Śrī Śrī Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārājajī

Discriminazione tra Kāma e Mumukṣā

(Kāma mumukṣā viveka)[1]

In ogni jīva c’è il desiderio naturale di essere felice. Infatti i desideri del jīva da realizzare in questa vita o nell’aldilà non sono motivati da nulla di diverso dal desiderio di mokṣa. Istintivamente il jīva non vuole rimanere così com’è, perché si sente limitato dal fatto d’essere un agente (kartā) e un fruitore (bhoktā): vuole liberarsi da questi attributi per essere felice, ma non riconosce la vera natura di questo desiderio istintivo. Però il desiderio vero è l’aspirazione alla Liberazione. Poiché non sa comprendere la natura del desiderio per mokṣa né il modo per realizzarlo, il jīva dirige questo desiderio verso altre direzioni. Vale a dire che mischia, confonde e dirotta l’istintiva attrazione per mokṣa verso altri desideri. In realtà non ne esistono altri; esiste solo l’aspirazione per l’Assoluto, per la Liberazione dalla limitazione, che appare sotto forma di desideri differenti. È una sovrapposizione (adhyāsa) che si proietta come una molteplicità di bramosie, che ricopre come un miraggio la ricerca dell’esperienza di pace e felicità infinite. I desideri dunque nascondono l’aspirazione per mokṣa, come il serpente, la ghirlanda o il bastone celano la realtà della corda. Per esempio, nessuno vuole morire. Ciò significa che ognuno ambisce al mokṣa, perché la propria vera natura è immortale. Ātman è eterno. L’individuo ha perso questa sua natura di Ātman (Ātma svarūpa) essendosi identificato con il corpo; o, meglio, sembra che lo abbia perso e che, per questo, voglia recuperare la sua natura originale. Per tale ragione nessuno vuole morire, ma vivere, vivere, vivere eternamente perché l’immortalità è la sua vera natura. Ognuno vuole essere eternamente nella propria vera natura immortale, ma quando considera d’essere il corpo, si rende conto che esso è sottoposto alla morte. Nessuno accetta di morire. Tutti vogliono esistere per sempre e questo può essere realizzato solo se si è il Sākṣin. Finché il jīva si considera identificato al corpo, è sottoposto alla morte, è spaventato e non vuole cessare di vivere. Nessuno può accettare questo, ma si ignora come diventare eterni. Considerandosi un corpo non si può essere immortali. Quando qualcuno conosce il proprio Ātman è stabilito nell’eternità, perché l’eternità è naturale, è la propria vera natura. Chi non sa dove trovarla cerca di trattenere il corpo il più a lungo possibile. Tutti hanno paura della morte. L’ateo l’affronta pensando: “Dopo di me mio figlio erediterà quello che possiedo.” Oppure: “La mia fama continuerà.” Oppure: “Continuerò nella mia discendenza.” Pensa così che qualcosa di lui rimarrà dopo la morte che lo perpetuerà sotto altre forme. Cerca di appagare il desiderio di eternità attraverso il corpo, il che è impossibile. Oltre all’eternità, il jīva desidera la felicità. Vuole godere di piaceri corporei, emotivi, intellettuali e vuole essere felice infinitamente. Si crea, in tal modo, una confusione tra i desideri esteriori e l’aspirazione per l’Assoluto. L’individuo s’illude che ottenendo ricchezze, potere, fama ecc. resterà in una condizione pacificata e felice. Ma questo è l’eterno stato esclusivo di Ātman, mentre la condizione pacificata e felice di cui gode il jīva individuale è caduca e si conclude sempre con l’insoddisfazione e la sofferenza.

Il vero desiderio per mokṣa è, quindi, soggiacente a tutti i desideri anche se ogni singola persona non ne ha coscienza. Chi invece se ne rende conto, si applica alla cerca della Realtà (tattva vicāra) per rimuovere l’identificazione con il corpo, la mente, l’intelletto ecc. La gente ordinaria ambisce alla sicurezza economica, affettiva, sociale e altro ancora, ma, in realtà, l’unica certezza è l’Ātman. La soluzione consiste nel lasciare il corpo, la mente, l’intera individualità e allora si raggiungerà quella certezza. L’uomo ordinario, tuttavia, cerca di raggiungere il mokṣa attraverso il corpo: vuole di diventare immortale, realizzando in forma dettagliata i suoi desideri e immagina di procedere sulla via che lo condurrà a raggiungere l’eterna felicità. Per questo motivo non si accetta di sottostare a nulla e a nessuno che limitino il proprio desiderio di libertà. Perché si vuole essere liberi? Perché Ātman è libero e tutti, confusamente, presentono di aver perduto la propria libertà, la libertà del proprio Sé. In realtà nessuno l’ha mai perduta veramente: semplicemente non si è più in grado di riconoscerla. Quando si è convinti d’essere un corpo, da esso si sono ricevuti piaceri e bisogna esserne grati ad altri: si dipende, dunque, da altri. Questo perché il corpo è contingente, limitato, mutevole ed è relazionato con altre persone e circostanze. L’uomo comune vuole raggiungere la natura del Sé attraverso il corpo, la mente e l’intelletto. A questo fine gonfia artificialmente il proprio ego (aham), per affermare la propria immagine davanti a se stesso, davanti agli altri e, così facendo, dispiega indefinitamente le sue “proprietà” (mama) nel mondo esterno. L’ego e il “mio” si espandono perseguendo i desideri mondani, che però nascondono l’inappagato desiderio per il mokṣa. Un vivekin, inizia la sua discriminazione chiedendosi perché ci siano tutte queste bramosie. Tutti vogliono essere sicuri, immortali, vogliono sapere, essere onniscienti, essere felici. Se qualcosa sfugge alla loro comprensione o al loro controllo, allora ne sminuiscono l’importanza, perché non possono sopportare l’insuccesso in questo tentativo di realizzare l’Assoluto (paramārtha) nell’esistenza empirica (vyāvahārika sattā). Il dubbio e l’ignoranza diventano insopportabili perché denunciano l’impossibilità di raggiungere una conoscenza infinita nel dominio del finito. La conoscenza infinita è Ātman. Si sente la mancanza dell’Ātman e perciò si prova questo senso di sofferenza, di limitazione e di incompletezza. Si cerca di sapere il più possibile, ma non ci si riesce; si minimizza l’importanza di ciò che ancora sfugge alla comprensione. L’individuo si sente orgoglioso della sua conoscenza limitata: sa poco, ma vuole che questa sua piccola conoscenza sia la conoscenza completa.

L’ego, in verità, è solo ajñāna. Cerca di ottenere l’Ātman attraverso l’anātman. Non vuole sottostare a nessuno, a nessuna regola, a nessuna ingiunzione perché vuole essere libero, ma l’unica libertà è l’Ātma jñāna. La superbia e la prepotenza dell’egoismo (asmitā) sono tentativi del jīva per raggiungere la natura del Sé attraverso l’esistenza individuale (jīva bhava), il corpo, la mente, l’intelletto. Il jīva lotta per ottenerla senza sapere quale sia la direzione giusta in cui cercare. Entra in conflitto per denaro, per lo status sociale, per la fama, usando violenza, sopraffacendo gli altri. Se qualcuno minaccia la sua individualità, il jīva ne rimane ferito. Ma se si riduce, rimuove e dissolve quell’ego che sta ostruendo la conoscenza del vero Ātman, allora si realizza che la propria vera natura è quel Sé onnipervadente, beato, esistenza eterna e onnisciente: eternità è sat, onniscienza è cit e pienezza di beatitudine è ānanda. Con beatitudine si deve intendere tutta la libertà e tutta la sicurezza. La totale sicurezza significa mancanza di paura (abhaya). Questa è la vera natura di ciascuno. Sentendone la mancanza, vivendo dunque nella paura (bhaya), il jīva lotta duramente contro ciò che ritiene un ostacolo per la propria affermazione. Cerca di ottenere la felicità terrena (laukika sukha) attraverso l’individualità (jīvabhava), ovunque e in qualsiasi forma sia. Tuttavia è impossibile raggiungere così la vera felicità eterna (nitya ānanda). Non si deve però pensare che questo errore di prospettiva sia dovuto a superbia o a malvagità. Si tratta d’ignoranza (avidyā o ajñāna). Nel Vedānta il problema morale del vizio e del male non ha alcuno spazio. Il vero problema è solo l’ajñāna e come rimuoverlo. L’aspirazione alla felicità non è qualcosa di riprovevole, anzi, è il primo stimolo necessario per cercare la Liberazione. Riprovevole è cercare la felicità nella direzione sbagliata a causa della propria ignoranza. Il jīva, in realtà, è quel Sé assolutamente perfetto (paripūrṇa Ātman) di cui sente la mancanza; non è affatto quella piccola cosa che crede di essere. Non può sopportare questa deficienza, perché intuisce che è privo di qualcosa che gli sarebbe naturale. Jīvātman è l’Ātman che vuole ritornare alla sua vera natura di Sé. Per questo ogni jīva soffre. Nelle sue conquiste mondane pensa di ottenere la felicità assoluta, mentre tutti i desideri terreni sono false espressioni del desiderio reale per mokṣa, la sua vera aspirazione. Finché a causa dell’ignoranza egli cercherà la libertà suprema nella direzione sbagliata, invaderà la sfera delle libertà altrui, commettendo soprusi e prepotenze. Il male è solo un riflesso secondario dell’avidyā. Allorché qualcuno dalla mente più pura capisce che sta cercando mokṣa dove non c’è, per lui allora sarà facile correggersi e cambiare la direzione in cui guardare. Diventerà così un cercatore della conoscenza (jijñāsu), un aspirante alla liberazione (mumukṣu).

Mokṣa significa libertà dalla limitazione prodotta dall’ignoranza per tornare allo stato naturale, cioè di Brahmātman. L’individuo ha perso consapevolezza della sua natura e vuole riappropriarsene. È così insoddisfatto perché ha perso Se stesso. Come s’è detto, a questo fine la gente lotta e cerca di risolvere in modo effimero la propria insoddisfazione. L’appagamento dura ore, giorni e poi ricade nello scontento. Anche se si rimane felici per cento giorni e poi si ritorna all’infelicità per qualche ora, non ci si consola mai col pensiero: “Però sono stato felice per ben cento giorni.” Il jīva non riesce a sopportare nemmeno un minimo di sofferenza perché vuole essere eternamente felice e, oscuramente, presagisce che la libertà data dai piaceri mondani è limitata. Persino coloro che compiono le peggiori atrocità sono convinti di essere buoni, di agire spinti da una ragione superiore, avendo tutti un istintivo riconoscimento della purezza dell’Ātman che è nella loro natura, anche se non ne sono consapevoli. Pensano che il loro comportamento sia naturale: anche il malvagio, quello che noi chiamiamo mānuṣya rakṣas (demonio umano), si sente come tutti gli altri, con gli stessi desideri. Coloro che subiscono il suo comportamento stentano a riconoscergli questo aspetto. Ma se si dimentica per un attimo la propria sofferenza e ci si sforza a considerare il suo punto di vista, si comprende che anch’egli ama se stesso, la moglie, i figli, gli amici che a loro volta lo amano: per quanto in forma errata, anche il malvagio esercita il suo amore naturale per l’Ātman.

L’Ātman è sempre puro, anche in colui che compie azioni che comportano colpa (pāpa). Per questa ragione noi vedāntin affermiamo che l’errore consiste nell’ignoranza. L’uomo ordinario ha confuso l’Ātman con il proprio corpo, con la propria mente, con il proprio intelletto. Si rivolge agli oggetti che appartengono al mondo esterno per impadronirsene; cerca in questo modo di colmare le manchevolezze del proprio jīva ampliando il raggio di dominio dell’aham e ingrossando il suo mama.

Se si rivolge verso l’interno la propria mente, che per abitudine innata è sempre estroversa, allora diventa naturalmente pacificata. È come quando si guarda il proprio riflesso nello specchio: nella mente rivolta verso il proprio Sé si vede il riflesso di Ātman. In questo stato di pacificazione, si ritrova l’intima felicità che ricrea lo stato di totale appagamento naturale. Da quanto precede si può comprendere in che senso dietro a qualsiasi desiderio, anche a quello più profano, si celi l’unico vero desiderio, quello per il mokṣa. La persona che così conosce rinuncia a tutti i desideri transitori e contingenti, espressioni diverse, distorte, illusorie, segni, sotto forma empirica, dell’aspirazione per mokṣa o il mumukṣutva, vale a dire la mumukṣā. Quando si vive un piacere, se ne deve fruire intensamente non per quello che è, ma per quello che rappresenta. I piaceri del mondo acquisiti onestamente secondo il Dharma, non devono essere rigettati, ma essere oggetto di fruizione (bhoga), come un dono di Īśvara. Quando il sādhaka compie le azioni della vita come fossero un sacrificio (yajña), con distacco nei confronti dei suoi risultati (karma phala), il benessere che comunque ne deriva diventa parte di quel karma yoga di preparazione per affrontare il jñāna.

Questo mondo è limitato da azioni diverse da quelle fatte in sacrificio, o figlio di Kuntī. Libero

d'attaccamento, compile come un sacrificio.[2]

Quando poi arriva all’insegnamento vedāntico, egli riconosce che quello era il vero scopo di tanti tentativi inconsulti compiuti per l’ottenimento della felicità. Infatti l’azione si distingue in tre fasi o tre livelli: sakāma karma, gli atti compiuti per soddisfare i desideri mondani, tipico delle persone ordinarie; niśkāma karma, azione compiuta con distacco per i risultati durante il karma yoga di preparazione alla conoscenza.

Qui, nel dominio del karma yoga non c'è perdita [degli effetti] di quelle buone intenzioni; né alcuna colpa

può permanere. Anche un po' di questa retta disciplina ti libera da grandi pericoli.[3]

Infine il sarva karma saṃnyāsa, la rinuncia totale all’azione corrisponde all’entrata nella via della conoscenza (jñāna mārga) dell’Advaita Vedānta:

Colui che rinuncia a tutti gli oggetti dei desideri si muove senza cercare nulla, e libero del tutto

dal senso del ‘mio’ e dell’‘io’, conquista la pace.[4]

Da quest’ultima citazione si deduce che la rinuncia a tutti i desideri non include l’abbandono dell’aspirazione al mokṣa. Anzi, è proprio il sarva karma saṃnyāsa che, esaltando il senso della mumukṣā, conduce al mokṣa, la meta ultima della vita umana (param puruṣārtha). Infatti, mentre tutti i desideri si rivolgono a dei fini che sono altro da se stesso, l’aspirazione al mokṣa è il desiderio di riconoscere che non si è altro dal Sé non duale.

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[1] XXIII Upadeśa, 27.11.2017

[2] Bhagavad Gītā, III.9.

[3] BhG II.40.

[4] BhG II.71.