Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī Mahārāja

 

Commento a

"Le Cinque Gemme dell’Advaita"

di Śrī Śaṃkarācārya

(Advaita Pañcaratnam)

Traduzione e note di Maitreyī

 

Io non sono il corpo, non sono i sensi, non sono la mente, non sono l’ego, non sono i prāṇa, non sono l’intelletto. Io sono quello che è lontano dalla moglie, dai figli, dal podere, dalla casa ecc. In verità io sono quello Śiva che è Testimone diretto, che è l’eterno e intimo Sé.

 

Proprio perché la corda non è conosciuta correttamente come corda, in essa appare un serpente. Similmente, poiché il nostro Ātman non è intuito e conosciuto come realmente è, in esso appare questo jīvatva [la condizione individuale]. Come quando i jñāni riconoscono che l’oggetto davanti a loro è una corda, così quando insegna

un autentico maestro, lo śiṣya realizza: «Io non sono un jīva, ma in realtà sono solo Śiva.»

 

Proprio come il sogno avviene grazie al sonno, tutto questo mondo irreale di dualità appare a causa dell’errore e dell’illusione. Per questa ragione esso non è reale. Io sono Śiva che è puro, totale, eterno e uno senza secondo.

 

Oltre a me non esiste alcun reale mondo di dualità. Qualunque cosa esista esternamente è pensata erroneamente o immaginata a causa di māyā. Ciò appare nell’“Io” che non è duale, proprio come il riflesso

appare nello specchio. Perciò io sono Śiva.

 

Io non sono mai nato, cresciuto e morto. Queste qualità di Prakṛti, che sembrano essere in me, in verità appartengono al corpo. Kartṛtva [il fatto di essere un agente], bhoktṛtva [il fatto di essere un fruitore] ecc. appartengono

solo ad ahaṃkāra e non a me che sono fatto di pura Coscienza (cinmāyā). Io sono l’unico Śiva.

Prefazione

 

 

Iniziamo la sezione dedicata ai lettori occidentali del Veda Vyāsa Maṇḍala con la traduzione in italiano delle “Cinque Gemme dell’Advaita”, breve poema di Śaṃkarācārya. Il poema è corredato dal commento di Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī, uno dei massimi esponenti dell’Advaita Vedānta del XX secolo. Il trattato apparirà con cadenza settimanale su questo sito, seguendo la divisione in paragrafi voluta dallo stesso commentatore.

Ogni verso di questo breve poema dell’Ādi Śaṃkarācārya si conclude con la formula “Śivoham” che significa “Io sono Śiva, l’Ultima Realtà”. Questa frase corrisponde nel significato al mahāvākya “Aham Brahmāsmi”, “io sono il Brahman”, con cui s’afferma che la nostra vera natura è l’Assoluto. In “Śivoham” con Śiva non s’intende il principio trasformatore che agisce nell’universo, si tratta invece dell’Assoluta, ultima Realtà chiamata Śiva, unica nostra pura Coscienza ed Esistenza. Egli può apparire come Īśvara, il Signore, che manifesta l’universo e tutti gli esseri, rimanendo sempre al di là d’ogni azione, modificazione e cambiamento. Śrī Śaṃkara, con questi versi, ha voluto esporre sinteticamente il tema centrale dell’Advaita Vedānta, vale a dire che il Sé interiore di tutti è il non-duale Śiva, eternamente puro, perfetto, cosciente e libero. In questo modo afferma che non siamo affatto saṃsāri o anime trasmigranti, sospinte incessantemente da una nascita a un’altra, come pare alla nostra ignoranza; al contrario, per natura essenziale il nostro essere è Śiva stesso. Śiva è la nostra vera natura che è realtà, coscienza e beatitudine (saccidānanda svarūpa).

Il primo verso spiega che l’aggregato di corpo, soffi vitali, sensi, mente e intelletto e aham, a cui s’identifica l’uomo ordinario, deve essere definito anātman, vale a dire non-Sé, e quindi non reale.

Nei successivi tre versi, apportando gli esempi della corda-serpente, del sogno e del riflesso nello specchio, Śaṃkarācārya illustra la dottrina principale del Vedānta. Sebbene noi non siamo assolutamente anime trasmigranti, a causa dell’illusione (bhrānti), siamo in apparenza sottoposti alla fruizione (bhukti) di esperienze duali e contrapposte, come piacere (sukha) e dolore (duḥkha), utile (artha) e nocivo (anartha), fascinazione (moha) e frustrazione (śoka). A causa di tali dualità crediamo d’essere totalmente diversi da Parameśvara, il Signore supremo e da lui separati.

Nel quinto e ultimo śloka si espone che la nostra essenza interiore è quella di Caitanya, il Cosciente, perennemente libero (mukta), puro e perfetto, privo di qualsiasi macchia o colpa, onnipervadente, realtà che incenerisce tutte le apparenze[1]. È perciò evidente che lo Śiva citato nei cinque versi non ha nulla a che fare con una delle persone della trimūrti mitologica, Brahmā, Viṣṇu e Maheśvara. Si tratta della Realtà ultima non duale, che sta al di là dei tre stati di veglia, sogno e sonno profondo e che nel Vedānta è anche chiamata Paramātman o Parabrahman.

L’importante breve trattato di Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī a commento dell’Advaita Pañcaratnam è stato l’argomento di una serie di insegnamenti dati ai suoi discepoli allo scopo di indurre i cercatori a discernere ciò che non è reale dalla Realtà, per mezzo del processo di discriminazione (viveka) vedāntica. Considerata l’elevata preparazione intellettuale dei sādhaka presenti, Svāmījī ha concluso utilizzando la difficile scienza metafisica dei tre stati di coscienza (trayāvasthā vidyā) basata sull’esperienza quotidiana della veglia, del sogno e del sonno profondo. Qualora un iniziato sia in grado di comprendere tale istruzione (upadeśa), potrà riconoscere di essere libero dall’ignoranza, di essere sempre stato libero, di essere eternamente libero in quanto:

 

Śivoham!

 

Maitreyī

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Introduzione

 

Discussione sull’Ātman e l’anātman

 

Il Vedānta è uno śāstra, cioè un testo dottrinale che, senza curarsi dei risultati dell’azione che conducono i devoti da questo mondo ad altri mondi celesti, insegna l’anubhava, ovvero l’esperienza intuitiva, che può essere ottenuta qui e ora proprio in questa vita. Invero, la maggior parte della gente comune non mostra alcuna inclinazione intellettuale verso questa scienza spirituale. La ragione è che, per la stragrande maggioranza degli esseri umani, i testi che richiedono senso di discriminazione e raziocinio da parte del lettore, non risultano attraenti. Anche fra coloro che sono stati indotti allo studio di questi testi e a discutere sulle tematiche e sugli insegnamenti in essi esposti, molti non hanno capito del tutto quali siano gli argomenti e i fenomeni di primaria importanza né quelli subordinati e utili a discernere e sviluppare i primi. In questo contesto non ci possiamo occupare di coloro che non posseggono alcuna inclinazione alla discriminazione vedāntica. È invece necessario esporre chiaramente i più importanti insegnamenti dell’Advaita Vedānta in favore di coloro che aspirano sinceramente a conoscere l’ultima Realtà, in modo da condurli a realizzare la loro esperienza intuitiva qui e ora.

Śrī Śaṃkara Bhagavatpāda compose questi cinque versi dell’Advaita Pañcaratnam per coloro che, pur trovandosi coinvolti nella vita empirica e rivolti agli oggetti esterni, sono pronti ad affrontare per la prima volta questa scienza spirituale. Il nostro breve trattato, che fa da commento ai cinque versi, espone in modo esaustivo gli insegnamenti della scienza spirituale.

I principi basilari del Vedānta sono tre:

a) l’assoluta ultima Realtà non duale è solo il Brahman;

b) in esso sia le anime individuali (jīva) sia il mondo (jagat) sono considerati in modo erroneo;

c) l’assoluta Realtà di Brahman è, in verità, il nostro Ātman o Sé interiore che sta al di là dell’io individuale.

I saggi affermano che chi è iniziato a questa scienza spirituale, desideroso di conoscerne i principi al fine di realizzarli con la propria esperienza intuitiva, deve necessariamente acquisire quattro eccellenze umane per mezzo d’un esercizio assiduo. Queste pratiche spirituali, chiamate Sādhana Catuṣṭaya (metodo quadruplice) o Sādhana Saṃpat (metodo perfetto) sono le seguenti:

 

1) Nityānitya viveka: è la capacità di capire e distinguere l’eterno dall’impermanente. Il cercatore dovrebbe discernere sulla base delle due seguenti domande: qual è la natura essenziale degli oggetti o fenomeni anitya, cioè degli oggetti sottoposti alla condizione temporale? Qual è la natura essenziale del nitya vastu, intendendo con esso un’entità la cui esistenza non è sottoposta al tempo?

 

2) Iha amutra phala bhoga viragaha: cioè l’annullamento di ogni desiderio per il godimento dei piaceri in questo mondo quaggiù (iha); come anche il rifiuto al godimento dei piaceri nel mondo superiore, paraloka, o in altri mondi celesti di lassù (amutra), menzionati nelle scritture e nei testi mitologici. Ciò è chiamato virāga o virakti, cioè distacco e rinuncia. Bisogna comprendere che colui la cui mente è assorbita dagli oggetti esterni verso cui si rivolge sempre, troverà la propria mente vagante e ondeggiante, e quindi non riuscirà a concentrarsi e a convergere sulla Realtà metafisica (paramārtha) del Vedānta.

Per tale motivo questa rinuncia (virāga) diventa essenziale per i cercatori che devono usare la discriminazione.

 

3) Śama-Damādi Śatka Sampat: ci sono inoltre sei qualità che dovrebbero essere assolutamente presenti nella mente dei cercatori che ambiscono alla conoscenza. Queste sono: śama, ovvero il controllo della propria mente; dama, ovvero il controllo dei sensi; uparati, introspezione; titikṣa, l’astenersi dalla scelta degli opposti come felicità-dolore, caldo-freddo ecc.; śraddhā, ossia dedizione mirata; samādhāna, o equilibrio mentale. È da notare che queste sei qualità sono chiamate sampat, le proprie ricchezze. Evidentemente i cercatori, la cui mente è dotata di queste sei virtù, matureranno le necessarie modificazioni interiori (saṃskāra), cioè l’affinamento della mente e del cuore, cosa che permetterà loro di proseguire nella ricerca dell’Intuizione.

 

4) Mumukṣutva: oltre alle precedenti tre qualifiche, è necessaria questa determinazione mentale, che consiste nella costante e perseverante ricerca che può essere espressa così: «Lo stato nel quale siamo non è certamente dotato dell’eterna, assoluta beatitudine; ciò nonostante tale stato beato, superiore a qualsiasi altro dell’intero universo, può essere raggiunto dall’uomo. Ciò è testimoniato dalle scritture e dai saggi.» Questo è mumukṣutva [desiderio di Liberazione]. Infatti, solo coloro le cui menti sono pervase da questo mumukṣutva sapranno dedicarsi a risolvere le seguenti questioni: «Qual è tale magnifico stato di beatitudine? Come si fa a raggiungerlo?» I mumukṣu sono folgorati quando ascoltano insegnamenti scritturali in cui si afferma che l’Assoluto, l’ultima realtà, è proprio la principale fonte di quella beatitudine. Infatti, quello è il nostro Ātman, l’essenza interiore dell’unico Sé. Essi sono assorti nella riflessione intuitiva sulla realtà assoluta del Brahman-Ātman, senza il minimo orgoglio, sforzandosi continuamente di acquisire tutte le necessarie qualità, come la discriminazione (viveka) e la rinuncia (virāga) necessarie a tale riflessione. In ogni modo, prima d’intraprendere questa riflessione intuitiva sull’ultima realtà dell’Ātman, si dovranno possedere queste quattro eccellenze o virtù. Solo tali cercatori avranno successo e la loro riflessione raggiungerà lo scopo.

Tuttavia, Śrī Śaṃkara, in questa poesia, non ha menzionato il termine sādhana catuṣṭaya, in quanto i suoi versi non vogliono essere d’argomento metodico (sādhana pradhāna). Essi sono stati scritti dal punto di vista del siddhānta pradhāna, cioè d’un approccio principalmente dottrinale al Vedānta. Il primo verso, in ogni caso, comincia esponendo il nityānitya viveka, ossia il processo di discriminazione tra ciò che è permanente e ciò che è impermanente. Si tratta di quello che i cercatori di mokṣa devono imparare fin dall’inizio.

 

Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī

 

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[1] Questa capacità d’incinerazione dell’occhio frontale ha motivato la scelta del nome di Śiva per indicare l’assoluta inesprimibile realtà.