H) Jīvatva appare perché Ātman non è conosciuto

Ora rivolgiamo la nostra attenzione all’esempio portato come prova (dārṣṭāntika). Poiché non conosciamo la vera natura del nostro Ātman, siamo sottoposti a jīvatva, ossia alla condizione individuale. Proprio come nella penombra la corda non è conosciuta per quello che è, e la gente la prende erroneamente per un serpente, similmente, per ignoranza della nostra vera natura in quanto Śiva, questo jīvatva appare a essa sovrapposto.

In questo contesto esiste un forte rapporto di somiglianza tra il simbolo e il simboleggiato, perché colui che confonde l’Ātman con il jīvātman è portato a credere di essere identificato al corpo, al prāṇa, alla mente, all’intelletto e all’ego. Proprio come la persona dissennata, senza riconoscere la corda per quello che è, immagina di vedere in essa un cappuccio, una coda e una forma sinuosa e allora si spaventa pensando che sia un serpente, allo stesso modo l’ignorante s’immagina d’avere una stretta relazione con il corpo, la forza vitale, la mente ecc. Perciò compie vari errori di valutazione, pensando: «Io sono nato, sono cresciuto, soffro, morirò e rinascerò». E di ciò prova sofferenza. Se si osserva attentamente, come non esiste la minima traccia del serpente nella corda, così nell’Ātman, che è il Testimone cosciente, non c’è alcuna traccia di jīvātva. Come una persona, dopo aver esaminato l’oggetto con attenzione, acquisisce la corretta conoscenza della corda in quanto oggetto reale, e perciò si libera della paura del serpente, allo stesso modo il jijñāsu, in forza della sua conoscenza intuitiva di essere Śiva (Śivatva), si sbarazza della sua apparente condizione di trasmigrante (saṃsāritva).

Obiezione: Se il pensiero di essere il jīva è bhrānti, allora quale prova (pramāṇa) si può addurre per affermare che l’idea di essere Śiva non sia anch’essa bhrānti? Come il pensiero di jīvatva è smascherato dai validi mezzi di conoscenza, così la possibilità della conoscenza di Śivatva può essere contraddetta.

Risposta: Non c’è ragione per tale timore. Perché il pensiero di essere un jīva è il risultato di credere all’innata relazione con corpo, sensi ecc., che appare in un particolare stato di coscienza, cioè quelli di veglia o di sogno, come se fosse un dato metafisico (paramārtha). Ma la conoscenza intuitiva di essere Śiva o caitanya svarūpa scaturisce dall’intuizione sperimentata del kūtaṣṭhanitya caitanya, che è privo di ogni relazione con qualsiasi stato di coscienza e con qualsiasi limitazione di tempo. Nel caso di un oggetto sottomesso al tempo esiste la paura che possa cambiare completamente il suo modo di essere. Ma come si può asserire che per la propria natura assoluta (paramārtha svarūpa), che è al di là del tempo, sia possibile un tale cambiamento?

I) Lo Śiva svarūpa può essere conosciuto tramite l’insegnamento spirituale di un vero guru

Rimane un altro punto da discutere. Dato che anche i vedāntin che affermano di non essere jīva compiono le loro azioni quotidiane come tutti gli altri, con quale pramāṇa si può dimostrare che jīvātman scompare e che in suo luogo emerge Śivatva?

La soluzione di questo dubbio è la seguente: nell’esempio della corda e del serpente abbiamo chiaramente evidenziato che il serpente non esisteva nemmeno all’inizio, quando la persona era ancora in preda l’illusione. Però, dopo aver raggiunto la corretta conoscenza della realtà della corda, non si può affermare che il serpente se ne sia andato via [in quanto, in verità, non era mai venuto]. Allo stesso modo abbiamo sostenuto che Śiva svarūpa è l’ultima assoluta realtà, mentre il jīvātva è causato dall’errore e, a dire il vero, non esiste affatto. Stando così le cose, che senso ha dire che jīvatva scompare ed appare Śivatva? Noi siamo sempre Śiva svarūpa!

Non è necessario un pramāṇa per affermare che noi siamo Śiva svarūpa, perché la nostra reale natura non è mai sconosciuta. Se per caso, mentre una persona sta scambiando nella penombra una corda per un serpente, ci fosse lì un jñāni a guidarlo e a istruirlo, dicendo: «Questa è una corda, non un serpente», immediatamente l’errore svanirebbe. Se la persona che soggiace all’illusione dell’errore o del dubbio fosse istruita da qualcuno sull’oggetto reale, si convincerebbe che è una corda solamente toccandola ed esaminando l’oggetto con l’aiuto di una lampada. Questo caso è tuttavia diverso da quello del nostro Ātman svarūpa: per intuirlo direttamente non c’è bisogno di alcun pramāṇa né di alcun altro mezzo. L’Ātman è di per se stesso l’essenza di caitanya prakāśa, ossia della pura coscienza autoluminosa. Perciò è sufficiente che il guru istruisca in questo modo: «Tu non sei il corpo, i sensi ecc.; in verità il tuo ultimo svarūpa è Paramaśiva». Com’è spiegato nei versi precedenti, solamente con questo insegnamento al jijñāsu sorge istantaneamente questa esperienza intuitiva: «“Io” sono proprio Sākṣin caitanya che conosce direttamente il corpo, i sensi ecc.».

Molti che si dichiarano vedāntin affermano di non essere il corpo, i sensi, e di essere della natura di Śiva. Ma la loro è soltanto una teoria letta negli śāstra o tratta dalla spiegazione tradizionale impartita pubblicamente da qualche paṇḍita. Tuttavia, non è questo il caso di coloro che hanno raggiunto realmente l’esperienza intuitiva d’essere l’Ātman svarūpa grazie all’insegnamento dato da un guru. A differenza degli aspiranti al Vedānta (śraddhā vedāntin) precedentemente descritti, questi ultimi non possiedono un forte senso d’identificazione con il saṃsāra; perciò, a differenza degli altri, non sono afflitti o toccati da śoka, sofferenza, o moha, illusione. Non solo questo: anche coloro ai quali tali jñāni espongono il tattva (l’ultima realtà di Ātman), intuiscono la realtà e come risultato si liberano del loro śoka e moha. Così, coloro che semplicemente ripetono quanto hanno letto nello śāstra non dovrebbero essere portati ad esempio; dovrebbero essere seguiti e imitati solo quei sādhaka che hanno intuito l’ultima realtà di Brahmanātman e che sono inoltre capaci di indurre anche altri a intuire l’Ātman svarūpa, impegnati a rendere capaci gli altri a raggiungere l’esperienza intuitiva del Sākṣin (tattva sākṣātkāra). Tali grandi personalità sono degne d’ogni fiducia (āpta). Riportandoci all’esempio di prima, l’affermazione di chi è degno di fiducia (āpta vacana) sulla realtà della corda, deve essere intesa come un vero e proprio pramāṇa che rimuove o, piuttosto, smaschera l’inganno della corda-serpente assieme al conseguente spavento. Così l’autorevolezza (āpta vacana) di un vero guru, che ha raggiunto per sempre l’esperienza intuitiva del paramārtha svarūpa, diventa il valido mezzo per insegnarci il nostro Śiva svarūpa e per rimuovere da noi la paura del saṃsāra, poiché egli è eternamente stabilito nell’Essere (nitya siddha).

Obiezione: Molti hanno ascoltato da grandi maestri insegnamenti spirituali come: «In verità tu sei Īśvara, non un jīva». Eppure, anche in quel caso, dopo avere ascoltato, non si sono liberati dall’illusione del saṃsāra; come mai?

Risposta: Abbiamo già risposto a questa domanda. Perché, come di regola quelli che insegnano la Realtà (tattva) devono necessariamente averla intuita, così si richiede che quelli che ascoltano questo insegnamento, debbano necessariamente avere le qualifiche adatte. Inoltre, il Vedānta śrāvaṇa non è semplicemente ascoltare affermazioni o argomentazioni vedāntiche in un paio d’occasioni. Anche nella vita di tutti i giorni coloro che vogliono conoscere un particolare argomento lo indagano assiduamente fino a raggiungere il loro obiettivo e la rimozione di qualsiasi dubbio a riguardo. Allo stesso modo anche in ambito iniziatico è essenziale che il vero cercatore sia dotato di una dedizione costante e determinata (śraddhā), di una tensione interiore (tatparatā) nel dirigere tutti gli sforzi ed energie verso la meta e di ascoltare gli insegnamenti spirituali (śrāvaṇa) del vero maestro con rispetto e devozione. Deve poi riflettere intuitivamente (manana) su quegli insegnamenti e contemplarne (nididhyāsana) la vera portata e il loro significato.

Chi è consapevole afferma: «Questa in verità è una corda». Invece la persona radicata nell’errore, afferma: «Questo è veramente un serpente» Essendone convinto, non esamina l’oggetto direttamente, perciò come potrebbe riconoscerlo come una corda? Analogamente, coloro che continuano ad ascoltare l’insegnamento vedāntico da un lato, ma che persistono ad alimentare la mente con pensieri che rafforzano la credenza che il mondo sia davvero reale, non potranno mai cogliere il vero frutto del Vedānta śrāvaṇa. L’ascolto vedāntico ricevuto superficialmente può saltuariamente dare un certo beneficio. Ma uno śrāvaṇa così superficiale non potrà mai produrre un istantaneo e immediato risultato qui e ora, in questa vita. Cioè non porterà a raggiungere la natura essenziale del Sé-Testimone (Ātman sākṣātkāra), che è l’esperienza intuitiva della pura Coscienza. Il fatto che noi tutti siamo della natura di Śiva è una verità assoluta, ed è certo che ciò può essere raggiunto esclusivamente per mezzo della conoscenza intuitiva (jñāna). Ma coloro che non hanno mai praticato o seguito preliminarmente le discipline spirituali basate sulla certezza dell’intenzione (śraddhā), del desiderio incrollabile (tatparatā), del controllo dei sensi (indriya nigraha), della venerazione per il maestro (guruseva), della cerca del Vero (tattva vicāra) ecc., non possono raggiungere jñāna. Perciò è certo che se un mumukṣu, che abbia dapprima acquisito tutte le qualifiche di un cuore e una mente purificati, segue poi l’insegnamento orale sul significato dei mahāvākya upaniṣadici e ne assimila il loro vero contenuto, alla fine sicuramente raggiungerà la conoscenza del Sé (Ātmajñāna).