Gian Giuseppe Filippi

 

Il Serpente e la Corda

I  PARTE

Introduzione

Gurur Brahmā, Gurur Vṣṇu, Gurur Devo Maheśvaraḥa,

Guruḥa Sākṣāt Paraṃbrahman Tasmai, Śrīguruve Namaḥa

 

Il Guru è Brahmā, il Guru è Viṣṇu, il Guru è l’autoluminoso Maheśvara

Venerazione al Guru che è Testimone del Supremo Brahman

Dopo la pubblicazione del libro di Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī Dottrina e Metodo del Vedānta[1] da noi curato, e dei numerosi contributi apparsi sul nostro sito web Veda Vyāsa Maṇḍala[2], abbiamo potuto verificare che un certo numero di lettori, per quanto esiguo, ha espresso un vivo interesse per l’Advaita Vedānta, in particolare nella forma con cui questa dottrina è descritta da coloro che ancor oggi sono iniziati a questa via spirituale, nonostante i tempi tenebrosi che corrono. La dottrina, che è argomento di questi scritti, lungi dall’essere una vuota elaborazione filologica[3], appare ricca di spunti di riflessione per chiunque ne tenti un approccio con sincero desiderio di conoscenza. In questi scritti si può attingere a una fonte indiana diretta, usufruendo di un linguaggio piano e alla portata di tutti, basato sull’esperienza di vita condivisa, anche se quasi nessuno è più in grado di riconoscerla. Prima però d’affrontare la dottrina vedāntica, ci si dovrà chiedere come mai, se il linguaggio è semplice e l’esperienza è comune, così pochi siano in grado di comprendere gli argomenti proposti.

In verità l’attuale umanità è travolta da una fase della moderna civiltà “dannatamente” complicata, frammentata, composita e sottoposta alla tirannia della molteplicità. L’essere umano contemporaneo è allevato, fin dalla sua più verde infanzia, a una mentalità ottusamente analitica, che persegue nei più infimi dettagli lo studio del mondo di cui fa parte; questo mondo, poi, è considerato sotto l’aspetto meno qualificato, ridotto a sola massa ed energia, e sottoposto a continua interferenza da parte dello psichismo inferiore[4]. Il seggio della conoscenza che nobilita l’animo umano è stato usurpato dalla tecnologia, ammirata per le sue ricadute utilitarie immediate e per le sue sempre più fatue e ingannevoli magie[5]. Un materialismo pratico invade tutti i campi dello scibile, con conseguenze irreversibili. Sarà sufficiente dare uno sguardo alle ultime generazioni occidentali, ahimé non molto diverse ormai da quelle orientali, per rendersi conto della gravità irreparabile della situazione. La gioventù di oggi è stata sistematicamente istruita e preparata a non riconoscersi in una specie, l’umana, perché il darwinismo ha convinto capillarmente tutte le vittime della scuola dell’obbligo a pensare che le specie non sono categorie fissate e che tra noi e i primati o i placentati non esiste una vera barriera invalicabile, nonostante che l’evidenza dimostri il contrario. Ugualmente costoro non si identificano con una razza umana[6]; anzi si è arrivato a negare accademicamente l’esistenza stessa delle razze, sotto pena di essere tacciati di “razzismo”; anche questo contro ogni evidenza, soprattutto oggi in cui nelle nostre città possiamo facilmente riconoscere e distinguere un negro da un estremorientale o da un indigeno.

I giovani sono stati anche istruiti a non sentirsi parte d’una nazione, ma di una entità globale amorfa priva di qualità comuni, che si vuole sovranazionale, ma che in realtà è solo antinazionale. Per cancellare anche l’ultimo baluardo di identità nazionale, si agevola nel privato e si impone nel pubblico l’impoverimento e l’imbastardimento della lingua dei padri con il broken english, il miserabile e cacofonico gergo planetario alla portata delle menti più elementari, confezionato in modo da impedire la trasmissione di qualsiasi pensiero che vada oltre le più brute necessità; e anche in questo sono evidenti la bruttezza e la povertà di questo idioma artificiale[7] paragonandolo con la ricchezza, duttilità ed eleganza delle lingue nazionali.

Anche l’appartenenza a una forma religiosa è oggi negata, perfino dalle stesse sfere più elevate delle istituzioni ecclesiastiche cattoliche o riformate[8], nella diffusa convinzione relativistica che “una religione vale l’altra”[9]. D’altronde se quelle forme religiose o confessioni, come preferiscono definirsi, hanno rinunciato del tutto a ogni meta e a ogni dottrina di ordine spirituale per trasformarsi in associazioni a fini sociali, è evidente che, nell’appiattimento operato verso il basso, tra loro si considerino equivalenti. Il missionarismo, prodotto velenoso del Rinascimento che, a scopi colonialistici, fin dall’inizio era finalizzato a distogliere aderenti alle tradizioni ancora intatte per offrire loro un frettoloso battesimo e nessuna formazione religiosa, da diversi decenni si è trasformato unicamente in uno strumento per la penetrazione delle ideologie e delle teorie scientifiche del mondialismo ateo al fine di estirpare dalle tradizioni viventi ogni traccia del sacro.

Ugualmente è stato sradicato il concetto di classe sociale poiché, attraverso ripetute rivoluzioni, a partire da quella francese, si sono abolite le caratteristiche naturali dell’aristocrazia prima, della borghesia poi, e infine anche quelle del popolino, riducendo la società a una poltiglia informe, uniformata nella maleducazione, ignoranza e ottusità. L’unica differenza che persiste è il censo, anche se ricchezza e povertà non comportano alcuna distinzione qualitativa tra i ceti.[10]

Ma l’opera di eversione più tenace è stata portata contro quello che, a pieno diritto, è il fondamento sociale di qualsiasi tradizione, vale a dire la famiglia. La propaganda ha logorato a lungo le generazioni successive alla seconda guerra mondiale, con un’opera di convincimento sulla bontà del divorzio e sul diritto allo scioglimento del vincolo matrimoniale considerato come una anacronistica mancanza di libertà. Così la letteratura, il cinema e i mezzi d’informazione hanno martellato le deboli menti degli occidentali sulla famiglia aperta, in cui la mamma è sposata con un altro, papà con un’altra e i figli, con l’aiuto dissolvente del “tribunale per minori” e degli “assistenti sociali”, scelgono con chi stare o, alternatamente, di stare ora con gli uni, ora con gli altri secondo il capriccio, con fatali ripercussioni sulla loro educazione. Educazione che nessuno più impartisce né sa più impartire perché è considerata una “imposizione autoritaria”, e la cui assenza totale fa apparire, al confronto, nobile, generoso ed elegante il comportamento degli animali.

Ma questo era soltanto il passo iniziale, perché, ovviamente, ciò portava fatalmente all’abrogazione totale del matrimonio, sostituito dal concubinato più sregolato. Il terzo passo susseguente al dissolvimento della famiglia (detta “tradizionale”, anche senza alcuna consapevolezza di quanto corretta sia tale definizione) è consistito nel riconoscimento legale dello status di famiglia a qualsiasi connubio, preferibilmente mostruoso e innaturale. Per ultima è arrivata l’ideologia “gender” a mettere in dubbio perfino l’esistenza di due soli sessi, il maschile e il femminile, in sfacciata contraddizione con le evidenze naturali[11].

Tutte queste ripugnanti fantasticherie morbose, diventate realtà, sono state imposte dall’alto con leggi ingannevoli, criminalizzando l’ordine normale delle cose, grazie al patrocinio di tutte le organizzazioni internazionali e sovranazionali e da una infinità di ONG, inspiegabilmente legalizzate ovunque.

Demoliti così la società, la famiglia e l’individuo, le nuove generazioni appaiono un vero e proprio polipaio infraumano, in cui le distinzioni tra individuo e individuo sono ormai delegate a un numero esiguo di nomi propri, rigorosamente slegati dal cognome familiare, e indistinguibili tra loro per la moda stracciona[12] con cui si abbigliano con vestiti comprati già a brandelli, turpiloquiendo orrendamente per scarsezza di lessico e di ragione, e tutti, indistinguibilmente lobotomizzati dall’imprescindibile cellulare[13]. È dunque un vero miracolo se, soprattutto nei paesi “tecnologicamente più avanzati”, sopravvive ancora qualche sparuto individuo che cerca la conoscenza.

La cerca della conoscenza è un percorso interiore e solitario, a cui si può accedere grazie alle proprie qualifiche innate, fatte emergere tramite un processo di purificazione della mente, con l’aiuto di un maestro che conosca le tecniche necessarie a tal fine. Una volta che il discepolo abbia raggiunto tale stato di consapevolezza, gli sarà possibile dedicarsi alla conoscenza metafisica pura sotto la guida di un guru realizzato, unico mezzo per raggiungere la Liberazione dall’ignoranza. La metafisica non ha forma, non ha stato né condizione; è del tutto libera in quanto essa stessa è il Supremo Brahman. Il Vedānta insegna questa metafisica. Ed è perciò che, prendendo come base il Sanātana Dharma, la Tradizione primordiale, al tempo stesso la trascende, esattamente come gli ativarṇāśrami trascendono del tutto la società castale. Come si diceva in nota, se Dio è un concetto dipendente dalle attribuzioni che le diverse religioni e tradizioni gli accordano; se, come concetto, è solo un prodotto dell’intelletto; se il non-Supremo è una illusoria proiezione per potersi raffigurare l’Assoluto secondo parametri individuali, e quindi come tale è non-reale (asat), il Supremo Brahman è Realtà non-duale, libero, eterno, esistente, cosciente e somma beatitudine. La metafisica come scienza dell’Assoluto non dipende da nulla. In questo senso si deve intendere l’affermazione che il Vedānta trascende non solo l’Induismo, unico erede diretto della Tradizione primordiale, ma tutte le altre tradizioni secondarie. Prova ne è che in nessuna altra tradizione vivente è presente l’insegnamento palese della metafisica pura, svincolata da formulazioni pie, teologiche, fideistiche o limitate da una dogmatica esteriore.

Alcuni ignoranti della tradizione hindū, ripetono ossessivamente che non si può accedere a una iniziazione di quel Dharma senza prima essere stati aggregati a una casta. A parte il fatto che l’aggregazione alla casta è perfettamente percorribile[14], questa argomentazione non ha alcuna base. Sopratutto manca la prova dharmicamente autorevole: la scrittura non lo afferma mai in nessuna parte.

Il Sanāthana Dharma non data a partire da un certo momento temporale né dipende da un fondatore. Essendo eterno è anche universale né ha limitazioni territoriali. Tutti gli esseri che nascono e che devono nascere gli appartengono. Nessuno scappa a questa regola, anche se non la riconoscono. Il fatto che il fuoco bruci non dipende dal fatto che ci crediamo o meno. Se riconosciamo questa verità, meglio per noi; se non la accettiamo, tanto peggio per noi. In ogni caso la regola è quella, immutabile, universale ed eterna. Questo è il Sanāthana Dharma. (Domanda:) Se tutti sono hindū, perché c'è la restrizione del sistema castale? (Risposta:) Io ho solo detto che tutti sono hindū e perciò hanno diritto a cercare un maestro nella nostra religione. Non ho detto che tale guida debba essere la stessa per tutti. Illimitate sono le varietà di indoli, abitudini, ambienti, legami ereditari, tendenze prenatali ecc., perciò non ci si può aspettare che per tutti ci sia un solo metodo omogeneo. Perciò ci sono due parti del Dharma: quella universale (Sāmānya Dharma) e quella particolare (Viśeṣa Dharma). Alla prima appartiene tutta l'umanità. Alla seconda, chi appartiene a una determinata casta. Tuttavia, entrambi trovano la loro guida nel sistema delle caste" (Dialogues with the Guru, Chennai 2014, p. 14)[15].

 

 

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[1] Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī, Dottrina e Metodo del Vedānta, G.G. Filippi (a cura di), Aprilia, Novalogos ed., Quaderni di Indoasiatica, 2015.

[2] www.vedavyasamandala.com.

[3] Per essere più espliciti, il presente lavoro non ha nulla a che fare e a che spartire con le inutili e distorte traduzioni e interpretazioni degli indologi e sanscritisti accademici d’Occidente e d’Oriente. La migliore conoscenza filologica si rivela del tutto insufficiente a rendere in traduzione i veri significati anche dei testi più elementari, visto che l’unico vero mezzo di conoscenza in questo dominio è l’Intuizione.

[4] Per molti lo psichismo inferiore, ossia quell’aspetto deteriore della psiche umana, abusivamente definito “inconscio”, che la moderna psicoanalisi pretende di studiare, ha sostituito per rovesciamento l’antica psicologia in quanto studio dell’anima.

[5] “... faranno grandi segni e miracoli tanto da sedurre, se fosse possibile, anche gli eletti” (Vangelo di S. Matteo, 24.5-11; 24.25). Questo monito evangelico è del tutto attuale, tanto che persino molti, che si dichiarano “tradizionali”, arrivano ad affermare che la scienza moderna sta confermando le antiche dottrine d’Oriente e di Occidente come, per esempio, l’ipotesi del “Big Bang”, la natura vibratoria della massa, o la teoria quantica, senza accorgersi che tutte queste congetture speculative hanno un unico scopo: quello di dimostrare che tutto è spiegabile “scientificamente”, prescindendo dai principi spirituali. Recentemente è stata anche ipotizzata da certo Dr. Robert Lanza, dichiarato “genio universale” in base al suo curriculum universitario, che la coscienza sarebbe immortale e che perciò la morte è una illusione. Tutto ciò sarebbe stato dedotto dallo scienziato menzionato come risultato delle sue speculazioni sulla teoria dei quanti. Ecco dunque che si pretende che perfino l’immortalità sia dimostrabile dalla scienza tecnologica senza far appello a Dio o a una dottrina metafisica, che così diventano “enti e preoccupazioni inutili”! Ovviamente tutto ciò è artefatto e fasullo: infatti né la scienza né la logica possono essere in grado di dimostrare ciò che le trascende. Il Lanza sarebbe arrivato volutamente a scimiottare il concetto vedāntico che la coscienza è immortale in base a una ricerca sedicente “scientifica” sulla sostanza che compone gli oggetti, considerata smultaneamente come energia e come massa. Il “genio” sarebbe riuscito, perciò, a fare dell’Ātman non solo un oggetto, ma adirittura un “oggetto da laboratorio”! Tuttavia non ci si deve stupire che si lancino di continuo simili sciocche suggestioni per manipolare ancor più la mentatiltà corrente, grazie anche alla servile opera dei divulgatori scientifici.

[6] Specifichiamo “umana” perché, incoerentemente, si continua a riconoscere diverse razze di gatti, cani, equini ecc.

[7] Queste considerazioni valgono anche per le arti attuali che vogliono esprimere esclusivamente ciò che è brutto, decomposto, sconcio e sacrilego.

[8] “Dio non è cattolico”, ha affermato di recente il principale dirigente di ciò che fu la Chiesa Cattolica, forse intendendo dire che, a suo modestissimo parere, Dio dovrebbe essere ateo.

[9] In realtà questa affermazione è profondamente errata, perché, come vedremo in seguito, le forme tradizionali sono adattamenti della Tradizione unica a umanità, tempi e luoghi profondamente diversi tra loro, il che le rende differenti anche qualitativamente tra loro. Non per nulla, se per esempio si esaminano le tre religioni monoteistiche che scaturiscono dalla medesima radice, noteremo che nel giudaismo, per lo meno fino a un certo periodo storico, ci fu un vero e proprio sacerdozio stabilito per diritto di nascita; nel cristianesimo c’è un sacerdozio sussidiario, in quanto chiunque, in base a scelte e inclinazioni individuali, può liberamente accedervi ed essere consacrato; e nell’islam, invece, vi è assenza di sacerdozio. Ciò non può non riflettersi sulla natura dei rituali e della dottrina così diversamente trasmessi.

[10] L’assenza di un sacerdozio cattolico per nascita comporta di conseguenza che anche gli ecclesiastici siano parte di questa poltiglia informe. Se nel cristianesimo una distinzione era stata riconosciuta tra un “alto clero” e un “basso clero”, il primo è stato spazzato via da almeno due secoli, e il clero più “basso” ha occupato i vertici della Chiesa, con i risultati che stanno davanti agli occhi di tutti. Riguardo all’assenza di un sacerdozio, queste considerazioni possono essere estese, nelle attuali condizioni, a tutte le forme tradizionali, con una sola eccezione: nonostante il continuo lavorìo di logoramento perpetrato dall’interno e dall’esterno, la struttura castale in India mantiene di fatto, se non di diritto, il suo mandato naturale. In questo modo, nonostante la confusione delle caste dilagante in tutto il mondo, i brāhmaṇa conservano ancor oggi gran parte del loro prestigio, svolgendo regolarmente le loro funzioni rituali e sapienziali. Vâlsan, con la sua consueta ignoranza dell’induismo, in uno dei suoi articoli di “propaganda” in favore della shari'a islamica afferma: “En tout état de cause, dans l’intégration finale dont il s'agit, l'Hindouisme ne peut jouer aucun rôle sur le plan formel de la tradition : sur ce plan, sa définition, conditionnée par le régime des castes, est non seulement inextensible hors le monde hindou actuel, mais aussi destinée à disparaître dans l’Inde même : ses modalités sociales et culturelles spécifiques ne pourront malheureusement pas survivre à la dissolution qui se poursuit à notre époque. Dans la phase actuelle du Kali-Yuga, les choses devant aller jusqu’à l’état, annoncé dans les Livres sacrés de l’Inde, « où les castes seront mêlées et la famille n’existera plus », la base indispensable même de la tradition hindoue, le régime des castes disparaîtra et lorsqu’un redressement traditionnel deviendra possible, il ne pourra l'être que dans la formule fraternitaire d'une législation sacrée comme celle de l'Islam.” (Michel Vâlsan, “Le Triangle de l'Androgyne et le Monosyllabe «OM»” II,  Etudes Traditionnelles, mai-juin et nov.-déc. 1964). Questa “profezia” vâlsaniana fortunatamente in India non s’è verificata nonostante la tristezza dei tempi; al contrario, la confusione delle caste, diffusa in tutto il resto del mondo, è stata sancita come regola sociale proprio nell’egualitarismo islamico (nella citazione addolcito in “formule fraternitaire”), come adattamento legislativo per l’ultima religione monoteista alla situazione caotica del kali yuga. Sul filo del suo teorema, Vâlsan (ibid. n. 32) si rallegra che l’islam “... depuis le 8e siècle gagne, dans l'espace hindou, continuellement des positions nouvelles”.  Senza precisare che quella penetrazione è avvenuta per mezzo di eccidi e distruzioni catastrofiche prima, e tramite il più aggressivo missionarismo e terrorismo salafita, oggi. Questo spiega molto dell’ambigua posizione dei seguaci di Vâlsan nei confronti delle deviazioni della shari'a contemporanea.

[11] Ciò avviene anche con la colpevole copertura degli ambienti “scientifici”, disposti a qualunque falsificazione pur di non essere privati dei conclamati “fondi per la ricerca” erogati da politici manovrati da agenti nemmeno poi tanto occulti. Basti pensare alla grottesca teoria per cui il “buco nell’ozono” sarebbe stato (parliamo al passato, perché, nel frattempo, ahimé, il “buco” si è richiuso da solo!) provocato dai gas delle flatulenze dei duecento milioni di vacche che vivono in India, all’unico scopo evidente di colpire qualcosa che ritengono sia “sacro” per gli hindū. Ma gli “scienziati” ecologici si sono mai interrogati, invece, sui medesimi effetti provocati da sette miliardi e mezzo di umani?

[12] Le altre mode che i giovani seguono al giorno d’oggi, tendono a camuffarli da guerriglieri, terroristi o delinquenti, che evidentemente rappresentano per loro modelli da emulare, pur dichiarandosi tutti regolarmente “pacifisti”.

[13] Se le sostanze intossicanti producono l’effetto di incapacitare la mente dalle sue normali funzioni con effetti dissolventi, la multimedialità invece è strumento per “programmare” la mente a funzionare in modo rovesciato. A dimostrazione della maggiore pericolosità di questi strumenti di stregoneria tecnologica.

[14] I sostenitori di questa teoria si spingono alle affermazioni più avventate. Parlano a vanvera di “adozioni” per entrare in una casta, quando le adozioni sono sempre e solo tra gotra appartenenti alla medesima jāti. Parlano di “fuoricasta”, categoria esistente solo nella fantasia degli occidentali. Infatti, tutti gli esseri umani nascono indistintamente di casta śūdra. Con il rito upanayana possono essere accolti nella casta dei genitori e nel gotra paterno. “Possono”, perché se non ottengono l’upanayana rimangono di casta śūdra. Poiché l’ignoranza è sempre difficile da sradicare, aggiungeremo che, probabilmente, essi confondono i supposti “fuoricasta” con gli “intoccabili” (caṇḍāla). I quali non sono fuori delle caste, ma sono semplicemente śūdra che svolgono mansioni impure, ossia becchini, macellai, conciatori di pelli, barbieri ecc. Il passaggio di casta è possibile con vari rituali, sia per quanto riguarda un singolo sia per gruppi di individui. Questi “volutamente mal informati” dovrebbero chiedersi com’è che nell’Induismo sono entrati nel corso della storia birmani, thai, cambogiani, malesi indonesiani e altri ancora.

[15] Quella citata era la parola dello Śaṃkarācārya Śrī Śrī Cāndraśekara Bhāratī Mahāsvāmīgal (1892-1954), Jagadguru di Śṛṅgerī, massima autorità vedāntica, che non era né un falso guru, né un esponente del neo-Induismo vivekānandiano, né un guru new age, rispettato e venerato anche da Śrī Ramaṇa Maharśi.