Śrī  Śrī  Svāmī  Hariharanānda  Sarasvatī  Karpātrījī  Mahārāja

Il Principio Gaṇapati[1]

A cura di Saumya Devī

 

Gaṇapati Tattva è il Principio supremo, nella sua totalità (pūrṇa paramatattva), che governa l'intero universo (jagat). Infatti Gaṇapati è il signore dei gaṇa. La parola gaṇa indica un gruppo, un insieme, una molteplicità: “La parola gaṇa è detta avere il significato di un gruppo, un insieme.” Si definisce Gaṇapati come l'Ātman supremo che sostiene la molteplicità [delle cose esistenti]. Si definisce Gaṇapati anche come il Signore degli dèi, ecc. Oppure: “Gaṇapati è il Signore di insiemi [di elementi o principi] quali l’intelletto, ecc.”. Oppure: “Brahman privo di attributi, Brahman provvisto di attributi, Signore dei gaṇa è Gaṇapati”. Gaṇapati è l'Ātman supremo che conferisce esistenza (sattā) e fa apparire (sphūrti) ogni tipo di insieme [di elementi o principi]. Si intende affermare che, in base alle regole [della similitudine come in]:

L'etere è Brahman, poiché è evidente un’indicazione [simbolica] di Brahman[2],

quel Principio a cui sono attribuite le qualità di manifestazione, mantenimento, distruzione, reggenza e sostentamento dell'universo -[qualità proprie] di Brahman (brahmatattva)- è Brahman stesso. Come dalla śruti:

 

In verità queste cose sono nate dal divino etere[3],

si apprende che l’etere (ākāśa) è il principio causale di manifestazione e mantenimento dell'universo, così dalle parole di Gaṇapatyatharvaśīrṣa I:

 

Oṃ, omaggio a Te Gaṇapati, Tu solo invero sei l'agente, Tu solo invero sei il reggitore, Tu solo invero sei il distruttore, Tu solo invero sei tutto questo [universo], Tu sei Brahman,

 

ecc., si evince che Gaṇapati è Brahman stesso.

[Questo principio] sottilissimo, che è al di là delle facoltà di conoscenza e di azione, ecc., può essere descritto solo con il supporto dello Śāstra. Come la percezione (avagati) della parola può avvenire solo tramite l'udito, così l'Intuizione (avagati) del Principio supremo nella sua totalità (pūrṇa paramatattva) può avvenire solo tramite lo Śāstra. Appare infatti evidente da aforismi della śruti e da varie altre affermazioni quali:

Quel Puruṣa che può essere conosciuto solo dalle Upaniṣad[4]

e:

Che sono la matrice degli Śāstra[5],

 

ecc., che Brahman, causa dell'intero universo, può essere percepito o avvicinato solo tramite lo Śāstra. Se l'Intuizione (avagati) del Principio supremo (vastutattva) fosse possibile tramite autorevoli mezzi di conoscenza (pramāṇa) diversi dallo Śāstra, allora lo Śāstra diventerebbe una questione senza senso, un mero oggetto di commenti e spiegazioni. Quindi l'autorevole mezzo di conoscenza per ottenere l'Intuizione di Gaṇapati Tattva è principalmente lo Śāstra. Dallo Śāstra si apprende che Gaṇapati è il Signore dell'intero universo visibile; infatti “Le cose conosciute, che sono enumerate, sono molteplici”, ossia, secondo questa spiegazione etimologica, gaṇa non è altro che tutto ciò che è visibile; il substrato di ciò è Gaṇapati. Lo stato [originario] e la manifestazione di tutto ciò che è immaginato come esistente si hanno per mezzo di un substrato, quindi il Signore di tutto ciò che è immaginato esistere è legato a tale substrato. Qualcuno potrebbe obiettare che nei diversi purāṇa i vari dèi Śiva, Viṣṇu, Sūrya, Śakti, ecc. sono tutti considerati essere la Realtà ultima (brahmarūpa). Poiché l'Assoluto (brahmatattva) è uno [senza secondo], come ha potuto nei differenti purāṇa ottenere molteplici forme? La risposta è la seguente: attraverso l’attività della sua Potenza (līlā-śākti) - che è inconcepibile e incomprensibile (acintya) - il Principio supremo (paramatattva), uno senza secondo, si manifesta dotato di differenti qualità, di nome e forma per consentire i vari tipi di perfezionamento stabiliti per i diversi upāsaka. Gli upāsaka meditano sull'Assoluto (brahmatattva) provvisto di attributi come quelli di conferire ricchezza, realizzare tutti i desideri, concedere ogni sorta di beatitudine e di virtuose inclinazioni.[6] Attraverso la meditazione sull'Assoluto provvisto di attributi gli upāsaka acquisiscono, come frutto della concentrazione, le qualità caratteristiche dell'Oggetto su cui hanno meditato. Esattamente nello stesso modo, il Principio assoluto, acquisendo principalmente la qualità di distruttore di ogni ostacolo, appare sotto forma di Gaṇapati.

Si potrebbe obbiettare che in questo modo tutti gli dèi, secondo i diversi desideri ed inclinazioni [dell’upāsaka], potrebbero essere Brahman stesso; non solo, ma giacché l'intera manifestazione (prapañca) è l'Assoluto (brahmatattva), allora perché proprio Gaṇapati, in particolare, è detto essere Brahman? La risposta è la seguente: fondamentalmente le divinità prescelte e tutte le cose possono essere definite della natura di Brahman divisibile (sakala brahmarūpa), tuttavia il Brahmatva dotato di una serie di determinate qualità può essere conosciuto solo tramite lo Śāstra. In altre parole, è Brahman qualunque principio - con i suoi determinati nome, forma e qualità - sia definito dallo Śāstra come Brahman, perché, come è già stato detto, solo lo Śāstra è l'autorevole mezzo di conoscenza del Principio (vastu), che è al di là delle facoltà di sensazione e di azione, ecc. Lo Śāstra consiste principalmente nel Veda, nella Smr̥ti, negli Itihāsa e nei Purāṇa in accordo con i Veda. L'argomento sarà ampiamente trattato in seguito. Lo Śāstra afferma che Gaṇapati è Brahman supremo nella sua totalità (pūrṇa parabrahma). Nella śruti del Gaṇapatyatharvaśīrṣa sopracitato, si dice di Gaṇapati: “Tu invero sei il Principio direttamente percepibile”. Questo implica che nella reale natura di Gaṇapati troviamo sia l'uomo sia l'elefante. [La coesistenza in Gaṇapati dell'uomo e dell'elefante], apparentemente e reciprocamente inconciliabili, indica l'identità o la non distinzione tra il principio tat e il principio tvaṃ, laddove il principio tat è il Sé supremo, causa dell'intero universo, onnisciente, onnipotente, e il principio tvaṃ è il sé individuale sottoposto all'ignoranza e privo di potenza. Che i due siano uno è contrario all’apparenza; tuttavia la loro unicità (aikya) diventa evidente se si tralascia l’apparente opposizione basata sulle caratteristiche proprie dell'uno e dell'altro. L'unicità [di natura] tra uomo e elefante è inconcepibile nel mondo [degli uomini], tuttavia essa è reale in Dio (Bhagavān), substrato del dharma al di là degli opposti. Il Principio indicato in senso figurato dalla parola tat è Satyaṃ Jñānaṃ Anantaṃ Brahma,[7] il Brahman supremo privo di attributi e di sovrapposizioni avventizie; allo stesso modo il Principio indicato dalla parola tvaṃ è Brahman qualificato da sovrapposizioni avventizie, Brahman sotto forma di universo manifestato. L'essenza (rasa) unica e indivisa di tat e tvaṃ è resa evidente dalla parola asi, sei [as, verbo essere]. Allo stesso modo l'unicità di natura essenziale tra l'uomo e l'elefante è evidente nella natura essenziale di Gaṇapati. La parola tvaṃ indica la vera natura essenziale dell'uomo; la parola tat indica la vera natura essenziale dell'elefante; l'essenza (rasa) unica e indivisa di tat e tvaṃ è resa evidente dalla parola asi, sei, sotto forma di Gaṇapati.

Negli Śāstra con il termine nara, uomo, si definisce Brahman condizionato (sopādhika), che consiste nel praṇava [il monosillabo sacro Oṃ]:

Gli uomini saggi chiamano narāṇi i princìpi, poiché l’Essere proviene da Nara.[8]

Negli Śāstra il significato della parola gaja, elefante, è il seguente:

‘Ga’ è il Principio supremo (paramatattva) che gli yogī ottengono con il samādhi; come nello specchio

appare il riflesso, così ‘ja’ è ciò attraverso cui appare l’universo manifestato (prapañca)

che consiste nel praṇava, della natura essenziale di causa ed effetto.

Questo è confermato da aforismi quali:

Ciò da cui sono derivate la nascita, ecc. di questo [mondo][9];

Ciò da cui ha avuto origine la terra, il cielo e l’universo, ecc.

Il tu (tvaṃ), dotato di condizioni limitative [upādhi], è il corpo dell’uomo-Gaṇeśa dal collo ai piedi. Poiché è dotato di condizioni limitative è inferiore rispetto all’Assoluto incondizionato; quindi è rappresentato dalla parte inferiore del corpo. Il principio tat, il Supremo incondizionato, assume la forma di elefante: è la sezione dalla gola alla sommità del capo di Gaṇeśa; poiché è incondizionato è la [parte] superiore [del corpo]. L’intero corpo di Gaṇeśa, dalla testa ai piedi, è il principio asi, l’Essenza una e indivisa (akhaṇḍaikarasa). Gaṇeśa ha un’unica zanna (ekadanta). Il termine uno, eka, denota Māyā, la potenza di Brahman di far apparire l’universo; la parola zanna, danta, indica il possessore di Māyā. Il Maudgala Purāṇa afferma:

 

Māyā è l’essenza della parola Uno, Ek, da cui tutto è manifestato. Zanna significa substrato

della Realtà, quindi Esso è detto essere il possessore[10] di Māyā.

 

Cioè Gaṇeśa è definito Ekadanta perché in Lui vi è l’unione di Māyā e del possessore di Māyā. Gaṇeśa è curvo, piegato, [non retto] (vakratuṇḍa), “Dotato di un volto la cui natura è curva”. Ciò che è curvo è definito vakra; la natura di Ātman è curva perché, mentre l’intero universo è alla portata della mente e della parola, Ātman non può essere oggetto di conoscenza per la mente e la parola.[11] Per questo vi sono affermazioni quali:

Ciò da cui [dal Sé incondizionato] le parole tornano indietro, assieme alla mente, non potendolo raggiungere.[12]

E ancora:

La parte dalla gola in basso è Māyā, è unita con il capo che è detto essere Brahman.

Poiché è chiamato curvo, Egli è il signore degli ostacoli, quindi è chiamato ‘Colui che ha la proboscide curva’.[13]

Gaṇeśa è dotato di quattro braccia (caturbhuja). Egli è il fondatore delle divinità, degli uomini, degli asura e dei nāga; è anche il fondatore delle quattro caste e dei quattro Veda. E ancora:

Questo giovane (bālaka) [elefante] pone gli dèi nei cieli, gli uomini sulla terra, gli asura e i nāga negli inferi.

Poiché egli mette in azione i [quattro mahā]tattva e i vipra [i sacerdoti, quindi le quattro caste] Egli è chiamato ‘con quattro braccia’ (caturbhuja).

Egli è lodato come il fondatore delle quattro divisioni.[14]

Al fine di trasmettere l’influenza spirituale (anugraha) al devoto, Egli tiene in due mani il cappio e il pungolo, mentre le altre due mostrano il gesto del conferimento di benevolenza/doni e del non timore. Il cappio cattura il nemico, che si presenta al devoto sotto forma di illusorietà (moha); il pungolo è Brahman sotto forma di controllore dell’intero universo. La sua zanna è Brahman che distrugge i malvagi; la mano nel gesto di conferire doni è Brahman che esaudisce ogni desiderio. Il veicolo del signore Gaṇeśa è il topo (mūṣaka). Il topo è il reggitore interno (antaryāmī) di tutti gli esseri, risiede nella cavità del cuore di tutti gli esseri viventi, è il fruitore degli oggetti di fruizione di tutte le creature. Esso è anche un ladro perché sottrae alle creature ogni cosa, rimanendo ignoto. Nessuno lo conosce, ma sotto forma di reggitore interno (antaryāmī), celato dalla māyā, egli è il fruitore di tutto il fruibile. Per questo è definito “Il fruitore di tutte le ascesi”. La parola mūṣaka deriva dalla radice verbale muṣ, rubare. Come il topo, pur derubando gli esseri viventi di ogni oggetto di fruizione, rimane esente da meriti e da colpe, così anche il reggitore interno (antaryāmī), celato dalla Māyā, pur essendo il fruitore di tutto il fruibile, è scevro di meriti e colpe. Quel reggitore interno assume la forma di un topo per servire Gaṇapati come suo veicolo.

Il topo è detto essere il veicolo ed essi lo vedono come il veicolo supremo.

Quale avente il topo come veicolo, Egli è menzionato nel Veda.

Muṣ è invero la radice [che significa rubare], quindi [la parola mūṣaka] deve essere compresa come “il ladro”, il Brahman.

Brahman partecipa di tutto ciò che è dotato di nome e forma, pur essendo colui che lo produce.

Brahman è il fruitore di ogni fruizione, ma non è l’agente.

Coloro che sono identificati con l’ahaṃkāra non lo conoscono perché sono illusi.

E Īśvara, il fruitore di ogni cosa, sta lì come un ladro.

Il topo invero è chiamato colui che mette in movimento tutti gli esseri umani.[15]

Il signore Gaṇeśa è lambodara [dal grosso ventre] perché l’intero mondo (prapañca) è contenuto nel suo addome ed Egli stesso non è contenuto in nessun ventre. Si dice: “Non vi è dubbio che i diversi universi siano sorti dal suo ventre”. Gaṇeśa ha l’orecchio (karṇa) simile a un ventilabro (śūrpa): egli è quindi śūrpa-karṇa perché come un ventilabro allontana la polvere delle colpe e dei meriti e permette di ottenere Brahman, com’è descritto dalla bocca dei nobili yogī e udito dagli eccelsi cercatori della Conoscenza al cuore dei quali Egli è caro.

Come il ventilabro rimuove le impurità dal grano polveroso,

cosicché quel grano diviene adatto agli uomini desiderosi di cibo,

similmente, o Sundari, non si ottiene Brahman, il quale è unito alle produzioni di Māyā, abbandonando

l’upāsana di Colui i cui orecchi sono come un ventilabro.

Avendo preso rifugio nei suoi orecchi simili a un ventilabro e avendo abbandonato le produzioni/modificazioni simili a polvere [di Māyā],[16] egli diviene [un conoscitore del] Brahman tra gli uomini e così egli è ricordato.[17]

Gaṇeśa è il sommo tra gli eccelsi (jeṣṭharāja). Egli è a capo di tutti gli [esseri] eccelsi oppure sta in mezzo a tutti gli [esseri] eccelsi come Brahmā, ecc. Questo Gaṇeśa, soddisfatto dell’ascesi compiuta da Śiva e da Pārvatī, si è manifestato sotto forma di figlio di Pārvatī.

Come Śrī Rāmacandra e Śrī Kr̥ṣṇacandra che, pur essendosi manifestati sotto forma di figli di Daśaratha e di Vasudeva, non sono a loro inferiori, così anche il signore Gaṇeśa pur essendosi manifestato sotto forma di figlio di Śiva e Pārvatī non è a loro inferiore; non c’è quindi da stupirsi se Egli è presente e venerato in occasione del loro matrimonio. Nel Brahmavaivarta Purāṇa è scritto che il Sé supremo Śrī Kr̥ṣṇa, il Brahman supremo nella sua totalità, che risiede nel Goloka, in seguito all’ascesi compiuta da Pārvatī, si è manifestato sotto forma di Gaṇapati. Quindi Gaṇapati, Śrī Kr̥ṣṇa, Śiva, ecc. sono un unico Principio. Il seguente mantra indica questo stesso Principio Gaṇapati:

 “Noi ti invochiamo, o Gaṇapati, Signore dei gaṇa, Sapiente tra i sapienti, il più elevato nella gloria,

il Signore più antico, [Tu che] tra i brahmaṇa [sei] il Signore delle invocazioni,

ascolta la nostra richiesta, risiedi nell’altare sacrificale.”[18]

Anche nello Yajurveda vi è un mantra analogo in lode a Gaṇapati: “Noi ti invochiamo o Gaṇapati, Signore dei gaṇa”,[19] ecc. Il mantra del R̥gveda intende elogiare Gaṇapati. Anche se il viniyoga[20] del mantra dello Yajurveda è una lode al cavallo, tuttavia, poiché le qualità descritte nella formula non si ritrovano nel cavallo, ne risulta che attraverso il cavallo si intende invece lodare Gaṇapati. L’upāsaka qualificato prega Gaṇapati secondo il seguente significato del mantra:

O reggitore interno di tutti gli esseri! Io invoco te quale sostrato e testimone della totalità degli dèi e di tutti gli esseri, come ciò che è caro ai prediletti, come l’Amato supremo per gli amanti, quale Signore che, con una

frazione (aṃśa) di Se stesso, sostiene i fruitori delle gioie mondane attraverso la suprema

Beatitudine sovramondana. Prenditi cura anche di me conferendomi la Beatitudine,

che è la tua vera natura. Concedimi la grazia (anugraha) di portare nel cuore,

attraverso antaḥkaraṇa purificato, quella Coscienza onnipervadente

che depone l’embrione – il riflesso della Coscienza – in prakr̥ti,

la matrice che manifesta l’universo.[21][…].[22]

Quindi il Gaṇapati Tattva, esposto dal mantra, è ciò che rimuove ogni ostacolo. Nel dodicesimo mantra del Gaṇapatyatharvaśīrṣa si dice:

Rendo omaggio a Te, che rimuovi gli ostacoli, che sei il figlio di Śiva e la personificazione del conferimento di doni.

Sāyaṇācārya, commentando il suddetto mantra, dice che Gaṇeśa distrugge la paura generata dal tempo poiché conferisce lo stato di immortalità. Nello Skanda e nel Mugdala Purāṇa incontriamo il seguente racconto relativo alla grandezza di Vināyaka: un Re di nome Abhinandana iniziò un sacrificio privo di offerte per Indra. Quando Indra lo seppe si infuriò; chiamò il Tempo (Kāla) e gli ordinò di distruggere il sacrificio. Il Tempo personificato (Kālapuruṣa) per distruggere il sacrificio si manifestò sotto forma di Vighnāsura, il demone ostacolo. L’universo, fatto di nascita e morte, è soggetto al tempo. Il tempo fa muovere il trimundio. L’uomo che ha realizzato Brahman (brahmajñānī puruṣa) vince il tempo e diventa immortale. Lo strumento (sādhana) per la conoscenza di Brahman (brahmajñāna) è il satkarma, l’azione conforme al dharma, prescritta dal Veda e dalla Smr̥ti:

L’essere umano raggiunge la perfezione venerando, attraverso la propria azione [rituale], [Colui dal quale tutti gli esseri hanno origine e tutto l’universo è pervaso].[23]

L’uomo (puruṣa), dall’antaḥkaraṇa purificato attraverso la corretta azione rituale (satkarma), realizza il Principio divino (bhagavattatva sākṣātkāra) e sconfigge il tempo. Sapendo questo, il Tempo si manifestò sotto forma di Vighnāsura per distruggere il satkarma. Privo di satkarma, l’universo è per sempre assoggettato al tempo. Per questo Vighnāsura, la cui vera natura era il tempo, uccise il re Abhinandana e distrusse ovunque, in modo visibile e invisibile, il satkarma. Vaśiṣṭha e gli altri, confusi, si rifugiarono presso Brahmā e, per ordine di questi, pregarono e lodarono il dio Gaṇapati perché nessuna divinità tranne Gaṇapati è in grado di distruggere il tempo. Gaṇeśa è dotato di qualità non comuni per quanto riguarda la distruzione degli ostacoli; questo è risaputo attraverso la Śruti, la Smr̥ti, la condotta e le affermazioni degli uomini virtuosi, le affermazioni sapienziali. Vighnāsura fu sconfitto da Gaṇeśa, ne ottenne la protezione e ubbidì ai suoi ordini. Per questo motivo un altro nome di Gaṇeśa è Vighnarāja, il Sovrano degli ostacoli. Da allora ogni satkarma, intrapreso senza ricordare e venerare Gaṇeśa, sicuramente incorre in un ostacolo. Secondo quanto esposto, l’ostacolo dipende da Bhagavān. Inoltre l’ostacolo, poiché è una forma del tempo, è della natura essenziale di Bhagavān. “Si definisce ostacolo ciò che priva Brahmā, ecc. del potere di manifestare, ecc. l’universo”, cioè Brahmā e gli altri [dèi] non possono agire secondo la propria volontà perché dipendono da vighna, l’ostacolo, che è la totalità di Kārya Brahman, [il non supremo Brahman inteso come un effetto apparente del Supremo]. Ma, attraverso la grazia (anugraha) di Gaṇeśa, essi sono liberi dall’ostacolo e possono essere la causa (karaṇa) e l’effetto (kārya) [dell’universo]. Sia l’ostacolo, vighna, sia Colui che li rimuove, Vināyaka, sono degni di lode perché sono entrambi Bhagavān, perciò durante il puṇyāhavācana[24] si dice: “Possano i gloriosi Vighna [Ostacolo] e Vināyaka [Colui che rimuove l’ostacolo] essere soddisfatti”. Nessuno, a parte Gaṇeśa, può controllare gli ostacoli; infatti nello Yogavāśiṣṭha il Tempo, sotto forma di Vighna, dice a Bhr̥gu il quale stava per lanciare una maledizione:

O muni, non gettare via in un momento di confusione il frutto delle tue austerità!

Come puoi con la tua maledizione bruciare me che non sono bruciato nemmeno dal fuoco della dissoluzione finale?

Abbiamo inghiottito una serie di brahmāṇḍa, divorato innumerevoli Rudra, mangiato una miriade di Visnu,

cos’è che noi non possiamo fare?[25]

Da ciò si evince l’inevitabile insorgere di ostacoli (vighna) sotto forma di tempo, in tutti i satkarma compiuti senza ricordare Gaṇeśa quale strumento che conduce alla Beatitudine suprema (niḥśreyasa-sādhana). Quindi è necessario ricordare Gaṇeśa in tutti i satkarma al fine di evitare gli ostacoli.

Se si afferma che Oṃkāra è il più fausto, che è Oṃkāra a essere ricordato all’inizio di tutte le azioni rituali e le meditazioni descritte nel Veda, allora ricordare Gaṇeśa diventerebbe privo di senso. Questa affermazione non è corretta perché anche Oṃkāra è della vera natura essenziale di Gaṇeśa dotato di attributi (saguṇa Gaṇeśa). Anche il Maudgala Purāṇa dice:

La venerazione di Gaṇeśa e degli altri [dèi] è quadruplice in quanto egli possiede quattro diverse forme.[26]

I Purāṇa, che consistono di ottocento mila versi, furono emessi dalle quattro bocche di Brahmā. Dopo di ciò, alla fine del dvāpara [yuga] Vyāsa compose diciotto Purāṇa maggiori e altri minori per impartire la conoscenza agli esseri del kaliyuga dotati di scarso intelletto.[27] Il primo è il Brāhma Purāṇa in cui vi è la descrizione del Principio Gaṇeśa (Gaṇeśa Tattva), privo di attributi e oltre la portata dell’intelletto (buddhi tattva). L’ultimo è il Brahmāṇḍa Purāṇa in cui si espone la gloria di Gaṇeśa dotato di attributi (saguṇa Gaṇeśa): in particolare Egli, che consiste nel Praṇava, manifesta l’universo (prapañca). Tra i Purāṇa minori vi è il Gaṇeśa Purāṇa, il quale spiega come Gaṇeśa privo di attributi e Gaṇeśa dotato di attributi siano un unico Principio, e descrive l’apparizione della forma di Gaṇeśa con testa di elefante e altre forme. Non sarebbe corretto affermare, a questo punto, che un Purāṇa minore è inferiore a uno maggiore; come Upendra [un epiteto di Viṣṇu] non è inferiore a Indra, così i Purāṇa maggiori non sono inferiori a quelli minori. Maudgala è l’ultimo Purāṇa minore: vi si descrive la grandezza di Gaṇeśa in relazione allo yoga. Analogamente troviamo menzionato il Principio Gaṇeśa (Gaṇeśa Tattva) all’inizio, nel mezzo o alla fine del Veda, di Purāṇa maggiori e di Purāṇa minori. Non solo questo, ma addirittura Brahmā, Viṣṇu, ecc. sono discussi dallo Śāstra solo perché sono una parte (aṃśa) di Gaṇeśa. Alcuni compiono i satkarma invocando Gaṇeśa sotto forma di Sé cosciente (cidātma) presente nell’intelletto (buddhi), altri invocando il Praṇava, altri invocando Gaṇeśa dal corpo con testa di elefante, ecc., altri ancora invocando Gaṇeśa in relazione allo yoga. Si vede quindi Gaṇeśa menzionato, sotto una forma o l’altra, all’inizio di tutte le azioni rituali favorevoli (śubhakārya).

Alcuni affermano che non è frequente rivolgere un’invocazione a Gaṇeśa al momento della morte (prāṇa-prayāṇa) e durante i sacrifici agli antenati (pitṛ-yajña); ma ciò non è corretto, perché il Gaṇeśa-pada che si trova a Gayā conferisce la liberazione agli antenati defunti (pitṛ). Non è proibito venerare Gaṇeśa all’inizio dei sacrifici agli antenati prescritti dal Veda. Quindi anche lì Gaṇeśa è venerato e la sua pūjā è ritenuta opportuna. Ecco perché la Śruti si rivolge al Signore dei gaṇa, Gaṇādhipati, con il termine Jeṣṭharāja, il Sommo tra gli eccelsi, l’antico Sovrano.

Nel Gaṇeśa Purāṇa, Śiva disse nel momento in cui uccideva Tripura:

Sei degno di essere venerato, con molta attenzione, per primo, in tutte le azioni fauste e infauste,

mondane e vediche, dai devoti di Śiva, di Viṣṇu, della Śakti e anche di Sūrya.[28]

Nella Gaṇeśa-Gītā si parla di un’invocazione a Gaṇeśa da pronunciare anche al momento della morte (maraṇa-kāla):

O sovrano, chi mi ricorda con śraddhā quando esala l’ultimo respiro,

ottenuta la mia grazia, più non ritorna nel ciclo dell’esistenza.[29]

Anche nella Gaṇeśa-Tāpinī Upaniṣad si dice:

Gaṇeśa è invero l’Oṃ, il Brahman, chi conosce ciò vede l’universo [idaṃ],

vede qualunque cosa, tutto il passato e tutto il futuro.[30]

In questo modo è provato che Śrī Gaṇeśa è proprio il Sé supremo (paramātmā), Brahman supremo nella sua totalità (pūrṇa parabrahma), privo di attributi (nirguṇa) e [al tempo stesso] dotato di determinati attributi quali la [facoltà di] rimuovere gli ostacoli, ecc., sotto forma di Gajavadana (dotato di testa di elefante), ecc.

Al giorno d’oggi osano esprimere la loro opinione su Śrī Gaṇeśa Tattva alcuni topi di biblioteca che si considerano dei paṇḍita, [mentre] sono solo discepoli di occidentali e hanno la mente, l’intelletto e l’ego (antaḥkaraṇa) viziati da singolari saṃskāra negativi. Come potrebbero esprimere idee contrarie a quelle dei loro ‘maestri’? Essi dicono che inizialmente Gaṇeśa non era una divinità ārya: quando gli ārya sconfissero gli anārya autoctoni, come atto di riconciliazione, inclusero Gaṇeśa tra le loro divinità. Questi cosiddetti studiosi raccolgono qualche Purāṇa, qualche mantra vedico, qualche caupāī[31] e, dimostrando la loro ignoranza, descrivono [quella che secondo loro è] la natura propria di Gaṇapati. Questa loro descrizione oscura completamente la vera natura essenziale di Gaṇapati come è indicata dagli Śāstra. Per quei pochi uomini, che possiedono la conoscenza del Principio, tali assurdità sono da respingere, mentre le stesse sono veridiche per gli stolti, che sono inconsapevoli e mentalmente confusi. E se qualcuno chiedesse a questi gentiluomini: "Come hanno saputo di un Principio chiamato Gaṇeśa? Attraverso quali Śāstra, quali i Purāṇa; oppure vedendo qua e là delle icone di Gaṇapati?" Se fossero venuti a conoscenza del principio chiamato Gaṇeśa attraverso gli Śāstra, come avrebbero potuto affermare che Gaṇeśa è un dio degli anārya, quando si evince dagli Śāstra che Esso è venerato da Brahmā e dagli altri dèi? Quanto alla seconda questione, cioè venire a conoscenza di Gaṇeśa attraverso le sue icone, se si ritiene questa una cosa appropriata, allora è una pura idiozia considerare Gaṇapati degno di venerazione o una divinità: quale persona istruita [negli Śāstra] considererà degno di venerazione un semplice oggetto di legno, terra o pietra? Se si afferma che l’icona è venerata dopo che su di essa è stata invocata una determinata potenza invisibile (adr̥śya śakti), attraverso quale pramāṇa è identificata o invocata quella determinata potenza divina? Se si risponde che queste cose si sanno attraverso gli Śāstra, allora lo Śāstra afferma che Gaṇeśa Tattva è Īśvara senza inizio. Come può quindi essere diventato una divinità degli anārya?

Altri argomenti bizzarri sono i seguenti: da una parte Gaṇeśa è considerato un dio caro agli anārya sulla base degli Śāstra e in un’altra si dice che gli ārya sarebbero giunti in India provenendo da fuori [dell’India]; e, ancora, che la dimora originaria degli anārya sarebbe nel Bhāratavarṣa e che gli ārya si sarebbero appropriati di Gaṇeśa, una divinità anārya! Questi argomenti senza capo né coda a chi altri possono passare per la testa se non a discepoli di anārya? Un uomo di cuore, che aderisce agli Śāstra (Veda, Purāṇa, ecc.), può forse accettare che Gaṇeśa sia una divinità anārya? In realtà tutto questo è il pessimo risultato di una conoscenza libresca degli Śāstra, derivata da saṃskāra viziati e dal vuoto di educazione e condotta. Perciò i sedicenti studiosi dalla conoscenza frammentaria sono più deplorevoli degli ignoranti. Per questa ragione la regola per apprendere la dottrina autentica è che si devono comprendere i profondi segreti dello Śāstra attraverso la catena dei maestri (ācārya-paramparā) e che si devono collegare affermazioni [scritturali] apparentemente discordanti tra loro. Se ciò non avviene, allora le innumerevoli attività illusorie (līlā) di Gaṇapati inganneranno gli esseri viventi: ad esempio la sua eternità, essere figlio di Pārvatī, essere decapitato a causa dello sguardo di Śani (Saturno) e ricevere in sostituzione una testa di elefante, ecc.

Tutti questi argomenti sono validi non solo in relazione a Gaṇapati, bensì anche a Śrī Rāmacandra, ecc. come il non essere [mai] nato, [eppure] avere una nascita umana, l’essere eternamente libero, [eppure] piangere per la separazione da Sītā. Per questo Gosvāmī Śrī Tulsīdās disse:

O Rāma, gli stolti si stupiscono mentre i saggi gioiscono quando vedono o odono le tue gesta.[32]

In realtà coloro che non capiscono la grandezza di Māyā, che rende possibile l’impossibile, come possono conoscere le attività illusorie (līlā) nirguṇa e saguṇa di Bhagavān, il quale è al di là di ogni concezione, grandissimo e onnipotente?

Il non-nato si manifesta sotto molteplici forme.[33]

Tutti gli esseri risiedono in me. [34]

Né gli esseri risiedono in me. [35]

Come si può capire il significato di affermazioni [quali quelle sopra riportate]? La līlā saguṇa è ancora più difficile da comprendere della līlā nirguṇa dal punto di vista di coloro che sono colmi di trasporto e devozione (bhāva):

La forma priva di attributi è facile da ottenere, ma nessuno comprende la forma dotata di attributi.

[Perfino] l’intelletto del muni si confonde all’ascolto delle varie gesta [di Bhagavān], incomprensibili e facili da comprendere [allo stesso tempo].[36]

Perciò Gosvāmī disse che non si devono avere dubbi nel ritenere Gaṇeśa una divinità eterna (anādi), dotata di molteplici forme, venerata da Śiva, ecc.:

Nessuno sia colto da dubbi nell’udire questo, ma tenga a mente che gli

dèi sono eterni [la loro esistenza è senza inizio].[37]

Inoltre quando il ragionamento dei più grandi logici è reso ottuso da sentimenti ed emozioni mondane, forse che gli studiosi contemporanei – privi della conoscenza [di strumenti della logica quali] l’affermazione universale (vyapti) o il ragionamento corretto (hetu) e il ragionamento fallace (hetvābhāsa)[38] - sono qualificati per ragionare in merito alla divinità o a Īśvara? Quei gentiluomini, anche se possono determinare benissimo la natura propria della logica (tarka), dovrebbero sapere se il ragionamento (tarka) può funzionare o meno circa il dharma o la divinità. Qualcuno di loro si è forse chiesto in che modo abbia dedotto che Gaṇeśa è una divinità anārya e che gli abitanti originari dell’India erano anārya? Possiedono uno strumento logico (hetu) infallibile? Questa gente di che altro può parlare se non di una storia arbitraria, immaginaria e falsa? Ma se essi ritengono valida la storiografia contemporanea, priva di fondamento e colma di fraintendimenti, perché non prendono in considerazione anche la nostra storia antica, spirituale, profonda e colma di senso?

Bene, coloro che riconoscono l’esistenza di Brahman (āstika) devono necessariamente venerare Gaṇapati Tattva durante tutte le azioni rituali, con śraddhā, sulla base dei pramāṇa sopra menzionati. Per determinare il Principio sovramondano (paralaukika tattva) un unico Śāstra è autorevole. Per questo Bhagavān ha detto nella Gītā:

Quindi lo Śāstra è il mezzo di conoscenza autorevole per determinare ciò che deve essere fatto e ciò che

non deve essere fatto.

Dopo aver compreso qual è l’azione (karma) prescritta dallo Śāstra devi compiere qui il tuo dovere.[39]

 

Oṃ śānti śānti śānti

 

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[1]  Śrī Svāmī Karpātrījī, “Gaṇeśa Tattva”, Bhakti Sudhā, Vṛndāvana, Rādhā Kr̥ṣṇa Dhānukā Prakāśana Saṃsthāna, 2003, pp. 192-200. Traduzione da hindī, curatela e note [N.d.C.] di Saumya Devī. Traduzione dei brani sanscriti di Giulia Puchetti e Roberta Prado [T.Sskr.d. P&P]. Una versione tradotta in inglese è apparsa su Kalyana-Kalpataru (Ganesh Number, Vol. XL, N.1, 1994, published by Jagdish Prasad Jalan for Govind Bhavan Karyalaya, Gita Press, Gorakhpur, pp.178-190). Dalla traduzione inglese si sono tratti alcuni riferimenti testuali delle citazioni in sanscrito assenti nell’articolo originale. Normalmente un ācārya non ha bisogno di esplicitare le fonti scritturali che egli cita a memoria sia perché la sua autorevolezza è indubbia sia perché i lettori colti, a cui si rivolgono le sue parole, conoscono essi stessi quelle fonti. Di alcune citazioni né il traduttore per i tipi della Gita Press né la curatrice sono riusciti a risalire alle fonti sanscrite di alcuni versi citati.

[2] Brahma Sūtra, I.1.22 [N.d.C.].

[3] Nr̥siṃhapūrvatāpanī Upaniṣad, III.3 [N.d.C.]. In Taittirīya Upaniṣad III.2.1 vi è la stessa affermazione, ma con la seguente differenza lessicale: cibo (anna) anziché etere (ākāśa) [N.d.C.].

[4] Br̥hadāraṇyaka Upaniṣad, III.9.26 [N.d.C.].

[5] BS I.1.3 [N.d.C.].

[6] In sanscrito rispettivamente vāmanītva, sarvakāmatva, sarvarasatva, satyasaṅkalpatva (N.d.T.).

[7] TU II.1.1 [N.d.C.].

[8] [T.Sskr.d. P&P].

[9] BS  I.1.2 [N.d.C.].

[10] Letteralmente “ciò che esprime” Māyā.

[11] Nell’iconografia Gaṇeśa è rappresentato con la proboscide curva. Dal punto di vista vyāvahārika la conoscenza avviene nello stato di veglia attraverso la percezione diretta degli oggetti esterni attraverso i sensi (avendo come sostrato il Sé cosciente) e nello stato di sogno attraverso la percezione diretta da parte dell’organo interno (antaḥkaraṇa), costituito da mente, intelletto, ecc. di quelle che sono le sue stesse modificazioni (sempre avendo come sostrato il Sé cosciente). Queste modalità di conoscenza non sono quelle che permettono l’Intuizione del Sé supremo e vanno evidentemente ‘aggirate’ per adottare un altro tipo di metodo, definito reale, immediato, il sākṣāt sādhana [N.d.C.].

[12] TU II.4 [N.d.C.]

[13] [T.Sskr.d. P&P].

[14] Ibidem.

[15] Ibidem.

[16] Ibidem.

[17] Ibidem.

[18] R̥gveda, II.23.1 [N.d.C.].

[19] Yajurveda, XIII.19 [N.d.C.].

[20] Il termine viniyoga ha diversi significati; qui indica una breve sezione introduttiva che contiene indicazioni tecniche: il r̥ṣi a cui è attribuito il mantra, il metro di composizione, la divinità a cui è dedicato, ecc. [N.d.C.].

[21] Si tratta di un probabile riferimento alla dottrina bimbeśvaravāda. Con Coscienza onnipervadente traduciamo il termine sanscrito bimbacaitanya. Esso è Īśvara, la Coscienza universale limitata dalla totalità delle sovrapposizioni avventizie (samaṣṭi). Con riflesso della coscienza traduciamo il termine caitanyapratibimba; esso è il jīva, la coscienza riflessa, individuale limitata dalle sovrapposizioni avventizie individuali (vyaṣṭi) [N.d.C.].

[22] Nel testo originale è anche citato il commentario in sanscrito di Sāyaṇa che riportiamo a conclusione di questa nota. Per evitare un doppione, abbiamo omesso di tradurlo limitandoci alla resa in italiano della sua versione in hindī contenuta nello stesso testo dello Svāmī Karpātrī. he vsae! vsit sveR;u -Ute;u VyapkTvaidit tTsMbuÏaE, g[ana< mhdadIna< äüadIna< ANye;a< va smUhanam‰, g[êpe[ sai]êpe[ }eyaixóanêpe[ va, "g[" s<Oyane #TySmad‰ g{yete buÏ(te yaeigi-> sa]aiT³yte y> g[StÔUpe[ va palk< @ta”z< Tva< Aaþyamhe, twa iàya[a< vLl-ana< iàypit< iàySy palkm‰, tCDe;tyEv svRSy àemaSpdTvat‰, "AaTmnStu kamay svR< iày< -vtIit" ïute>, inxIna< suoinxIna< suoinxe> palk< Tva< hvamhe Aaþyamhe, mdNt>kr[e àadu-RUy SvSvêpanNdsmpR[en mmaip pit-Ruya>, pun> he dev! AhNte g-Rx< Ajaya< àkˉtaE cEtNyàitibMbaTmk< g-R dxatIit g-Rx< ibMbaTmk< cEtNy< (twa c "mm yaeinmRhdäü tiSmNg-R dxaMyhimit" -gvt‰Smr[t‰) Aa£Aakˉ:y yaegblen Ajain£Svùid SwaPyain Tv< c mm ùid Ajais£i]pis SvSvêp< Swapyis,

[23] Bhagavad Gītā, XVIII.46 [N.d.C.].

[24] Si tratta di un rituale; è un’invocazione e un augurio di una giornata favorevole [N.d.C.].

[25] Yogavāśiṣṭha, Sthiti pra., X. 26-27. [T.Sskr.d. P&P].

[26] [T.Sskr.d. P&P].

[27] Incapacità di discriminare il vero dal falso e, infine, intuire la Verità [N.d.C.].

[28] Gaṇeśa Purāṇa, I.45.10-11 [N.d.C.]. [T.Sskr.d. P&P].

[29] Gaṇeśa Gītā, VI.16 [N.d.C.]. [T.Sskr.d. P&P].

[30] [T.Sskr.d. P&P].

[31] Quartine impiegate in molte composizioni poetiche medievali quali il Rāmacaritamānasa di Tulsīdās [N.d.C.].

[32] Rāmacaritamānasa, Ayodhyā-kāṇḍa, 126.4 [N.d.C.].

[33] YV 31.16 [N.d.C.].

[34] BhG IX.4 [N.d.C.]. La parte iniziale del verso recita: Questo intero universo è pervaso da me nella mia forma non manifestata. Secondo il commento di Śaṃkarācārya Bhagavatpāda, tutti gli esseri esistono nella forma non manifestata del Principio; essi devono la loro realtà al Principio, quindi esistono nel Principio, sono in Esso stabiliti; il Principio è il Sé di tutti gli esseri, quindi a coloro che sono dotati di scarsa discriminazione sembra che il Principio risieda in loro, ma Esso non risiede negli esseri manifestati [N.d.C.].

[35] BG IX.5 [N.d.C.]. La parte finale del verso recita: Osserva il mio onnipotente yoga! Io conduco gli esseri all’esistenza e li sostengo, ma il mio Sé non risiede in loro. Sempre secondo il commento di Śaṃkarācārya Bhagavatpāda, altri testi upaniṣadici mostrano l’assenza di associazione del Sé con gli esseri manifestati; quindi pur essendo il substrato di tutti gli esseri, il Sé non è contenuto in essi come è stato detto anche nel verso precedente. Il verso parla di mio Sé perché segue l’intelletto umano che distingue il corpo, i sensi, ecc. e vi sovrappone il senso dell’io (ahaṃkāra) per cui il Sé è definito mio. Tuttavia il Principio non ‘pensa’, come gli uomini ordinari sottoposti all’ignoranza, che il Sé abbia un altro come suo Sé, cioè il Sé non può essere diverso da se stesso [N.d.C.].

[36] Mānasa, Uttara Kāṇḍa, 73 b [N.d.C.].

[37] M Bāla kāṇḍa, 100 [N.d.C.].

[38] Un ragionamento che sembra essere valido, ma è in realtà infondato [N.d.C.].

[39] BhG XVI.24 (N.d.T.). Secondo il commento di Śaṃkarācārya Bhagavatpāda, ‘qui’ indica la sfera in cui si è autorizzati a compiere le azioni rituali (karma) [N.d.C.].