompagnò un personaggio vestito di stracci. Era Amore, anch’esso in fuga camuffato da pellegrino. Ma il cammino insieme diventò un percorso realizzativo. La grazia di Amore lo percorse e la fontana d’insegnamento diventò vasta come un fiume. Dante, in tutta evidenza, durante questo occultamento ottenne dei doni spirituali inaspettati. Amore, per proteggerlo, gli consigliò di assumere un’altra “donna dello schermo”: si trattava della religione esteriore[18]. Il nostro poeta rientrò al galoppo in città per assumere il nuovo travestimento che Amore gli aveva consigliato. A quanto pare si mise a frequentare un ambiente di frati francescani, perché è in quel periodo che afferì al Terz’ordine di S. Francesco[19]. Nonostante avesse assunto, con apparente entusiasmo, quella pesante copertura esteriore, Beatrice, l’Intelletto attivo (Mahan Ātman) continuava a dialogare intensamente con la sua buddhi, riempiendolo di grazie e di conoscenza. A questo punto della Vita Nova, la figura di Beatrice si sdoppia. Infatti la troviamo anche a rappresentare l’ambiente della Fede Santa, vale a dire la famiglia iniziatica degli altri Fedeli d’Amore; quegli stessi che non avevano compreso l’elevatezza degli ultimi stati interiori raggiunti da Dante. I trovatori, indignati dal suo comportamento, lo denunciarono di tradimento per aver rinunciato alla via iniziatica ed essere diventato un devoto profano della Chiesa esteriore. Gli fu, dunque, negata la partecipazione ai rituali (del saluto) dell’assemblea degli iniziati (sskrt. satsaṅga). Questo allontanamento indebolì il Poeta: infatti, assistendo a quei periodici riti di saluto, Amore lo pervadeva tutto ed egli ne traeva sempre nuova potenza. A seguito di questa esclusione, triste e solo, Dante s’appartò. Allora gli apparve Amore come un fanciullo vestito di candide vesti. Il Dio gli spiegò che la Fede Santa, probabilmente tramite la convocazione di una Corte d’Amore, aveva giudicato il suo comportamento noioso[20]. Egli ancora non poteva assumere a sua volontà qualsiasi comportamento esteriore, perché gli altri Fedeli d’Amore non l’avrebbero capito. Solamente chi, come Amore stesso, stava al centro del cerchio del divenire, poteva essere del tutto al di sopra delle forme. Tuttavia Dante era prossimo a quella stazione; perciò Amore gli suggerì di scrivere una ballata in sua difesa, in modo che Beatrice-Corte d’Amore (sskrt. satsaṅga) potesse essere messa al corrente della sua situazione spirituale. Così fece Dante, che scrisse al maestro della Fede Santa spiegandogli le ragioni del suo comportamento e riaffermandogli di essere sempre Fedele d’Amore in cuor suo. Dopo poco tempo Dante fu portato da un altro Fedele d’Amore ad assistere a un raduno in occasione di un matrimonio. Arrivato in quel luogo, egli si accorse dall’improvviso tremito del suo cuore e dall’agitazione di tutti gli altri soffi vitali, d’essere capitato in una riunione d’iniziati sconosciuti. Timoroso di essere stato portato con l'nganno davanti alla Corte d’Amore per essere condannato all’espulsione, Dante istintivamente simulò di esser lì per caso[21]. Ma subito vide in mezzo a essi Beatrice e altri membri della sua stessa famiglia iniziatica. Allora non riuscì a trattenere una sua subitanea trasfigurazione estasiata. Questi rapidi cambiamenti di comportamento furono visibili a tutti che presero a ridere di lui[22], compresa Beatrice. Tornato a casa, Dante le inviò un sonetto, vale a dire al suo maestro e agli altri trovatori, cercando di spiegare quanto gli era avvenuto durante quella riunione. Vi affermava che alla semplice loro vista (sskrt. darśana) si era riempito di potenza come fosse stato presente a un rituale di satsaṅga. Amore lo aveva posseduto e gli aveva concesso quell’estasi irrituale. E per la prima volta Dante qui afferma che, ormai. per comprendere il suo stato interiore, sarebbe stato necessario che essi fossero stati Fedeli d’Amore al suo stesso livello di realizzazione.

Maria Chiara de' Fenzi

 

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[1] Cavalcanti fu anche discepolo del fiorentino Ser Brunetto Latini, che si rifaceva più direttamente alla linea iniziatica (sskrt. paramparā) dei trovatori provenzali. Fu anche influenzato dai trovatori Ser Rustichello Filippi da Firenze (1235~1295), Ser Bonagiunta degli Orbicciani da Lucca (1220~1290) e da Guittone del Viva d’Arezzo (1230-1294). Quest’ultimo, però, nella seconda metà della sua vita, abbandonò la Fede Santa per entrare nell’ordine dei Frati Gaudenti. Si trattava d’un ordine religioso essoterico che si esprimeva allo stile trovadorico per rivolgere l’Amore verso la chiesa e il papato, in netta opposizione ai Fedeli d’Amore.

[2] Tra questi è bene menzionare Gianni degli Alfani, Lapo Gianni, Cino de' Sigilbuldi da Pistoia, Dino Compagni, Francesco da Barberino, Dino Frescobaldi, Dante da Majano e altri. Come Guido e Dante, molti di questi appartenevano a famiglie d’origine patrizia romana.

[3] Gli Alisei discendevano dalla gens Anicia, Tra gli antenati di Dante vi furono gli Imperatori romani Petronio Massimo e Flavio Anicio Olibrio, Severino Boezio, San Benedetto da Norcia, papa Gregorio Magno (Carlo Padiglione, L’Arme di Dante Alighieri, Napoli, Nobile ed. 1865).

[4] Oltre al già menzionato Il Fiore, Dante scrisse: Detto d’Amore, breve rifacimento del Roman de la Rose; in volgare toscano le Rime, ossia la sua corrispondenza iniziatica rimata con diversi Fedeli d’Amore; il Convivio, trattato in volgare rimasto incompiuto, con cui Dante, imitando il Simposio di Platone, desiderava istruire la classe dirigente a governare. Il Convivio voleva essere un’applicazione essoterica dei principi della Fede Santa, che il poeta esprimeva seguendo le argomentazioni aristoteliche. In questo trattato Dante spiega che, allo stesso modo della Sacra Scrittura, anche i suoi scritti devono essere interpretati a quattro livelli: il senso letterale; il senso morale, ossia le istruzioni di comportamento e delle azioni iniziatiche (sskrt. prakriyā); il senso allegorico, vale a dire l’interpretazione simbolica; e infine quello anagogico, quello dottrinale. Nel De Vulgari Eloquentia, si spiega perché abbandonare il latino, lingua ormai essoterica ed ecclesiastica, e come deve essere il linguaggio volgare dei Fedeli d’Amore: illustre, ossia purificato dalla rozzezza popolare; aulico, ossia adatto a trattare di argomenti propri del potere imperiale; curiale, cioè idoneo a illustrare tematiche teologiche; e, infine, cardinale, vale a dire conveniente per descrivere le dottrine che sono il cardine della Realtà. Nel Monarchia, Dante espone la sua visione di come debba essere governato il mondo. L’Impero che risale a una tradizione romana e anche precedente. La Chiesa, che risale a Cristo e ai suoi antenati, i re Davide e Salomone. Imperatore e papa sono i due soli che illuminano la cristianità (qualcuno affermato erroneamente che l’uno è il sole e l’altro la luna). L’Imperatore governa per il bene dei viventi, il papa conduce le anime dei defunti ai cieli. L’uno e l’altro sono interdipendenti, ma si trovano da secoli in cattive condizioni: l’Impero deve recuperare il suo potere universale, il papato deve smettere con le sue bramosie di potere terreno. Due Egloge in latino, sullo stile di Virgilio, in cui Dante, con lo pseudonimo di Mopso, riprende il simbolismo poetico dell’epoca augustea, che già s’era risvegliata presso la corte dei merovingi e di Carlo Magno. La Questio de Aqua et terra, un trattato latino sulla struttura del nostro pianeta Terra, base per la concezione del trimundio nella Divina Commedia. Infine, le Epistole in latino, con cui Dante esorta l’Imperatore Arrigo VII, ammonisce e rimprovera i grandi feudatari italiani ch’egli frequentava, vescovi e cardinali, per riportare pace e giustizia nella cristianità, restaurando il potere imperiale e purificando la Chiesa dai vizi terreni.

[5] Volutamente prendiamo le distanze da ogni interpretazione profana dei dantisti accademici sia essa letteraria, filologica, ideologica o quant’altro. Costoro, come il cherubino con la spada fiammeggiante davanti alla porta dell’Eden, gli voltano le spalle all’unico scopo di tenere lontani coloro che vogliono entrarvi. Essi sono però all’opposto della natura sapienziale dei cherubini e la loro arma è l’ottusità. Già meglio vanno i rari commenti scritti da esoteristi. Tuttavia, sono limitati dalla loro conoscenza esclusivamente libresca o da aver partecipato a cerimonie prive d’efficacia iniziatica, il che impedisce di capire, tramite esperienze interiori analoghe, le realtà descritte nella Vita Nova. Un esempio ne è il libro di Marcello Vicchio, Dante l’iniziato, Arcireale-Roma, G.E. Bonanno, 2015. Molti nostri lettori indiani śākta, invece, sapranno riconoscere appieno l’interpretazione sunteggiata che segue.

[6]Questa donna fu accompagnata dal numero nove, a dare intendere ch’ella era un nove, cioè un miracolo [‘azione divina nel mondo], la cui radice [quadrata] è solamente la mirabile trinidade” (VN, XXIX.10). Il numero nove è il simbolo di tutto ciò che attiene a Beatrice, colei che conduce alla beatitudine. La Donna di Dante, infatti, altro non è che l’Intelletto attivo, irraggiamento nel mondo manifestato della realtà divina. L’Intelletto attivo (sskrt. Mahan Ātman) è il principio che opera nel mondo sottile apportando le grazie delle tre persone della Trinità cristiana. Quest’ultima concezione, come è stato segnalato altrove su questo Sito, corrisponde molto da vicino al Sacciddānanda delle dottrine hindū. L’attività, che esprime la triplicità non agente della Trinità nel trimundio (sskrt. tribhuvana), è simboleggiata appunto dal numero nove (3x3), che è il vero nome di Beatrice. D’altra parte, in latino il nome di questa gentilissima è Beatr-IX, il nove (IX) che rende beati. L’intelletto individuale o possibile (sskrt. buddhi) è il ricettacolo delle influenze spirituali, delle conoscenze e delle virtù, con cui potrà, infine, unirsi all’intelletto universale o attivo, Mahan Ātman in quanto jīva ghana o Hiraṇyagarbha. Questo, tra le altre cose, spazza via l’idea tenace dei medievisti che vedono in ogni dove l’influenza di Avicenna e Averroé. Costoro, infatti, sostenevano l’assurda opinione per cui l’intelletto passivo (sskrt. buddhi) sarebbe stato un principio sopraindividuale presente nell’individuo. Sulla contrarietà a tale opinione in Dante v. Francesco Perez, La Beatrice svelata, Palermo, Flacconio ed., 2001 (I ed. 1865), pp. 127-142.

[7] A differenza di altre occasioni, in cui Dante incontrò per strada, in chiesa o altrove la Donna umana che gli era stata assegnata per rappresentare Beatrice, come voleva la tradizione cavalleresca, in questo caso si tratta di una vera apparizione, come lo stesso Poeta insiste a narrare.

[8] Anche Jacopo da Lentini aveva affermato: “Le merzè [le iniziazioni] siano strette [concesse raramente], che nulla parte siano dette, perché paiono gioie nove; in nulla parte siano trovate né dagli amadori chiamate infino che compie anni nove”. Nell’Ordine del Tempio erano necessari nove anni di apprendistato affinché uno scudiero potesse essere iniziato cavaliere. (L. Valli, Il linguaggio segreto di Dante e dei “Fedeli d’Amore”, Roma, Optima, 1928, p. 274). Non si devono però intendere sempre in senso letterale queste grandezze temporali basate sul simbolismo del numero nove: nove, nell’opera di Dante, rappresenta ‘il tempo appropriato, il tempo necessario’ (sskrt. ṛtukāla), il ‘tempo preparato dalla provvidenza o volontà divina’ (sskrt. daivakṛta). È evidente che i due “bimbi di nove anni” simboleggiano il grado di “fanciullo e fanciulla” di Francesco da Barberino, di cui si è parlato nel capitolo precedente, il 43° di questa serie.

[9] Dante non specifica mai quale metodo (sskrt. prakriyā) avesse usato. Questo costante richiamo dell’immagine di Beatrice alla mente parrebbe alludere a una tecnica di visualizzazione (sskrt. dṛṣṭi o darśana) interiore. Sappiamo, tuttavia, che Dante trattò anche dei nomi divini ‘I’ e ‘El’ usati tradizionalmente come dei veri e propri mantra.

[10] Nel simbolismo ermetico, di cui parleremo più avanti, la morte alla profanità era rappresentata dal colore nero, la rinascita iniziatica dal rosso e il bianco indicava la massima purezza. Cfr. con i colori dei tre guṇa dell’induismo. Il color bianco, sattva, è, come afferma Dante per l’occasione, il simbolo d’aver raggiunto il limite più alto della beatitudine.

[11] Potrebbe essersi trattato di un rituale di passaggio di grado con la concessione di una tecnica metodica più potente per gli iniziati che avevano già raggiunto dei livelli alti di realizzazione. Forse anche Lapo Gianni usufruì dello stesso rituale assieme a Dante (Valli, cit. p. 185)

[12] Nel parler cloz piangere significa simulare, agire in modo che altri non ne comprendano il senso.

[13] Si esaminerà più avanti il percorso dantesco verso il più alto dei cieli, un vero devayāna compiuto in vita, e la sua conclusione al di là di essi.

[14] Certamente costoro non erano soltanto i profani (sskrt. adīkṣita), ma anche gli altri cavalieri della Fede Santa che non avevano compreso lo stato di realizzazione di Dante.

[15] Confusione tipica dei profani di ieri e di oggi che non sanno né vogliono distinguere tra le false religioni, sette, eresie, congreghe stregonesche e ciò che trascende l’essoterismo religioso. Confondendo volutamente ciò che le è superiore con ciò che è inferiore, la religione esteriore tende volutamente a equivocare sui termini “esoterismo” e “gnosi” (sskrt. jñāna), facendoli passare per sinonimi di luciferismo, satanismo o peggio. Nel quinto sonetto de Il Fiore, Amore esorta il cavaliere in tale modo: “I’ son tu’ Deo ed ogn’altra credenza metti a parte né non creder né Luca né Matteo né Marco né Giovanni”. Invece del superamento delle scritture esteriori in favore di una conoscenza superiore, l’essoterismo pretende di vedervi un atto di ribellione.

[16] In un sonetto, Dante ricorda ai Fedeli d’Amore le parole del profeta Geremia che riguardano l’ordine divino di proteggere il Tempio di Gerusalemme. In questo caso egli allude all’Ordine del Tempio e a tutte le sue diramazioni. Tra esse la Fede Santa era in tutta evidenza la più importante per la trasmissione della sapienza. In molte parti dell’opera del Poeta, infatti, contemplare s’identifica al significato di cum Templo, a indicare, con un gioco di parole, che la contemplazione (sskrt. dhyāna) e Ordine del Tempio indicavano rispettivamente la conoscenza e l’organizzazione iniziatica che la custodiva. Sulla Fede Santa come ordine terziario dei Templari v. Robert L. John, Dante Templare, Milano, Hoepli, 1987.

[17]Morte villana” è l’esatto opposto di “A-mor” gentile: indica la Chiesa plebea nemica della nobile immortalità.

[18] Cavalcanti, alludendo a questa emergenza storica che indusse Dante alla simulazione, afferma: “Religion guardar dal quarto lato/ ben provveder di porres’ in su’ grato. / È ‘l quinto che de’ l’omo avere in core”. L’importante è conservare la quintessenza nel proprio cuore!

[19] Il Terz’ordine era riservato a laici che assumevano la regola di San Francesco rimanendo sposati e vivendo nelle loro abitazioni private. Intorno alla fine degli anni ’80 del XIII secolo a Firenze erano più influenti i domenicani, ma, poiché essi gestivano l’Inquisizione, fu più prudente per Dante scegliere il francescanesimo.

[20] La parola toscana medievale noia deriva dal provenzale ennoi e, tramite l’antico lombardo inodio, trae la sua origine dal latino in odio. Odio rappresenta con vivezza l’avversione contro Amor, proprio dell’essoterismo ecclesiastico di quell’epoca.

[21] Il testo dice che s’appoggiò a una pittura per nascondersi, ossia assunse una ostentata maschera d’indifferenza.

[22] Si riconosce facilmente i curiosi fenomeni di rapimento da samādhi. Questo ultimo termine è stato tradotto da Eliade con l’insensato neologismo di ‘enstasi’. In verità i vari tipi di samādhi rappresentano proprio uno spostamento artificiale della coscienza individuale fuori della sua condizione ordinaria. Perciò si tratta di stati estatici. Semmai, è proprio lo stato ordinario di coscienza di veglia che dovrebbe essere definito ‘enstasi’.